Brexit, quale idea ?


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Manca ormai poco al verdetto sulla BREXIT e lo decideranno i britannici che in queste ultime settimane sono stati letteralmente bombardati, oltre che da un dibattito interno estremamente acceso, da sollecitazioni più o meno invasive da parte di personalità politiche e/o istituzionali del mondo intero, da Obama ai leader del G7, per non parlare della marea di commenti, analisi, editoriali comparsi su questo tema da diversi mesi a questa parte.
Su richiesta, vi aggiungo la mia, di opinione, in estrema sintesi. Diciamoci subito che fin dalla sua adesione la Gran Bretagna ha sempre avuto un atteggiamento utilitaristicamente supponente, da paese convinto di rappresentare un tale valore aggiunto per il condominio europeo da poter godere di un trattamento privilegiato, una partecipazione “à la carte”, come si dice. “No” a Shengen, “No” all’euro; “Ni” a tutta una serie di disposizioni comuni e da ultimo, a pochi mesi dal referendum il negoziato per escludere (gennaio 2016) l’applicazione alla Gran Bretagna del principio fondante del Trattato di Roma del 1957: quello di puntare a “una sempre più stretta unione”.
Nel corso degli anni, mi sono chiesto spesso se la Gran Bretagna meritasse tutte queste eccezioni, altrettante ragioni di indebolimento del tessuto connettivo dell’Unione e ho avuto diverse volte la tentazione di rispondermi di no. Se questa continua seminagione di alterità nazionalistica non stesse fertilizzando distanza, separatezza dall’Europa e dunque sempre minore attrazione a favore di una crescente indifferenza e ostilità nei confronti della bandiera europea. E altrettanto spesso mi sono chiesto se fosse lungimirante dare tanta prevalenza alle ragioni di carattere economico e finanziario a scapito di quelle di carattere politico e sociale. Me lo sono chiesto soprattutto dopo il voto negativo della Francia sulla Costituzione europea nel 2005.
I miei dubbi e le mie perplessità sono andati poi consolidandosi quando ho osservato come queste criticità si andassero incrociando con una deriva euroscettica che si andava affermando e in maniera trasversale fra tutti i paesi membri: complice la crisi socio-economica ormai annosa e insuperata; complice la paura dell’onda migratoria e della malamente correlata minaccia terroristica; complice, diciamocelo con franchezza, una dirigenza politica, a livello nazionale ed europeo, con una corta visione di futuro e una scarsa capacità di volare alto che ha dato spazio crescente alla burocrazia tecnocratica bruxellese, diventata padrona del campo. Dove abbiano portato l’insieme di queste complicità lo vediamo nel fallimento della gestione dei flussi migratori così come nella difficoltà di sviluppare una strategia di sicurezza e di politica estera degna di questo nome. Lo vediamo nel crescente rifiuto di cedere ulteriore sovranità nazionale e, ciò che è peggio, nella preoccupante aspirazione a recuperare brandelli della sovranità già ceduta, che qua e là affiora, e non solo in Francia.
Lo constatiamo nella disaffezione verso tutto ciò che si riassume nelle due parole “Unione Europea”, in quell’euroscetticismo che oscilla tra gli estremi di chi la vorrebbe veder scomparire, questa Unione Europea, e chi la vorrebbe rifondare ex novo. Un’Europa dei popoli, dicono alcuni, un’Europa delle macro-regioni dicono altri, un’Europa che salvaguardi le specificità nazionali e si sburocratizzi. Nessun paese membro appare ormai esente da queste diverse velleità riformistiche, dalla Francia, che più appare pervasa da questa disaffezione, alla Polonia che invece svetta come campione di europeismo (72%), seguita a distanza dall’Italia (58%). Eppure, paradossalmente, anche nei paesi più euroscettici regna sovrano il timore che il referendum britannico possa sanzionare la vittoria del voto favorevole all’uscita di Londra dall’Unione europea. Si paventano conseguenze perniciose sul piano commerciale, si delineano scenari catastrofici a livello finanziario, quasi ignorando che in questo mondo globalizzato la finanza gode di una quasi assoluta libertà di movimento e che la non appartenenza all’Unione europea non riduce certo la forza degli scambi transatlantici e/o con i paesi dell’estremo oriente.
Viene in realtà il sospetto molto forte che quel timore sia legato alla prospettiva che in questa stagione di evidente criticità, la vittoria del voto anti-Unione europea da parte britannica possa dare la stura ad una sequenza inarrestabile di richieste di referendum similari negli altri paesi membri; un fenomeno “palla di neve” difficilmente controllabile, un effetto domino suscettibile di far sgretolare l’intera Unione europea. Questa è una prospettiva tutta da verificare nei termini e nelle condizioni, ma che certo non si può affatto escludere; e non c’è chi non veda che sarebbe rovinosa sotto tutti i punti di vista. A cominciare dalla capacità di essere condomini a pieno titolo e rango del condominio del mondo, in primis di quello che ci sta attorno, e di salvaguardare quell’eredità che seppure logorata si può ancora lasciare alla maggioranza dei giovani di questo vecchio continente che l’Europa ce l’hanno nel loro DNA.
Se tutto questo è vero, non è men vero che non possiamo e non dobbiamo permettere che sia il voto inglese a sentenziare il destino dell’Unione Europea. Possiamo e dobbiamo contare sul fatto che, qualunque sia l’esito del referendum, questa pur non brillante dirigenza nazionale e comunitaria riesca a riprendere la strada all’insegna di una vera bandiera europea e non di un’Europa di facciata. Una prima indicazione preziosa in proposito verrà dal prossimo vertice dell’Unione a fine mese, a referendum votato e v’è da sperare che essa sia nel segno delle interessanti indicazioni in senso riformistico, ma di marca fortemente europea che stanno emergendo da diverse capitali e dalla stessa BCE.

Armando Sanguini, già Ambasciatore d’Italia a Tunisi e Ryiad

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