Il Golfo bussa alla porta di Trump


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Che l’Iran sia stata nelle ultime settimane e stia tuttora nel mirino della stampa del Golfo alla vigilia dell’ingresso di Donald alla Casa Bianca non è certo casuale: si vuole offrire al nuovo Presidente e alla sua compagine di governo quanti più elementi possibili – e soprattutto credibili – di criticità all’evidente scopo di alimentare la già annunciata intenzione di Washington di sviluppare una politica ispirata a diffidenza/ostilità nei riguardi di Teheran. E, per converso, di stimolare una correzione di rotta rispetto alla deriva di freddezza e di frustrazione che la pax americana in Medio Oriente portata avanti dall’Amministrazione Obama aveva prodotto nei rapporti tra Washington e le monarchie del Golfo, in primis l’Arabia saudita.

Tra i molteplici indicatori di quest’offensiva mediatica ha assunto un rilievo del tutto speciale l’intervista concessa nei giorni scorsi a Foreign Affairs dalla stella emergente del firmamento della Casa degli al Saud, il 31enne figlio del re Salman, Mohammad bin Salman, Ministro della Difesa (il più giovane ministro della Difesa al mondo), Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e di Sviluppo e vice Principe reggente. Personaggio indubbiamente carismatico, in quasi due anni di protagonismo governativo incarnato in apparente, piena convergenza con Muḥammad bin Nāyef, nipote del re Salman, Principe ereditario e poderoso Ministro dell’Interno, oltre che, ovviamente, col padre, ha dato finora il meglio di sé con la svolta strategica impressa alla politica economica del paese rispecchiata nella cosiddetta “Saudi Vision 2030”: un più che ambizioso progetto mirante, tra l’altro, all’emancipazione del paese dalla dipendenza del petrolio.


Mohammad bin Salman

Mohammad bin Salman


Col corredo di una spirale di riforme interne puntate a promuovere una (finora assai poco consistente) cultura dell’efficienza e dell’accountability e ad aprire un innovativo orizzonte occupazionale per la vasta platea dei giovani sauditi (più della metà della popolazione ha meno di 25 anni). Il suo peggio lo ha dato nella guerra ingaggiata in Yemen a capo di una coalizione araba che, per contrastare il tentativo di un colpo di stato perpetrato dagli Houthi nel 2015 ai danni di Abd Rabbih Manṣūr Hād il Presidente legittimamente eletto nel 2012, ha condiviso con i ribelli una lunga striscia di sangue innocente, sollevando seri interrogativi sulla credibilità delle sue operazioni militari.

Tanto più che esse sono apparse sempre più motivate dalla (non infondata) “ossessione iraniana”: guerra per procura dunque dettata dalle ben note ragioni politico-settarie che hanno scavato e stanno tuttora scavando un reticolo di crepe perniciose attraverso l’intero Medio oriente. Ebbene, nell’intervista a Foreign Affairs, Mohammad bin Salman non va certo per il sottile nel qualificare l’Iran post rivoluzione del ’79 come protagonista e istigatore di tre mali nella regione: settarismo, instabilità e terrorismo.

E alla domanda circa l’opportunità di riaprire un canale di comunicazione dopo la rottura delle relazioni diplomatiche ad inizio 2016 la risposta è netta: non ci sono le condizioni per un negoziato con una potenza impegnata ad esportare la sua escludente ideologia, il terrorismo e a violare la sovranità delle altre nazioni. Spetta all’Iran dare segnali di cambiamento Ma da Teheran non ne vengono, anzi. Il poderoso comandante delle Guardie rivoluzionarie islamiche, Qassem Soleimani, ha abbandonato la zona d’ombra nella quale per anni si era in qualche modo celato e da qualche tempo non perde occasione per rivendicare il ruolo “regionale” delle sue milizie, sottolineandone i successi nei riguardi dell’Arroganza globale (leggasi Occidente e suoi alleati sunniti) nel Medio Oriente, da Aleppo est all’area attorno a Mosul in Iraq, ed esaltando la divina approvazione dell’Ayatollah Khamenei qualificata come primario fattore di potenza per quei successi. E lo stesso Khamenei gli ha fatto eco sottolineando come solo grazie ai suoi martiri in Siria si è evitato di combattere gli agenti americani e sionisti in Tehran, Khorasan and Isfahan.


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Ayatollah Khamenei


Ed è di pochi giorni addietro la rivendicazione del ruolo di raccordo che di diverse milizie sciite di osservanza iraniana stanno sviluppando in Iraq – ivi compresa la strategia di “liberazione” di Mosul – per rafforzare il controllo politico-governativo del paese. Merita attenzione in proposito l’elogio pubblico fatato dal Abu Mahdi al Muhandis, il vice comandante delle Forze di mobilitazione popolare irakene, del contributo assicurato da Hezbollah libanese nella battaglia contro l’ISIS, pienamente avallato dal governo di Baghdad. Ha lasciato anche intendere che Hezbollah sia in qualche modo coinvolto anche nella guerra civile yemenita.

Insomma, le monarchie del Golfo non hanno faticato per incoraggiare il prossimo inquilino della Casa Bianca a tradurre in linee di politica operativa l’ostilità già manifestata in campagna elettorale e che sembra potersi materializzare più nei riguardi della politica di difesa ad oltranza e di sollecitazione delle aree di influenza sciita che verso l’accordo sul nucleare. Per bocca del giovane Mohammad bin Salman hanno anche blandito Donald Trump nel suo proclamato anti-terrorismo affermando che l’ISIS e al Qaeda possono essere “contenuti” e alla fine sconfitti grazie al ruolo di stati come l’Egitto, la Turchia, l’Arabia saudita e la Giordania, una sorta di offerta di collaborazione estesa anche all’Africa dove l’estremismo sta facendo continui proseliti.

Mohammad ammette, è la prima volta, che l’Arabia saudita (e gli USA) abbiano sbagliato nel reclutare i combattenti jihadisti per sconfiggere le truppe sovietiche in Afghanistan, ma ricorda poi come il suo paese sia stato bersaglio del terrorismo nei primi anni 2000 e che negli anni successivi sia stato tra i maggiori protagonisti, in alleanza con gli USA, nel contrasto a tutto campo del terrorismo, riversandovi ingenti risorse umane e materiali. Riconosce al tempo stesso che si possa e si debba fare di più, ma tiene a respingere fermamente l’equazione wahhabismo-terrorismo che ha ancora vasta cittadinanza nell’immaginario collettivo chiedendosi come mai tale equazione non sia valsa nei suoi 300 anni di storia della famiglia wahhabita.

Donald Trump non aveva forse bisogno di essere imbeccato dal Golfo per farsi un’idea chiara degli umori delle monarchie nei riguardi dell’Iran e delle aspettative di recupero dei vincoli storici tra il Golfo stesso e gli Stati Uniti. Ma certo ha preso atto con interesse e forse con favore dell’apertura di credito che gli è stata fatta direttamente e ufficialmente. Ne vedremo i seguiti a breve.

A cura di Armando Sanguini


sanguiniArmando Sanguini è stato Ambasciatore della Repubblica Italiana:

 

Direttore generale relazioni culturali
Direttore generale Africa
Capo missione in Cile Tunisia e Arabia saudita


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