I Settant’anni della NATO, scenari di crisi e risposta atlantica


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Il 4 aprile prossimo l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, o più brevemente la Nato, compierà il 70mo anniversario della sua avvenuta fondazione. Il 4 aprile 1949 infatti, con la firma del “Trattato di Washington” da parte dei ministri degli esteri di 10 paesi europei (tra cui l’Italia), il Canada e gli Stati Uniti d’America, si diede l’avvio all’epocale progetto della Nato.

Un progetto fortemente voluto dall’Amministrazione Truman che fin dalle prime fasi della Guerra Fredda, nel 1947, mirava ad accogliere sotto un’unica grande coalizione militare i paesi dell’Europa occidentale, per costituire un sistema difensivo, sotto guida statunitense, alla crescente minaccia militare (ed ideologica) sovietica che, a partire dal Blocco di Berlino del giugno del ’48, si fece sempre più concreta. Con il 1989 prima e la fine del mondo bipolare poi, la Nato del nuovo millennio ha dovuto affrontare nuove minacce e diverse sfide.

Queste minacce e queste sfide sono state al centro del lungo dibattito tenutosi lunedì 1 aprile scorso, al Centro Studi Americani di Roma, alla presenza di numerose prominenti figure del mondo militare italiano, della diplomazia ed accademico.

Il seminario, diviso in tre sessioni, ha avuto alla sua apertura, la preziosa testimonianza dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Lewis Eisenberg, che attraverso un breve excursus storico, incentrato soprattutto sulle vicende avvenute dall’11 settembre 2001 in poi, ha mostrato sia le “virtù” e crisi che l’Alleanza Atlantica, nel corso dei settant’anni ha dovuto far fronte.

L’ambasciatore ha poi delineato i 5 pilastri fondamentali che ruotano attorno al significato stesso della Nato, facilmente riconducibili però all’ottica generale dell’ultraliberalismo americano, ovvero quella ricetta (non sempre storicamente vincente) della democrazia capitalista che ha fortemente contribuito alla fine del sistema socialista nel 1991 e i quali valori devono essere ancora oggi perseguiti probabilmente con maggior enfasi rispetto al passato, soprattutto sulla scia della grave crisi geopolitica che l’occidente si ritrova ad affrontare, consentita anche non solo dalla presenza di rinnovate minacce militari provenienti da est, ma anche, in ultima istanza, dalla costante e crescente espansione economica proveniente dalla Cina.

All’ambasciatore è seguito breve intervento del sottosegretario alla difesa Angelo Tofalo, il quale ha rimarcato l’importanza di coesione e di unità di ogni singolo membro dell’Alleanza, in vista delle nuove sfide che prepotentemente si stanno presentando da oriente.

Non solo la questione delle frontiere europee con la Russia, che vedono sia nell’annessione della Crimea e nella Guerra nel Donbass, quanto ai continui sconfinamenti aerei della VKS nello spazio aereo della Nato, una crescente minaccia alla stabilità di queste zone cuscinetto, di fatto ancora contese tra le due potenze, quanto alla rivoluzione economica globale che la Cina di Xi Jinping ha avviato con il mastodontico progetto della Belt and Road Initiative.

Una rivoluzione che porterebbe indubbiamente uno sviluppo del commercio internazionale oltre che alla modernizzazione di numerose infrastrutture in Eurasia, ma che potrebbe (anzi sicuramente) alterare i sistemi di sicurezza dei paesi Nato, a causa del controverso sistema 5G, portando nel breve-medio periodo addirittura ad un nuovo genere di conflitto, quello cibernetico.

L’Italia, sottolineava Tofalo, oltre che essere il secondo contribuente all’interno dell’Organizzazione, è stata la prima, dopo gli Stati Uniti a mobilizzarsi su questo nuovo fronte. Dunque, nuovi spazi strategici che non devono però mollare il controllo su di un’altra e fondamentale area del mondo, perennemente in stato di crisi: ovvero il mediterraneo centro-orientale. E proprio grazie all’apertura nel 2012 della nuova sede della Nato Allied Joint Force Command a Lago Patria, il suo ruolo nell’area del mediterraneo si è notevolmente ampliato arrivando a coprire un perimetro di intervento che tocca le sponde del Mar Nero.

Tre fronti di crisi ben espressi anche negli interventi dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata e del politologo ed accademico Vittorio Emanuele Parsi che ha sollevato anche il caso di un potenziale quarto fronte di crisi, ovvero la regione caucasica, punto di incontro tra l’influenza russa e quella iraniana, con la compresenza di un attore come la Turchia, che lentamente si va ad allineare verso una realtà russo-asiatica, a discapito di quella atlantica, aprendo nuove sfide e scommesse allo scacchiere internazionale.

Questi settant’anni di Nato hanno segnato in modo indelebile ed eterno, la vita, la politica, la difesa di ogni singola società statale entro, o al di fuori, di essa. La Guerra Fredda, terminata da 28 anni, ha portato le incognite di quella che il politologo Francis Fukuyama definisce “la fine della storia”, la fine di un mondo, paradossalmente “equilibrato” che nel corso di tutti gli anni ’90 ha dovuto fare i conti con gli immensi gap lasciati dall’esperienza sovietica, il nuovo mondo unipolare, il dramma dell’11 settembre e la manifestazione repentina di numerosi nuovi fronti di guerra globale che, eccezion fatta per l’esperienza Kosovara del 1999-2008, sono stati un continuo fallimento.

Con le crescenti nuove crisi diplomatiche tra il “vecchio” mondo occidentale e il “ritrovato” mondo orientale, con lo sviluppo di scalpitanti nuove potenze militari regionali, il futuro di un potenziale conflitto cresce di giorno in giorno.

L’unità, la cooperazione e soprattutto il buon senso, tra una Nato, non solo militare, ma soprattutto politica e diplomatica e le nuove potenze emergenti, possono essere ad oggi l’unico deterrente ad un più esteso, drammatico ma breve conflitto mondiale.

Roma

03/04/2019

Emanuele Pipitone

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