NATO e BRI: due modelli a confronto


Sharing is caring!

 


Il 4 aprile 2019 la Nato ha celebrato il settantesimo anniversario del trattato del Nord Atlantico, siglato nel 1949 nella città di Washington. Quest’ ultimo ha gettato le fondamenta per una delle alleanze mondiali di maggior successo ed è stato stipulato dai Paesi con l’obiettivo di creare un fronte anti URSS.

Il suo successo è stato talmente pregnante che oggi fanno parte della Nato 28 Stati, con la promessa che alcuni Stati osservatori ne diventino in futuro membri ufficiali.

A dispetto della sua gloria, tuttavia, molti hanno dimenticato che la realizzazione dell’Alleanza Atlantica non è stata affatto semplice. Tramite la sua lunga e venerabile storia, la NATO non solo ha indirizzato numerose sfide esterne ed interessanti interventi interni, ma ha stilato progetti e svolto operazioni quando la sicurezza dei suoi stati membri era fortemente in gioco.

Oggi, qualcuno ha osservato argutamente che l’Alleanza sta facendo alcune pressioni al fine di indirizzare le politiche in prospettiva di un accrescimento della propria difesa, ricordando alcune delle prime  sfide che ha dovuto superare, attingendo da qualche lezione storica (Trakimavičius).

Attraverso la sua storia, lunga ben sette decadi, l’Alleanza Atlantica ha affrontato più sfide di quel che si sarebbero potute immaginare alla sua nascita ma, come è facilmente intuibile, nessuna è stata maggiore di quella affrontata durante la Guerra Fredda. Essa si è trovata a dover fronteggiare la reale minaccia di un’invasione atomica sovietica contro l’Europa occidentale, ha gestito profondi disaccordi tra gli alleati, e contemporaneamente ha dato prova di possedere una buona capacità di intraprendere azioni risolutive nelle situazioni di sfida alla sicurezza che più lo richiedevano.  

Il fatto che la Nato abbia portato a compimento le sue operazioni in maniera soddisfacente, per così tanti anni, necessita un certo riconoscimento. Occorre soprattutto che ciò sia compreso dagli attuali Capi di Governo,  sia per il suo valore storico, sia in quanto importante risorsa come guida per le sfide che la Nato deve affrontare oggi. (Trakimavičius).

Le sfide odierne, che maggiormente ricoprono il ruolo di protagoniste nello scenario internazionale, riguardano i rapporti tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica e la potenza cinese, sempre più in via di espansione sul mercato globale, ed in particolare le neonate relazioni tra il nostro Paese e la stessa Cina.

Al convegno per la celebrazione dei 70 anni della Nato, è intervenuto l’ambasciatore statunitense Lewis M. Eisenberg, il quale ha affermato che «è un bene che il 5G sia stato rimosso dal memorandum Italia-Cina, ma c’è rammarico perchè l’Italia è il primo Paese G7 a firmare l’accordo sulla Via della Seta». L’ambasciatore ha sostenuto la sua posizione affermando che gli Stati Uniti non possono condividere informazioni con Paesi che utilizzano tecnologie cinesi ed asserendo poi che “vi saranno conseguenze sull’interoperabilità Nato. Tutti vogliono fare affari con la Cina, ma ci sono minacce informatiche”.

Non si è fatta attendere la replica del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha esordito evidenziando che “Sono accordi commerciali che non mettono a rischio la sicurezza dei dati.”

Silvio Berlusconi, invece, sostiene che le parole dell’ambasciatore americano non fanno altro che confermare la tesi secondo cui l’intesa con la Cina per il nostro Paese  «rappresenta e continua a rappresentare non soltanto un errore strategico che va ad incrinare le relazioni euro-atlantiche, ma anche un pericolo per il sistema nazionale».

L’interrogativo che persiste risulta essere in merito alle effettive conseguenze che possono derivare, appunto, dagli accordi siglati tra Italia e Cina solo poche settimane fa.

Ciò che risulta evidente, è che il memorandum of understanding siglato tra l’ Italia e la Cina è stato un successo per il Governo cinese, considerato dagli strateghi americani come un forte rivale strategico per i prossimi decenni, soprattutto in virtù del fatto che adesso riceve l’approvazione di un Paese come l’Italia, appartenente all’Alleanza Atlantica, al G7 ed alleato storico degli Stati Uniti.

Anche Washington ha sollevato differenti critiche in merito a tale memorandum, e ciò ha sollevato il dubbio riguardo ad un reale rischio di incrinare i rapporti tra Italia e Stati Uniti.

Una delle richieste degli Stati Uniti agli alleati, infatti, era rivolta al 5G. Tale richiesta che aveva sollevato non poche polemiche in merito alla questione della sicurezza e dello spionaggio informatico, con possibili scenari di guerra commerciale tra le due superpotenze.  

L’accordo siglato dall’Italia con la Tigre Asiatica lascia spazio a molti dubbi. E’ possibile leggere, in seno al memorandum, che “le parti collaboreranno nello sviluppo della connettività infrastrutturale, compresi aspetti quali le modalità di finanziamento, interoperabilità e la logistica in settori di reciproco interesse (quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia e telecomunicazioni)”. Ciò lascia evincere che gli interrogativi non riguardano meramente la sicurezza informatica,  in quanto tra i 29 accordi sono stati introdotti anche quelli per le cittàà di Genova, Trieste e Monfalcone, i tre maggiori obiettivi della strategia navale cinese nel Mediterraneo.

Attualmente l’Italia contribuisce a numerose operazioni Nato, tra cui la Active Fence, in Turchia, dove l’Alleanza assicura sicurezza alla popolazione locale contro la minaccia di eventuali lanci di missili dalla Siria attraverso il dispiegamento di una batteria ASTER SAMP/T.

Dati recenti riportano che circa 850 militari italiani sono presenti in Afghanistan, sia a Kabul presso il Comando della missione Nato Resolute Support, sia ad Herat nel contesto del Train Advise Assist Command West che si occupa di attività di addestramento e che opera sotto la direzione dell’Italia.

Oggi, per i membri alleati è indispensabile avvicinarsi il prima possibile alla soglia del 2% del PIL da dedicare alla Difesa. Tale obiettivo è fonte di un acceso dibattito tra gli Stati membri ed allo stesso tempo può risultare una carta vincente per l’ottenimento di un’ ulteriore potere decisionale al tavolo atlantico.

Come constatato da Alessandra Giada Dibenedetto, ricercatrice per il Centro Studi Internazionali, «Se quindi, nel 2018 l’Italia dedicava alla spesa militare l’1,15% del PIL, maggiori investimenti per la Difesa saranno indispensabili nel prossimo futuro per raggiungere le percentuali più alte degli altri Paesi membri e dimostrare l’impegno italiano che già da anni si traduce considerevolmente in termini di personale e mezzi dispiegati per le operazioni dell’Alleanza».

L’Italia, in data odierna, dovrebbe continuare a supportare le missioni alleate, confermando il suo impegno ed investendo maggiormente nel settore della Difesa, e dall’altro lato sarebbe auspicabile che ricevesse la giusta attenzione degli altri Stati membri verso il fronte del Sud.

Mediante un attivo intervento nel quadro della nascente Difesa europea, lo Stato Italiano rinnoverà la sua posizione come tassello fondamentale per le politiche e le strategie di Difesa e sicurezza europee e confermerà il suo ruolo di fideiussore di pace e stabilità oltre i confini nazionali e alleati.

Persiste tuttavia un interrogativo di fondo: i recenti sviluppi avranno ripercussioni sull’ Alleanza Atlantica?

 Giulia Montalto, Matteo Amato

Sitografia

«Amb.Usa, Italia in Via Seta preoccupa, implicazioni – Mondo». s.d. Agenzia ANSA.

Di Benedetto, Alessandra. s.d. Oltre i 70 anni dell’Italia nella Nato.

Trakimavičius, Lukas. s.d. «NATO at 70: Lessons From The Cold War». Atlantic Council.

Sharing is caring!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *