Caso Regeni: rientrato l’ambasciatore italiano in Egitto. Il commento dell’ambasciatore Armando Sanguini


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Caso Regeni: rientrato l’ambasciatore italiano in Egitto.
Il commento dell’ambasciatore Armando Sanguini


Nei giorni scorsi si sono aggiunti nuovi elementi interessanti sul caso Regeni. Elementi che tuttavia non sembrano avvicinarci alla verità che tutti noi chiediamo per il nostro connazionale rapito, torturato e ucciso in Egitto nel gennaio del 2016, ma che aggiungono nuovi interrogativi e ne rafforzano altri. Uno su tutti riguarda, ovviamente, le responsabilità delle istituzioni politiche e di sicurezza del Cairo. Adesso infatti in un articolo del New York Times Magazine  di Declan Walsh, giornalista che dal Cairo ha seguito tutte le fasi dell’inchiesta sull’omicidio, ha avuto conferma del loro coinvolgimento da tre fonti dall’amministrazione Obama, secondo i quali gli USA avevano ottenuto “prove incontrovertibili sulla responsabilità egiziana”. Delle rivelazioni che, come prevedibile, vengono screditate sia da Roma che da Washington che negano la veridicità e l’attendibilità di tali affermazioni, anche perchè, vale la pena di ricordarlo, tali dichiarazioni non sono state suffragate da alcuna prova.

Il Governo Gentiloni, all’epoca Ministro degli Esteri del Governo Renzi (da questo punto di vista dovrebbe quindi essere assicurata la continuità con la quale Palazzo Chigi segue la vicenda), è stato quindi bersagliato da una serie di critiche che fanno perno sulla presunta “morbidezza” con il quale le nostre istituzioni (Governo, Magistratura e Servizi di Sicurezza) si rapportano con gli omologhi egiziani nello svolgimento delle indagini. Sotto accusa è soprattutto lo squilibrio tra l’atteggiamento di Roma, poco propenso ad esercitare un’ adeguata pressione politica, e l’atteggiamento del Cairo, più volte depistante e non collaborativo. Accuse che trovano nuovo vigore nella decisione presa ieri dal nostro governo, di far tornare al Cairo l’ambasciatore Giampaolo Cantini dopo che la procura egiziana ha trasmesso ieri a quella di Roma dei documenti relativi ad un nuovo interrogatorio cui sono stati sottoposti i poliziotti che hanno avuto un ruolo negli accertamenti sulla morte di Regeni. Interrogatori che, peraltro, erano stati richiesti insistentemente proprio dalla procura della repubblica di Roma. Un “segnale premio”, quindi, per la rinnovata collaborazione.

A tal proposito abbiamo chiesto un commento sulla vicenda all’Ambasciatore Armando Sanguini, componente del Comitato Scientifico di IMESI:

” Penso che la decisione di richiamare l’Ambasciatore sia stata a suo tempo dettata da un tasso di emotività che, per quanto comprensibile per l’atrocita’ della sorte riservata a Regeni, non doveva prevalere. E ciò in considerazione dell’insieme degli interessi del paese che stavano e stanno in gioco e dell’opportunità di disporre in loco del più alto e autorevole rappresentante dello Stato italiano per lavorare sul e col governo egiziano per fare emergere le responsabilità del crimine di cui Regeni è stato vittima. E’ stato saggio decidere il ritorno dell’Ambasciatore non appena se ne sono palesate le condizioni sufficienti, giudicate tali dalla stessa autorità inquirente. Si poteva evitare di farlo a Ferragosto e si poteva annunciarlo nel momento stesso in cui ne veniva informata la famiglia e non dopo. Il rientro dell’Ambasciatore rida’ al nostro paese anche un ruolo più adeguato alle sfide che ci stanno di fronte: geopolitici, economici, culturali, sociali, etc. La tempistica della sortita ad effetto del NYT con il suo dossier annunciato con un ridondante “Breaking news” fa riflettere. La verità su Regeni, quella compatibile con i caratteri del regime di Al Sisi, naturalmente, sarà domani più possibile con l’Ambasciatore in loco. Eccesso di realismo politico? No. La ricerca della verità deve restare un impegno​ vero ed ineludibile”.

Armando Sanguini

Ma non è tutto: non è un segreto che nella vicenda, la qualità dei rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto passa anche dagli interessi economici e e di sicurezza che legano i due Paesi: basti ricordare che l’Eni, solo poche settimane dopo l’arrivo al Cairo di Giulio Regeni, aveva annunciato la grande scoperta del giacimento di gas naturale di Zohr, (120 miglia a nord della costa egiziana, contenente 850 miliardi di metri cubi di gas). Non solo, i Servizi Segreti Italiani sarebbero fortemente dipendenti da quelli Egiziani grazie ai quali riceviamo costantemente informazioni essenziali per il contrasto all’ IS ed al terrorismo islamista in generale. Inoltre, è necessario tenere in considerazione il ruolo essenziale che l’Egitto svolge negli equilibri geopolitici regionali mediorientali, in questo momento storico quantomai instabili. L’ipotesi, remota se non addirittura fantasiosa, di un atteggiamento troppo ostile delle istituzioni italiane nei confronti di quelle egiziane potrebbe esporre il nostro Paese anche ai richiami degli alleati occidentali.

In definitiva, a modesto parere di chi scrive, i soggetti ad oggi sotto i riflettori e le loro responsabilità sono plurimi. Come si evince da ciò che è già stato scritto, le Istituzioni Egiziane, non si sa ancora in che misura nè a che livelli, sono coinvolte. Soprattutto il riferimento va agli apparati di sicurezza e investigativi del Cairo che più volte sono stati messi sotto accusa per i metodi alquanto discutibili e che sembrano essere pratiche standardizzate di indagine e controllo del territorio, senza parlare dei continui depistaggi. Rimane sospettosamente nell’ombra il ruolo non collaborativo dell’Università di Cambridge e dei docenti per i quali Regeni svolgeva una ricerca molto pericolosa che coinvolgeva esponenti sindacali e politici di un Paese di fatto instabile. La verità quindi sembra difficile da raggiungere, perchè difficili sono gli ostacoli da oltrepassare, ma pretendere il pieno impegno delle nostre istituzioni nell’esercitare una pressione adeguata sulle autorità egiziane per raggiungere l’obbiettivo minimo di un’indagine seria e attenta è doveroso.

 

A cura di Lorenzo Gagliano,
direttore scientifico IMESI

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