Il trattato del Quirinale: volano per l’Italia o l’ennesima occasione mancata?



 

Il Trattato tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Francese per una cooperazione bilaterale rafforzata, ribattezzato dai media Trattato del Quirinale, firmato venerdì 26 novembre dal Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron e dal Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi rappresenta per i due Paesi un accordo di portata storica come definito dallo stesso Premier italiano durante la consueta conferenza stampa post cerimonia. Non si tratta infatti del solito accordo bilaterale in materia di economia, diplomazia e di politiche migratorie ma si tratta di un trattato molto più articolato e che si declinerà attraverso un planning ben strutturato e definito.

Inoltre, il Trattato segna una ritrovata armonia tra i due Paesi dopo gli attriti degli ultimi anni che raggiunsero il culmine all’inizio del 2019 quando il Ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio in compagnia dell’ex deputato M5S Alessandro Di Battista incontrò in Francia Christophe Chalençon, uno dei leader del movimento antigovernativo dei gilet gialli, manifestandogli stima e ammirazione. Tutto ciò provocò una dura reazione di Macron che richiamò temporaneamente in patria l’ambasciatore francese a Roma Christian Masset. All’Eliseo si parlò di: “attacchi senza precedenti da parte del governo italiano”.

Segnali evidenti della ritrovata intesa tra Italia e Francia si erano già visti negli ultimi mesi e in particolare in due occasioni: la prima durante la visita ufficiale di Sergio Mattarella a Parigi. Il nostro Capo dello Stato venne accolto nella ville Lumière con grandi onori e nel corso della cena ufficiale all’Eliseo, Macron pronuncio una toccante allocution in cui esaltava i valori e le radici comuni dei due Paesi e si auspicava un percorso futuro comune e ancora più solido.

 La seconda occasione è stata alla fine della scorsa estate nell’ambito della visita di Mario Draghi a Marsiglia per discutere con Macron della complicata situazione in Afghanistan dopo la presa del Paese da parte dei talebani. A nessuno sfuggì la grande sintonia tra i due leader e molti analisti politici ritengono che da quell’incontro, i lavori per la ratifica del Trattato di cooperazione rafforzata subirono una forte spinta propulsiva.

Cosa ci guadagna il nostro Paese dalla firma di questo Trattato? Indubbiamente, l’Italia acquisirà un notevole peso politico in Europa e nei principali scenari mondiali, non a caso il Trattato prevede che uno dei due Paesi possa rappresentare l’altro nei principali fori internazionali, perfino nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e in ogni sede dove uno dei due Paesi è assente. La Francia, da parte sua, trova un nuovo partner strategico dopo la fine dell’era Merkel.

Naturalmente il Trattato del Quirinale non va inteso come sostitutivo di quello di Aquisgrana, firmato nel 2019, tra Francia e Germania. I rapporti tra i due Paesi continueranno a essere solidi anche sotto la nuova cancelleria di Olaf Scholz. Piuttosto, il Trattato firmato con l’Italia deve essere interpretato come complementare a quello con la Germania in ottica di un rafforzamento delle principali potenze economiche dell’Europa Occidentale per fronteggiare le nuove sfide economiche e sociali del mondo post pandemia e fare da contrappeso, soprattutto in seno alle istituzioni dell’Unione Europea, ai Paesi dell’Europa Orientale, in particolare a quelli del blocco di Visegrad.

Leggendo attentamente il Trattato, si nota che grande attenzione è stata rivolta al cambiamento climatico infatti già nella premessa si può leggere che i due Paesi sono determinati a combatterlo “attraverso un’azione urgente per salvaguardare il nostro pianeta che rappresenta la nostra casa comune”.

Nello specifico, il Trattato è formato da dodici articoli tra cui:

  • Affari esteri in cui si ribadisce fermamente la volontà di cooperare per rendere stabile e sicura la zona del Sahel e del Corno d’Africa.
  • Sicurezza e difesa in cui si prevede l’istituzione di un Consiglio italo-francese di Difesa.
  • Affari europei che prevede regolari consultazioni tra le due parti al fine di arrivare ad una posizione condivisa sulle questioni politiche o sulle principali questioni d’interesse comune prima dei principali appuntamenti europei.
  • Politiche migratorie, giustizia e affari interni che prevede sforzi congiunti per rafforzare l’area Schengen, sostenere e rafforzare una politica migratoria e d’asilo europea, rafforzare le politiche d’integrazione basate sui principi di responsabilità e di solidarietà condivisi tra gli Stati membri, lotta congiunta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Già la scorsa primavera esponenti delle Brigate Rosse che da decenni riparavano in Francia, vennero arrestati.
  • Cooperazione economica, industriale e digitale. Qui è interessante leggere lo sforzo comune che la Francia e l’Italia faranno per garantire la cyber-sicurezza delle loro aziende strategiche pubbliche e private e il passaggio alla rete 6G.
  • Istruzione e formazione, ricerca e innovazione. Finalmente la lingua italiana tornerà ad essere protagonista nei programmi scolastici delle scuole dell’Esagono. Lo stesso vale per la lingua francese che, grazie all’articolo 8 del Trattato, trova lo spazio e il prestigio che merita dopo anni in cui è stata fortemente ridimenzionata a favore di altre lingue e insegnamenti. Il Ministero dell’Istruzione italiano e il suo omologo Ministère de l’Éducation Nationale oltre ai già consolidati programmi di scambio, lavoreranno per aumentare la mobilità degli attori che orbitano intorno il mondo della scuola, in primis i docenti.
  • Si lavorerà insieme per rafforzare il centro spaziale di Kourou, nella Guayana francese e renderlo più competitivo come la base NASA di Cape Canareval.

In Italia, non sono mancate le critiche al Trattato. Le più aspre sono arrivate da ambienti di destra e in particolare da Fratelli d’Italia che ha biasimato la scelta del Governo italiano di non far passare la firma del Trattato dal Parlamento. In realtà, gli esponenti del partito della Meloni temono che il Trattato possa rappresentare un rischio per le grandi aziende italiane che potrebbero finire più facilmente nel mirino di facoltosi uomini d’affari francesi come già successo in passato con aziende del calibro di Luxottica e Loro Piana.

In Francia, la firma del Trattato non ha avuto la stessa risonanza mediatica che ha avuto in Italia. Marc Lazar, docente di relazioni internazionali presso SciencesPo Parigi e Luiss Roma, dice che i francesi pensino che l’instabilità politica del nostro Paese possa fare sì che il Trattato non venga pienamente messo in atto.

Inoltre, sempre Lazar, ricorda che nel 2022 in Francia si voterà per il nuovo Presidente della Repubblica e se Macron non venisse riconfermato, chi gli succederà non è detto che vorrà portare avanti il Trattato, soprattutto se il prossimo occupante dell’Eliseo sia eletto tra le file della destra.

Toccherà dunque aspettare il 2022 e i prossimi appuntamenti politici che toccheranno Italia e Francia per capire quale sarà la vera sorte del Trattato.

Francesco Messina, Università degli studi di Palermo, già docente presso SciencesPo Parigi

 

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