The future is female! Kamala Harris, ritratto della nuova vicepresidente degli Stati Uniti d’America


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“While I may be the first woman in this office, I will not be the last, because every little girl watching tonight sees that this is a country of possibilities.”

Con queste parole la neoeletta vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Kamala Harris, saluta la folla che la acclama nel corso del discorso tenuto alla nazione questa notte ora locale. In effetti queste parole rappresentano e riassumono perfettamente il senso di un momento di svolta nella storia, americana ma non solo. Per la prima volta infatti una donna ricopre la seconda carica più importante e influente nella più potente democrazia globale. E non è solo la prima donna, ma la prima donna, nera e indiana-americana figlia di immigrati. Chiunque, persino i più scettici, converranno che si tratta di un segno inequivocabile dell’inesorabile incedere di un nuovo modo di pensare, di nuove dinamiche sociali e politiche, di un futuro incalzante che ci mette tutti di fronte all’importanza del cambiamento. Specie se si riflette sul fatto che fino a qualche decennio fa non solo la Harris non avrebbe potuto correre per la vicepresidenza, ma non avrebbe neanche potuto, secondo la legge, esercitare il proprio diritto di voto.

“All the women who have worked to secure and protect the right to vote for over a century, 100 years ago with the 19th amendment, 55 years ago with the Voting Rights Act, and now in 2020 with a new generation of women in our country who cast their ballots and continue the fight for their fundamental right to vote and be heard. (…) Tonight I reflect on their struggle, their determination and the strength of their vision to see what can be unburdened by what has been. And I stand on their shoulders.”

Kamala Harris raccoglie dunque un’eredità storica fatta di lotte e rivendicazioni, che avrà l’onere e l’onore di trasmettere alle nuove generazioni, in modo da perpetuare il cambiamento.

È anche vero però che tanta e tale eredità non farà che accrescere il bagliore dei riflettori tutti già puntati su di lei, sia per la complessa successione politica che nei prossimi mesi potrebbe creare non poche tensioni tra la amministrazione uscente e quella nuova, sia perché, non è difficile immaginarlo, la vicepresidenza a supporto di un presidente ormai in età avanzata, al culmine della sua carriera politica, consegna il futuro, nel lungo periodo, proprio nelle mani della Harris, che potrebbe presto diventare il nuovo volto del partito democratico, nonché la prossima scommessa per le elezioni presidenziali a venire.

Ma chi è Kamala Harris? E qual è il percorso di vita e istituzionale che l’ha condotta alla vicepresidenza?

Classe 1964, nasce ad Oakland, California, maggiore di due figlie nate da Shyamala Gopalan, ricercatrice endocrinologa specializzata nella ricerca sul tumore al seno, e Donald Harris, giamaicano di origine e professione economista, entrambi immigrati negli Stati Uniti negli anni 60 per motivi di studio. Kamala cresce in un ambiente fortemente segnato e influenzato dalla lotta per i diritti civili, di cui i genitori sono paladini fin dagli anni dell’università. Sente anche forte l’influenza dei nonni, l’uno alto funzionario impegnato nella lotta per l’indipendenza indiana, l’altra indomita attivista che attraversa le campagne per educare le donne al controllo delle nascite come misura volta ad arginare povertà e disagio sociale. Il suo stesso nome vuole essere un testamento di lotta e resilienza: Kamala è infatti uno dei nomi della dea Devi (o Lakshmi), che genera secondo la tradizione indiana donne forti. Si forma alla Howard University e all’Hastings College of the Law di San Francisco, ottenendo due lauree, una in Scienze Politiche e l’altra in Economia, cui segue un dottorato in Giurisprudenza.

La sua carriera è costellata di primati: è la prima donna nera eletta Procuratore Distrettuale di San Francisco (2003), la prima donna a ricoprire la carica di Procuratore Generale della California (2010) e la prima indiana americana eletta Senatrice (2016). Proprio i passaggi più significativi della sua carriera, caratterizzata non solo da grandi successi ma anche da qualche non trascurabile contraddizione, dicono molto sul percorso che ha condotto la Harris alla vicepresidenza. Impegnata in ruoli di prim’ordine in Magistratura la Harris vive in pieno le complessità e le difficoltà del sistema giuridico e penale statunitense degli anni duemila, anni burrascosi, segnati da un sensibile incremento dei casi di delinquenza, omicidio e altri reati più o meno gravi. Dopo un primo strenuo impegno, gli anni della magistratura, specie quelli vissuti da Procuratore Generale della California, sono dai più ricordati come gli anni della cautela da parte della Harris, cui più volte venne rimproverato di essersi tenuta un passo indietro rispetto a tematiche complesse e in cui sarebbe forse stato necessario schierarsi un pò di più e più vigorosamente. Complice di questa cautela, il cui sottile confine con l’opportunismo si è, secondo la pubblica opinione, pericolosamente assottigliato, uno degli avvenimenti cruciali e più complessi della carriera della Harris: la morte, nel 2004, di un poliziotto in borghese di 29 anni, Isaac Espinoza, ucciso da una raffica di proiettili sparati da un sospettato fermato durante un turno straordinario di lavoro. Il primo poliziotto ucciso in servizio in dieci anni, con tutta l’eco mediatica che ne conseguì. La Harris viene duramente attaccata durante il funerale, che ricorderà sempre come uno dei momenti più difficili e mortificanti della sua storia professionale. Di qui la successiva cautela, non priva di contraddizioni, specie rispetto al ruolo della Polizia. Molti (si ricorda fra tutti l’aspirassimo attacco della professoressa Lara Bazelon, dell’Università di San Francisco, che scrisse per il New York Times un pezzo al vetriolo volto a smantellare l’immagine del “procuratore progressista”) hanno condannato questa attitude, specie dall’ala più a sinistra del partito, evidenziando come questo atteggiamento politicamente moderato, per non dire ambiguo, accomuni la Harris a Biden.

Anche tra i due compagni di avventura in questo nuovo percorso presidenziale non sono mancati in passato fuochi d’artificio. Celebre il confronto con Biden cui la Harris rimproverò di non aver preso una posizione netta nei confronti di due Senatori che avevano scoraggiato la presenza di bambini neri negli asili con massiccia presenza di bambini bianchi, ma anzi di averli supportati politicamente. La Harris, da sempre molto impegnata nella costruzione di una società priva di discriminazioni razziali, non si risparmiò nel condannare pubblicamente l’accaduto. A questo episodio seguì però una distensione dei rapporti fra i due, favorita anche dalla sincera amicizia e stima reciproca che per anni aveva legato Kamala Harris a Boe Biden, figlio di Joe Biden deceduto qualche anno fa dopo aver perso la sua battaglia contro un cancro al cervello, da quando si erano conosciuti, lei Procuratore Generale della California e lui Procuratore Generale in Delaware.

Prese di posizione decisamente più risolute dal punto di vista politico arrivano negli anni recenti, dall’elezione in Senato, dove si fa paladina della riforma del sistema penale statunitense, fino ad arrivare alla sua costante presenza nelle piazze a fianco del movimento Black Lives Matter in seguito alla tragica uccisione di George Floyd. Mostra tutta la sua risolutezza anche nel corso del dibattito vicepresidenziale, specialmente durante il confronto sulla gestione della pandemia, sul tema ambientale e sul ruolo della Cina. Blocca subito il suo interlocutore quando cerca di interromperla (siparietto che invece abbiamo visto portare avanti per tutto il primo dibattito presidenziale) con la ormai iconica frase “I’m speaking”.

In definitiva la coppia Biden-Harris propone, almeno sulla carta, un modello di gestione politica assai lontano da quello dell’amministrazione uscente, ponendo al centro del dibattito pubblico temi fondamentali quali l’uguaglianza e l’unità nazionale e mettendo in vetrina dei valori che ne accrescono indubbiamente la credibilità dal punto di vista etico. Che poi le promesse corrispondano a verità sarà il tempo a dircelo ed è fondamentale mantenere uno sguardo attento e proficuamente critico sulle dinamiche, di certo complesse, che si instaureranno nei prossimi mesi. Gli Stati Uniti, e più in generale la salute della democrazia che ne travalica i confini e di cui il paese ha sempre rappresentato un banco di prova di primaria importanza nello scacchiere internazionale, hanno bisogno oggi più che mai di un impegno reale volto a ristabilire degli equilibri purtroppo eccessivamente precari, e di guardare al futuro con speranza, spirito propositivo ed entusiasmo.

Sapere che oggi Kamala Harris, a suo modo e con tutte le contraddizioni del caso, sta scrivendo una pagina importante della storia di una lotta vecchia come il mondo è sicuramente un buon primo passo in questa direzione, e un bel messaggio per chi le seguirà. The future is female!

 

Alessia Girgenti

 

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