L’instabilità dei Balcani occidentali tra emergenza Covid-19 e attori globali


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Introduzione

Sin dalla conquista da parte dell’Impero Ottomano, l’Europa Sud-orientale viene considerata una regione necessaria quanto fragile. Da sempre crocevia di popoli ed esseri umani, i Balcani occidentali uniscono l’Oriente e l’Occidente sia dal punto di vista economico-commerciale che dal punto di vista politico-diplomatico.

La collocazione geostrategica dell’area balcanica attrae oggi come allora le attenzioni delle grandi potenze mondiali.

Il progresso conseguito dalla fine dei conflitti degli anni ‘90 non ha attenuato la sfida tra i vari attori che, per prossimità o interessi economici, puntano a far entrare i Balcani nella propria sfera di influenza.

In questa perenne ruota diplomatica si inserisce l’emergenza sanitaria che ha colpito l’intero globo.

1. I Balcani tra emergenza COVID-19 e instabilità politico-economica

Allo scoppio dell’epidemia che ha contraddistinto il primo semestre del 2020, la situazione balcanica era caratterizzata dall’instabilità politica ed economica.

Tra le cause si annoverano fattori esogeni come il terremoto che ha colpito l’Albania nel novembre del 2019, e cause strutturali come la fragilità dei sistemi economici e istituzionali dei vari Paesi.

 1.1. Fragilità economica e produttiva

Secondo il Western Balkans Regular Economic Report della Banca Mondiale, alla situazione di emergenza sanitaria seguirà una contrazione dell’offerta e della domanda aggregata.

In un tessuto economico composto perlopiù di piccole imprese e attività economiche personali o familiari, l’impossibilità di rispettare i vincoli di distanziamento sociale porta ad una contrazione dell’offerta.

In alcuni casi, come nella produzione di servizi, ci si limiterà ad una semplice contrazione della produzione essendo più agevole l’utilizzo di e-commerce e smart working. Diversamente, i casi di produzioni labor intensive vedranno una forte contrazione, bloccando le filiere ed ingessando il sistema produttivo di intere aree urbane e rurali.

Allo stesso tempo, la domanda si contrae per il cambiamento delle abitudini dei consumatori che riducono gli spostamenti e i consumi, limitando la propria esposizione al rischio di contagio. Ne è un esempio la fisiologica flessione del settore turistico divenuto fondamentale negli ultimi anni per paesi come Albania, Kosovo e Montenegro.

Uno dei tratti comuni alle economie dei sei paesi balcanici è la forte dipendenza dai consumi e dai mercati limitrofi la cui contrazione/rallentamento riduce la capacità di reazione ad una crisi post-emergenziale. A ciò si aggiunge la riduzione delle rimesse degli emigrati provenienti, nella maggior parte dei casi, dai Paesi dell’Europa occidentale.

Tali elementi si aggiungono ad un problema di infrastrutture e ad un sistema produttivo evidentemente in ritardo rispetto alle aree circostanti.

1.2. Fragilità politica e istituzionale

Probabilmente, la domanda più importante da porsi in questo momento è: come può un’area instabile affrontare un periodo di emergenza socio-sanitaria come quello attuale?

Se dal lato economico si può sottolineare quanto un sistema fragile, ma in crescita, possa essere limitato da un crollo dei consumi e della produzione, dal lato politico istituzionale ci si confronta con un problema di instabilità strutturale.

L’instabilità politica non fa altro che acuire la crisi sociale conseguente al COVID-19, in quanto influisce negativamente nel processo di gestione della crisi e di decision making.

Tra gli esempi più eclatanti, vi è il caso del Kosovo in cui il governo di coalizione guidato da Albin Kurti, leader del partito nazionalista di sinistra “Vetëvendosje!”[1], viene sfiduciato a fine marzo dopo appena 50 giorni dal suo insediamento. La crisi di governo si è chiusa solo il 3 giugno 2020 con la formazione di un governo che esclude lo stesso partito di maggioranza relativa guidato dall’ex premier.

Altro fenomeno degno di nota è il rinvio delle consultazioni elettorali che avrebbero dovuto tenersi in questo periodo, utilizzando l’argomento della crisi in atto. Così come la sfiducia del governo kosovaro non ha portato alle elezioni tanto acclamate dall’ex premier Kurti, allo stesso modo le elezioni che avrebbero dovuto tenersi il 12 aprile nella Macedonia del Nord e il 26 aprile in Serbia, lasciano spazio ad una vera e propria sospensione della democrazia spianando la strada verso la vittoria elettorale di chi è al governo. Ne è un esempio, il successo del partito del presidente serbo Aleksandar Vucic alle elezioni del 21 giugno 2020.

Tale situazione è emblematica se si pensa alle misure di decretazione d’urgenza e di riduzione della privacy che in Paesi come la Serbia minano fortemente la tenuta democratica accentrando poteri nelle mani di Vucic. Tale tendenza è confermata dall’installazione, nella sola città di Belgrado, di 1000 telecamere di sorveglianza della nota società cinese Huawei dotate di software di riconoscimento facciale frutto di una partnership tra il governo di Vucic e il governo cinese.

2. Influenze esterne nell’area balcanica tra geografia e strategia

2.1. Il legame euro-balcanico

La posizione strategica di Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia rende questa regione fondamentale sia come mercato che come punto d’incontro tra Oriente ed Occidente.

Il legame euro-balcanico ha sempre avuto una forte componente economica. L’interesse per l’area danubiano-balcanica conseguente alla caduta dell’Impero Austro-Ungarico e dell’Impero Ottomano è solo l’inizio di un percorso di cooperazione tra l’Europa occidentale e i Balcani occidentali. A ciò si lega il ruolo avuto da paesi come l’Italia, la Francia e la Germania nei decenni successivi. Per gli Europei, il socialismo Jugoslavo era diverso da quello sovietico e tale apprezzamento è inscindibile dai rapporti commerciali tra la Jugoslavia e la Germania. Allo stesso modo, lo sviluppo Albanese è inscindibile dai forti legami del Paese delle aquile con l’Italia.

Negli ultimi 10 anni le esportazioni dei sei Paesi dell’Europa Sud orientale[2] verso i paesi UE sono cresciute del 230%, mentre gli export europei nell’area aumentano del 94%[3].

Non è un caso che i Balcani occidentali siano un’importante destinazione degli investimenti diretti esteri (FDI) dei Paesi membri dell’Unione Europea.

Analizzando il decennio 2010-2020[4], è opportuno notare il dato di 30.164 mln di Euro in investimenti provenienti dai Paesi dell’UE verso i 6 Paesi balcanici. Il peso di tali investimenti è maggiore se si pensa all’area balcanica caratterizzata da sistemi economici in crescita, ma che partono da una situazione di particolare svantaggio legata ai conflitti della fine del secolo scorso e alla giovane età dei loro sistemi democratici.

Nel periodo analizzato, 674 società europee hanno creato più di 192.200 posti di lavoro in 10 anni. In una regione che vede il suo progressivo declino demografico dovuto alla forte emigrazione giovanile, tale fenomeno è ancora più accentuato nella fascia dei giovani con un livello di istruzione superiore, più propensi ad emigrare per ragioni lavorative e di formazione. Ne è un esempio il fatto che l’età media della popolazione serba sia di più di 43 anni, quando la media per i Paesi UE è di 42.6.

L’Europa, però, non è l’unico attore internazionale che vede l’area balcanica come strategica.

 

Grafico 1: Investimenti diretti Esteri dagli Stati membri dell’UE verso Albania, Bosnia-Herzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo. (fdi Markets)

 2.2. La pressione cinese

Per la Cina, storicamente legata all’area dal punto di vista diplomatico, i Balcani sono uno degli ultimi passaggi del faraonico progetto One Belt One Road annunciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping.

Il legame tra la Cina e il regime Albanese di Enver Hoxha sostituì nel 1961 quello tra Hoxha e l’Unione Sovietica fino alla rottura dei rapporti sino-albanesi avvenuta alla morte di Mao, durante le lotte intestine che caratterizzarono il Partito Comunista cinese tra il 1977 e il 1978. Allo stesso tempo, il legame della Cina con il governo di Belgrado ha origine negli anni ‘80 e ‘90 per l’affinità tra i due regimi e prosegue con una cooperazione che ha portato la Cina a condannare i bombardamenti NATO della fine degli anni ‘90 e al mancato riconoscimento della Repubblica Kosovara, indipendente dal 2008.

Fatto salvo il caso Kosovo, la Cina ha siglato dal 2013 diversi Memorandum of Understanding con tutti i Paesi dei Balcani occidentali sulla Belt and Road Initiative (BRI). Tali accordi si aggiungono alla partecipazione di questi Stati al Forum sulla Cooperazione tra Cina ed Europa Centro Orientale che, nella sua formula 17+1, unisce la Repubblica popolare cinese e i 17 stati dell’Europa Orientale e Balcanica. Si ripropone anche in questa regione del mondo la formula del multilateralismo cinese caratterizzato dalla cooperazione “Sud-Sud”, una forma di diplomazia economica che nell’area balcanica si è tradotta in investimenti infrastrutturali e nella creazione di reti di comunicazione fisica e digitale che implementano le potenzialità dell’area.

Analizzando il decennio 2010-2020[5] è possibile notare che gli investimenti esteri della Repubblica Popolare Cinese verso i Balcani occidentali, il cui ammontare è di poco inferiore ai 4 mld di euro, hanno sicuramente un peso inferiore rispetto agli FDI provenienti dall’UE. Ciò nonostante, la crescita del numero di progetti cinesi e dei conseguenti posti di lavoro denotano, negli ultimi anni, un crescente interesse della Cina verso quest’area.

Non è un caso che, anche in questa situazione di gestione della crisi, si sia presentato nuovamente il confronto tra il modello cinese ed il modello europeo.

Per la Cina, la presenza nei Balcani è fondamentale per avere una porta verso il mercato europeo. Per questo motivo, la Cina destina all’area balcanica ingenti fondi sotto forma di investimenti infrastrutturali, commerciali e nei settori della sicurezza e dell’ICT[6] aumentando il sul peso economico e quindi politico.

Inoltre, la politica estera di Pechino è caratterizzata dall’assenza di condizionalità. Trattandosi di mera diplomazia economica, non implica un ritorno in fatto di rispetto di regole o un’inferenza cinese negli affari interni dei singoli Paesi.

 

Grafico 2: Investimenti diretti Esteri della Repubblica popolare cinese in Albania, Bosnia-Herzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo. (fdi Markets)

 2.3. La risposta europea

La risposta europea all’azione cinese parte dal legame più stretto che unisce la regione balcanica all’UE in termini di dipendenza economica e politica.

Sin dal Consiglio Europeo di Santa Maria de Feira del 2000, viene riconosciuto ai Balcani occidentali un destino europeo di integrazione, condizionata al rispetto di standard economico-istituzionali. I paesi candidati all’ingresso nell’Unione europea sono attualmente quattro. Albania e Macedonia del Nord hanno ottenuto il via libera all’inizio delle negoziazioni a marzo 2020 unendosi a Montenegro e Serbia il cui iter è iniziato rispettivamente nel 2012 e nel 2014.

Oltre a rinnovare la volontà di ambo le parti a negoziare un comune futuro europeo, si pone in essere un forte programma di sostegno e rilancio delle economie di Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo in seguito all’emergenza Covid-19 per un ammontare di 3,3 mld di euro.

Di questi, 38 milioni sono stati stanziati per la fornitura di materiale medico e di protezione personale, 389 milioni sono stati riallocati dall’Instrument for Pre-accession Assistance (IPA) per incentivare la resilienza dei sistemi sanitari nazionali e per ammortizzare l’impatto socio-economico della crisi, mentre i restanti 750 milioni rientrano nelle misure di assistenza macro-finanziaria in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), in favore dei governi in difficili condizioni economico-finanziarie.

Si pone dunque una struttura di crisis management che dal punto di vista economico tutela le economie di prossima integrazione e dal punto di vista diplomatico aumenta la sfera di influenza europea nella penisola balcanica.

Alla pressione cinese si risponde con un progetto concreto di costruzione e di cooperazione che non lascia indietro nessuno. Il posizionamento geografico così come l’identità culturale dei sei paesi balcanici sono profondamente europei. La risposta all’emergenza del nostro tempo è un primo passo per la costruzione di un futuro comune chiamato Europa.

Conclusione

Se si partisse dall’assunto “la stabilità genera sviluppo e crescita”, l’area Balcanica avrebbe ancora molta strada da percorrere. L’instabilità politica e la fragilità dei sistemi economici pongono dei limiti allo sviluppo e alla ripresa. Dopo anni di crescita ai quali è conseguito il progresso nell’iter di integrazione europea, si pone oggi la prima sfida per la tenuta dei rapporti euro-balcanici.

Le pressioni di attori globali come la Cina hanno sicuramente un loro effetto sulle economie della penisola ponendosi come alternativa al sistema europeo. La diplomazia del colosso asiatico propone, infatti, sostegno economico senza imporre il rispetto di principi quali la democraticità, l’indipendenza della magistratura, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze, e lo Stato di diritto.

Una delle sfide europee di questo decennio sarà quello di trovare per l’area balcanica soluzioni di cooperazione regionale, di incremento dei collegamenti commerciali ed infine l’integrazione nel mercato e nel sistema politico europeo.

I Balcani hanno sempre guardato all’Occidente. Spetta ora all’Europa prendere posizione e svolgere un ruolo fondamentale fatto di concretezza, serietà e determinazione per concludere finalmente un percorso ventennale: accogliere i Balcani occidentali nella grande famiglia europea.

Il fattore più importante è come sempre il tempo e si spera che questa crisi abbia insegnato qualcosa a tutti in fatto di cooperazione ed efficienza.

 

Giuseppe Vito Ales

 

Bibliografia

Csaky K. (2020). Dropping the Democratic Facade. Nations in Transit 2020. Freedom House.

European Commission, European Council. Dichiarazione di Zagabria, 6 maggio 2020.European Commission (29 apr. 2020). COMMUNICATION FROM THE COMMISSION TO THE EUROPEAN PARLIAMENT, THE COUNCIL, THE EUROPEAN ECONOMIC AND SOCIAL COMMITTEE AND THE COMMITTEE OF THE REGIONS. Support to the Western Balkans in tackling COVID-19 and the post-pandemic recovery.

Emmott R. (6 mag. 2020). EU offers more aid, membership to Balkans in riposte to China, Russia.

Jackoby, W. (2015). Chinese Investment in the Balkans. In Re-imagining the Silk Road. Council for European Studies.

Tafuro Ambrosetti E. (2020). There is Life Beyond the EU: Russia, Turkey and China in the Western Balkans. ISPI

Tonchev P. (2017). China’s Road: into the Western Balkans. European Union Institute for Security Studies (EUISS)

Vladisavljev S. (2020). Serbia the focal point of Chinese ‘’mask diplomacy’’ in the Western Balkans. European Western Balkans

World Bank Group. The Economic and Social impact of COVID-19. Western Balkans Regular Economic Report. N.17.

Vuksanovic V. (April 24, 2020). Fear drives the state’s response to COVID-19 in Southeast Europe not the import of a Chinese model. LSE IDEAS

[1] in italiano “Autodeterminazione”

[2] Albania, Bosnia-Herzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo.

[3] fonte: Commissione Europea.

[4] Grafico 1: Investimenti diretti Esteri dagli Stati membri dell’UE verso Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo. (fdi Markets)

[5] Grafico 2: Investimenti diretti Esteri della Repubblica popolare cinese in Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo. (fdi Markets)

[6] Information and Communications Technology.

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