#RadioAut – Lia Pipitone e la strada per la giustizia



È arrivata il 10 giugno la conferma della condanna a 30 anni per i boss Vincenzo Galatolo e Nino Madonia per l’omicidio di Lia Pipitone, giovane donna di 25 anni uccisa il 23 settembre 1983 nel corso di una finta rapina. Il padre, il boss mafioso Antonino Pipitone, acconsentì all’uccisione della figlia. La seconda sezione della Corte di assise d’appello di Palermo ha segnato così un altro significativo passaggio nella lunga strada per l’affermazione della giustizia. Emozionata ne ho seguito la notizia perché ci sono storie che ti si attaccano addosso e non ti mollano. Che aprono domande, interrogativi stringenti e si amplificano dentro di te per la loro portata. A me è successo con la storia di Lia Pipitone sin da quando qualche anno fa il figlio di Lia è venuto a parlarne nel liceo in cui insegno. Allora, insieme a Mari Albanese e Adriana Argento, presentava il suo libro “Se muoio sopravvivimi”, scritto insieme al giornalista Salvo Palazzolo. Da quel giorno è iniziato tutto, la vita e la morte di Lia sono diventate per me oggetto di ricerca, di discussioni, lavoro e condivisione con colleghi, allieve e allievi. Insomma, una di quelle vicende che, appunto, ti si attaccano addosso e non ti mollano e che mi ha condotta fino a scriverne nel mio libro “La ragazza che sognava la libertà” (Gruppo Editoriale Raffaello), convinta come sono della forza e del potere della narrazione. Immaginavo questa giovane, appassionata, nel fiore della sua esistenza costretta a sottostare a divieti e costrizioni ossessive da parte del padre boss mafioso. E immaginavo la sua caparbia volontà di resistere, ostinatamente resistere per costruire la vita che voleva. Per me che ho sempre considerato la libertà un valore indiscusso, che ricordo ancora una lunga diatriba con mio padre per un semplice ritardo serale fino a quando lui non aveva ceduto, non era concepibile che una giovane donna fosse costretta a rinunciare alle sue libere scelte e che per questo avesse perso la vita. Chi era Lia Pipitone, quale era stata la sua esistenza, quali fuochi aveva acceso, quali mostri aveva combattuto?

Le domande, tutte, umanissime, emotivamente cariche di tensione tornavano sempre a Lia, giovane donna che avrebbe voluto vivere come le altre della sua età, che sin da bambina era rimasta orfana di madre a 11 anni, che era vissuta sotto il controllo strettissimo del padre, boss che contava, consigliere della potente famiglia dei Galatolo del quartiere Acquasanta di Palermo. Ecco, la storia era diventava torbida, alla lucentezza dei capelli biondi di Lia si opponeva il terrore nero di brutte storie di mafia. Al desiderio legittimo della libertà si contrapponeva il comando cieco, l’autoritarismo della peggiore specie. Le convenzioni, i dogmi mafiosi non si potevano contraddire e l’agire di Lia, le sue decisioni avevano messo in discussione l’obbedienza. Obbedienza senza via d’uscita che per la mafia è necessaria alla sua stessa sopravvivenza. Che siano killer, picciotti, manovalanza, spacciatori, affaristi, politici, che sia una figlia non fa differenza. Sottomissione e obbedienza garantiscono il regime della paura e del potere.

Bisognava quindi raccontarlo, ai giovani e alle giovani, soprattutto. Bisognava ripercorrere l’infamia di quegli anni, dei decenni ‘80 e ‘90 che portarono alle stragi del 1992, scavare nei meandri degli omicidi, delle strategie diaboliche, cercare le parole che contenessero l’orrore della vicenda di Lia Pipitone e poi le lotte per l’affermazione della giustizia che ne seguirono fino al 2018, anno in cui, finalmente, è stata dichiarata vittima di mafia. Alla stregua di una tragedia greca, i valori etici erano stati sovvertiti, la ὕβρις aveva superato ogni limite, e la storia di Lia è quindi diventata emblematica perché porta con sé tante altre storie che molti non conoscono e che devono uscire dal silenzio. Storie che dal privato irraggiano di significati un intero organismo sociale e culturale i cui codici sono ancora oggi e per sempre inammissibili. Pensare, agire in modo meno superficiale, considerare le cose non solo attraverso i giornali, i media, i discorsi stereotipati, educare a riconoscere le logiche mafiose è un compito degli adulti chiamati a vigilare perché se da una parte oggi, certamente, le nuove generazioni sono molto più informate e conoscono termini e fatti di cronaca, d’altra parte la conoscenza a volte è vanificata da sistemi di facciata e da retorica, cosa che, ancora una volta, favorisce le logiche mafiose.

Quello che serve, più che mai, è la modificazione dei comportamenti, la costruzione di una coscienza civica fondata sull’idea del bene comune. La mafia e i fenomeni che ne conseguono o che sono a questa assimilabili in termini di corruzione e malaffare determinano conseguenze così capillari che oggi serve un’opera altrettanto capillare. Abbiamo questa responsabilità tutte e tutti, lì dove siamo.

Clelia Lombardo, Scrittrice e docente

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