Cina: da nazione isolata a leader globale. Una questione di leadership e di visione a lungo termine


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Un elemento fondamentale della “ricetta” cinese per lo sviluppo economico e la leadership tra le nazioni è il tempo, o, per dirla meglio, la lungimiranza e gli obiettivi a lungo termine.

Lo sviluppo della Cina così come la conosciamo oggi è il risultato di anni di decisioni che, giuste o sbagliate, criticabili o meno, si sono rivelate vincenti. Molti, tra gli studiosi, i giornalisti e i politici, spesso in Occidente, hanno sostenuto che ciò è stato possibile grazie alle sofferenze di milioni di persone, al disprezzo per i diritti umani e agli enormi costi per l’ambiente. Ma non è forse vero che, ad esempio, la celebre rivoluzione industriale britannica, o le fiorenti attività delle multinazionali occidentali nei Paesi in via di sviluppo, in passato e oggi, si basano sulle stesse fondamenta? (si veda la storia del colonialismo o della tratta degli schiavi) Il criterio dei “due pesi e due misure” contrasta con la nuda verità dei fatti, che non permette interpretazioni: non viviamo, purtroppo, in un mondo perfetto.

Concentrandosi sulla capacità di Pechino, di perseguire strategie a lungo termine con relativo successo, vale la pena ricordare i punti chiave dell’esperienza dei governanti cinesi. Dagli anni della prima classe dirigente del Partito comunista cinese di Mao Zedong, siamo passati attraverso congressi di partito, in cui ci sono state generazioni molto diverse che hanno avuto la capacità di ridurre in modo sorprendente il divario con le economie sviluppate.

Dal 1949 (in quest’anno Mao ha proclamò l’istituzione della Repubblica Popolare Cinese alla fine della guerra civile cinese) ad oggi la Cina è cambiata completamente: la classe dirigente del partito comunista di Mao Zedong era composta da rivoluzionari la cui formazione politica e culturale è avvenuta in un periodo storico caratterizzato dalla caduta degli imperi e da una Cina controllata da potenze coloniali straniere. L’attuale classe dirigente di Xi Jinping è composta da molte personalità cresciute durante la rivoluzione culturale cinese e le progressive riforme di apertura, la cui formazione è caratterizzata da esperienze manageriali nel mondo della finanza e degli affari. Spesso laureati in università nazionali e straniere di alto livello. Ma prima di loro la storia politica cinese è passata attraverso la leadership di Deng Xiaoping negli anni ‘80 e le sue riforme economiche che hanno portato la Cina a una pesante industrializzazione e all’apertura alle imprese straniere (le esperienze delle joint venture sono state e sono una parte fondamentale dello sviluppo economico cinese) rendendo la Cina una vera e propria fabbrica a basso costo a livello globale. Negli anni ’90 Jiang Zemin ha permesso di entrare nel partito a persone provenienti dal mondo degli affari, negli anni 2000 Hu Jintao ha iniziato a moderare l’eccessiva crescita economica cinese riequilibrando le disuguaglianze sociali principalmente attraverso l’educazione scientifica.

Ora Xi Jinping, dal suo primo mandato all’inizio del 2010, ha assunto il compito di guidare il Paese verso una società post-industriale. Un compito che certamente richiederà molti anni e che, che ci piaccia o meno, è sostenuto dal sistema non democratico cinese che, nonostante i limiti di una macchina burocratica pachidermica, permette di completare con relativa efficacia le strategie quinquennali decise dai vertici del partito, senza gli “ostacoli” del compromesso tra le diverse forze politiche, i rallentamenti del processo decisionale e lo smantellamento da parte delle successive legislature, tipici dei regimi democratici. Un sistema non democratico che, attraverso la riforma costituzionale, ha permesso a Xi e al suo “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” (il cui obiettivo dichiarato, tra gli altri, è quello di superare economicamente gli Stati Uniti entro il 2035 – così come gli Stati Uniti hanno superato l’Impero britannico alla fine del XIX secolo) di entrare nella costituzione insieme a Mao e Deng, eliminando ogni tipo di vincolo politico. Se da un lato questo è apparso a molti osservatori, soprattutto occidentali, una sconfitta per lo Stato di diritto cinese, dall’altro è anche vero che da questo punto di vista la Cina si è dimostrata davvero ostinata nell’applicare lo Stato di diritto in azioni massicce di lotta alla corruzione.

Soprattutto durante il primo mandato, l’amministrazione Xi ha portato a un riequilibrio di costi e prezzi, a un incentivo per la tecnologia interna e per i marchi nazionali, ma ha anche avviato la promozione, attraverso discorsi e accordi, di una Cina attenta al destino dell’ambiente e promotrice di uno sviluppo eco-sostenibile caratterizzato dall’uso di tecnologie “verdi” e da una cooperazione internazionale eco-compatibile: basti pensare alla storica firma cinese dell’accordo sul clima di Parigi 2015 (Cop21) nonostante il malcontento dell’amministrazione Trump sulla questione e le sue minacce di ritiro.

A tutto questo si aggiunge, ovviamente, il “sogno cinese” di “una società moderatamente prospera ” entro la fine del 2020, dichiarato più volte da Xi durante i discorsi ufficiali, da raggiungere attraverso un aumento del Pil pro capite anche con un rallentamento della crescita, che è visto come una caratteristica normale delle economie post-industriali. Inoltre, l’obiettivo è quello di rovesciare il rapporto degli investimenti esteri, per affermare la Cina come fornitore di investimenti piuttosto che come Paese beneficiario.

È in questo quadro che si inserisce la Belt and Road Initiative, insieme a una altrettanto ampia strategia di cooperazione finanziaria internazionale, riconoscibile in istituzioni come la New Development Bank (NDB), il Silk Road Fund (SRF) e la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) , che potrebbe avere il ruolo di includere e rappresentare gli interessi anche di quelle economie in via di sviluppo che troppo spesso sono rimaste ai margini dei processi decisionali, o vincolate da condizioni, trasformando la globalizzazione in un sistema più inclusivo. O almeno è quello che auspichiamo.

Il China’s Belt and Road Forum, tenutosi a Pechino nel maggio 2017, ha dimostrato che il sistema BRI ha tutte le caratteristiche per funzionare come piattaforma di integrazione globale: il Forum ha infatti prodotto 32 accordi commerciali e finanziari, e ha registrato la partecipazione di delegazioni politiche di alto livello provenienti da 130 Paesi, con la presenza inaspettata di rappresentanti di Washington, Seoul e Tokyo. Inoltre, erano presenti 70 organizzazioni internazionali. Secondo questi risultati, le speranze sembrano essere ben riposte. È importante, tuttavia, non perdere mai di vista il fatto che si tratta di un processo ancora in corso all’inizio della sua esistenza, la Cina è un Paese caratterizzato da grosse contraddizioni, sul piano economico, energetico e di sicurezza, soprattutto in questo periodo è sotto osservazione il sistema di controllo interno che non di rado sfocia nella repressione. L’obbiettivo a lungo termine, tuttavia, rimane la prosperità della Cina e del suo popolo, sotto la guida del Partito Comunista Cinese, ciò implica la sua sopravvivenza a tutti i costi.

Lorenzo Gagliano,
Dott. In International Relations

Bibliografia

G. W. Kolodko, “Socialism or Capitalism? Tertium Datur”, p.12-13, 2017;
K. János, “From Socialism to Capitalism”, Central European University Press, Budapest – New York, 2008;
Xi Jinping’s speech Delivered at the 19th National Congress of the Communist Party of China, October 18, 2017.
Xinhua reports on President Xi’s report at the 19th Party Congress this morning, Xinhua, October 18, 2017;
Xinhua, “China’s private sector contributes greatly to economic growth”, Mar 6, 2018;
Chinese President Xi Jinping keynote speech at the opening ceremony of the Belt and Road Forum (BRF) for International Cooperation in Beijing, capital of China, May 14, 2017;
China Daily. “Xi Jinping and His Era”, “China Daily”, November 18-19, 2017, p. 5-8;

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