Ritorno al futuro: la (ri)scoperta della potenza cinese


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Il sistema-mondo scricchiola. La responsabilità della RPP

La diffusione del coronavirus nella Repubblica Popolare Cinese (中华人民共和国) e il conseguente rallentamento della sua macchina economica hanno posto l’Occidente davanti ad una dura realtà: il nostro “sistema mondo” (nome che Wallerstein ha dato all’economia globalizzata) dipende ormai anche e soprattutto dalla Cina. Sono ormai ricordi lontani quelli della crisi del 1929, quando un intoppo nell’economia statunitense colpì inesorabilmente l’Europa, evidenziando come il centro si fosse spostato dal Vecchio Continente al Nuovo. In questo caso ci troviamo di fronte ad un “leggero” rallentamento, tuttavia si tratta di un indicatore fondamentale dello spostamento del baricentro geopolitico ed economico.

Una dura realtà svelata: la superiorità della Cina nella storia dell’uomo

Ma ciò che sta accadendo è davvero un evento nuovo, qualcosa che può lasciare esterrefatte le nostre menti occidentali? In realtà, dietro l’epopea della Grande Europa prima e della Grande America dopo, si cela una realtà che la maggior parte degli intellettuali euroamericani ha finto di non vedere: la Cina, per la maggior parte della storia dell’uomo (ad eccezione dei secoli XIX-XX), è stata la più grande potenza economica per PIL e gli scambi intrasiatici furono superiori a quelli intraeuropei. Se si guardano i dati, si scoprirà che il PIL pro capite nel XVIII sec. in Cina era di 228 dollari mentre in Europa arrivava a 150-200 dollari. Agli scambi “interni” si aggiungevano quelli compiuti con altre potenze lontane, tra cui l’Impero romano, dai cinesi denominato Grande Qin (大秦) e successivamente con gli Stati nazionali europei. Dall’oriente, attraverso la Via della Seta, provenivano carovane piene di ferro, seta, bronzo, legni preziosi, cannella, piante medicinali e té.
Oltre che un colosso economico, come ben sanno i gesuiti che dal rinascimento in poi partirono alla volta del gigante confuciano, la Cina fu un punto di riferimento per l’Europa sia in campo umanistico che tecnico-scientifico. Non soltanto gli europei scoprirono un Paese civilizzato la cui cosmologia e storia stavano al di fuori di quella tracciata dalla Bibbia, ma ebbero prova di un impero fondato su forti valori etici e di buon governo che non provenivano da alcuna rivelazione. Il confucianesimo, la grande corrente politico-morale della Cina, venne visto come una sorta di “religione teista” capace di guidare le menti di sovrani illuminati. A questo si aggiunse un sistema meritocratico che consentiva a tutti di poter scalare la stratificazione sociale; un esempio è l’esame di Stato che valutava la preparazione dei candidati sui classici confuciani. I mandarini, ovvero i funzionari di Stato, erano più che dei tecnici dell’amministrazione delle personalità-modello, capaci più degli altri di far propri gli ideali confuciani. A questo si ricollega una differenza fondamentale tra l’approccio filosofico cinese rispetto a quello europeo, che Leibniz aveva ben evidenziato: se gli europei eccellono nell’aspetto contemplativo, i cinesi primeggiano nella filosofia pratica, ovvero nel calare le teorie morali e politiche nella vita concreta; da qui la capacità dei funzionari di svolgere al meglio il loro compito di amministratori. Tutte queste idee e qualità vennero apprezzate e idealizzate dai philosophes che andavano alla ricerca di una religione razionalista e perseguivano il sogno di una società non fondata sul privilegio di sangue ma sul merito. Anche nel campo scientifico la Cina poté vantare una superiorità per certi versi schiacciante. La maggior parte delle grandi invenzioni che l’Europa spesso si è arrogata, provenivano in realtà dalla Cina e raggiunsero l’Europa attraverso un’altra grande civiltà, quella islamica (persiana, araba, turca). Basta menzionare la balestra come arma individuale, la trivellazione profonda, la porcellana, i mantici a pistoni, bussole magnetiche di vario tipo, la sospensione cardanica, il timone diritto di poppa, la polvere da sparo, la carta, la stampa xilografica, la stampa a caratteri mobili.

Il mondo arranca: il blocco dell’import/export del Dragone

In base a questa premessa, è possibile adesso guardare al dato economico con un occhio più onesto e aperto al mutamento. La Cina negli ultimi dieci anni ha raggiunto risultati da record. I più importanti riguardano l’economia: dal 2010 è la seconda economia mondiale per PIL aggregato senza qualificazioni e da ottobre 2014 è la prima per PIL a parità di potere d’acquisto (PPA). È inoltre il primo detentore del risparmio, il primo investitore estero, sia dei capitali in entrata sia di quelli in uscita, il primo operatore nell’ambito delle materie prime, il più grande Paese manifatturiero e il maggiore produttore e consumatore di prodotti agricoli, in grado di dar da mangiare a circa il 20% della popolazione mondiale con solo il 7% delle terre coltivabili, il maggior paese esportatore e il primo operatore commerciale internazionale, essendo la somma delle sue importazioni ed esportazioni maggiore di quella di qualsiasi altro, inclusi gli USA: il volume degli scambi cinesi vale oltre il 10% del commercio planetario.
Non c’è da stupirsi, dunque, che l’Occidente non sia rimasto indifferente alla crisi del “gigante rosso”. A causa della chiusura di migliaia di fabbriche e con 60 milioni di persone in quarantena per via del Covid-19, il Dragone ha subito un duro colpo alla sua ascesa economica. Secondo l’Oxford Economics nel primo trimestre dell’anno, il virus causerà la diminuzione di due punti del PIL del Paese, facendo calare parallelamente la crescita al 5,4 %, invece che il 6 % previsto. Ed essendo il fautore dell’un terzo della crescita globale, con una quota percentuale superiore a quella di USA, Giappone ed Europa messi insieme, il PIL mondiale verrà fiaccato dell’1,8%. Dal punto di vista meramente industriale, la Cina ha smesso di essere solo un produttore di giocattoli di plastica e magliette a basso costo da più di un decennio. La sua espansione nel settore chimico e automobilistico, in particolare nella progettazione e produzione di componenti, in quello dell’elettronica e del tessile di alto livello e la nascita di industrie delocalizzate, hanno reso il mondo suscettibile alla sua stabilità e il blocco delle sue fabbriche sta causando l’inceppamento delle più grandi industrie globalizzate, carenti dei pezzi e delle materie principali per l’assemblamento. Tra i tanti esempi spiccano quelli di Apple e Samsung, i due colossi big tech che hanno visto chiudere i loro stabilimenti di Shenzhen (深圳) e sono stati costretti a sbarrare i loro store e uffici a causa dell’epidemia fino al 14 febbraio. Un altro grosso settore colpito è quello dell’aviazione. Secondo i dati dell’International Air Transport Assosiation le compagnie aeree hanno registrato un calo di passeggeri nella regione Asia-Pacifico del 13%, causando la perdita di 30 miliardi di dollari.

Conclusione

Di fronte al dato di fatto, l’Occidente non può più illudersi di essere la sola protagonista della storia mondiale ma deve iniziare ad agire nell’ottica di un mondo multipolare e ad accettare che la bilancia pende verso Oriente, sfruttando le opportunità che provengono da questo nuovo clima economico fatto di un mercato in forte espansione, che non comprende solo la Cina, ma tutto l’oriente sinico-confuciano, ovvero l’insieme di quei territori che sono stati plasmati dalla civiltà cinese, ovvero Giappone, Corea, Singapore e Vietnam.

Giuseppe Puleo

Direttore del Dipartimento Ricerca e Studi

 

Bibliografia:
Mazzei F. & Volpi V., Asia al centro
Scarpari M., Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato
Wallerstein I., The Modern World-System
Sitografia:
Il Sole 24 Ore: www.ilsole24ore.com
International Air Transport Assosiation: www.iata.org
Oxford Economics: www.oxfordeconomics.com
The Guardian: www.theguardian.com

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