Le radici strutturali della crisi tra Russia e Ucraina


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Le tensioni sullo stretto di Kerch (che separa il Mar Nero dal Mar D’Azov) tra Russia e Ucraina hanno messo in evidenza l’insignificanza della politica estera dell’Europa, appiattita su un atlantismo istintivo; ma d’altra parte non è facile stabilire cosa sia l’Europa in termini geopolitici e le timide proposte di distensione verso la Russia avanzate dall’Italia – che si barcamena tra attestati di fedeltà atlantica e proposte di distensione con Mosca – non sono state sufficienti a stimolare un dibattito serio sulle relazioni euro-russe all’interno dell’Unione Europea. 

Le due controparti hanno presentato versioni opposte in merito all’intercettazione e al sequestro dei navigli ucraini sul Mar d’Azov (quando vi sono porzioni di territorio e di mare contese in un clima di crescente tensione, gli incidenti sono sempre dietro l’angolo) ma il dato rilevante è che Poroshenko abbia fatto subito appello alla Nato affinché mandi forze militari nel porto di Berdyansk (nell’Ucraina sud-orientale, principale porto sul Mar d’Azov insieme a quello di Mariupol, considerati strategici dall’Ucraina), sperando in un’internazionalizzazione dell’incidente e spingendo dunque verso un ulteriore peggioramento delle relazioni tra l’Occidente e la Russia: la cancellazione del vertice fra Trump e Putin al G20 è stata la prima conseguenza delle tensioni russo-ucraine. Come ha scritto Alberto Negri “per un Poroshenko sotto pressione, che sfrutta la legge marziale a fini interni per condizionare o far saltare le elezioni del marzo 2019, la tensione è una necessità: si tratta di far capire agli Usa e alla Nato di essere un asset strategico da proteggere. Vuole, in sintesi, un’investitura internazionale della sua autocrazia e tutto questo secondo lui val bene una pericolosa provocazione incrociata con Mosca” [Negri 2018].

É necessario tentare di comprendere le ragioni strutturali della crisi tra Russia e Ucraina, a sua volta parte di una complessa contesa tra Russia e Occidente, conseguenza della conclusione asimmetrica della guerra fredda. La costruzione del ponte di Kerch – che collega la Crimea alla Federazione Russa – ha suggellato il “ritorno” della Crimea alla Russia (assumendo un alto valore sia strategico che simbolico) e, in termini geopolitici, i fatti contano più dei vuoti proclami. Qualcuno storcerà il naso nel leggere “ritorno” ma dal punto di vista storico è legittimo parlarne in questi termini: la Crimea è russa dai tempi di Caterina la Grande e la città di Sebastopoli è stata insignita del titolo di “gorod-geroj” (città eroina) durante la Grande Guerra Patriottica. Lo storico Aldo Ferrari, in un articolo molto equilibrato del 2015, ha messo giustamente in rilievo come i confini ucraini siano stati disegnati in epoca sovietica, “concepibili all’interno di un contenitore come l’Urss” dato che le frontiere dell’Urss erano amministrative e culturali e non statuali; la Crimea poi è stata aggiunta “in maniera cervellotica” nel 1954 (un anno dopo la morte di Stalin) con una decisione “non propriamente costituzionale e sanata a posteriori” presa da Khrushchev “per dare un segnale di decentralizzazione e di discontinuità con il periodo staliniano” [Ferrari 2015]. Quando Khrushchev donò la penisola di Crimea all’Ucraina facente parte dell’Urss non immaginava di certo una Russia post-sovietica accerchiata da basi Nato (magari presenti nella stessa Ucraina!). 

In foto, la firma del Trattato di adesione della Crimea alla Russia

Lo studioso Richard Sakwa, tra i massimi esperti di Russia, si è infatti espresso nei termini di “riunificazione” e considera la crisi ucraina “only the latest symptom of the long-term failure to reconcile the various interests on the European continent”. Sakwa considera la conferenza di Malta del 1989 come il “ripudio” degli equilibri emersi dalla conferenza di Yalta del 1945 e un momento di transizione simbolico nelle relazioni tra Occidente e Russia: “In other words, Malta was a moment of power transition”; una transizione di potere dalla quale l’Alleanza Atlantica è emersa totalmente trionfante: “Malta was also a moment of transition for Europe, from the geopolitical pluralism symbolized by Yalta to a unipolar security order accompanied by the delegitimation of systemic alternatives” [Sakwa 2015a].  

É dunque legittimo considerare la ‘questione Crimea’ uno di quegli imperativi strategici che uno Stato di dimensioni continentali come la Russia non poteva ignorare e l’azione unilaterale russa in Crimea successiva al golpe di Majdan – poi confermata dal Referendum – non può essere letta esclusivamente tramite la ristretta lente giuridica del diritto internazionale (che, peraltro, l’Occidente è solito rispettare a giorni alterni). Mosca teme (non da ieri) di essere tagliata fuori dai mari caldi e la difesa dei porti di Sebastopoli in Crimea e di Tartus in Siria va letta anche in questo senso. La reazione russa era dunque ampiamente prevedibile. John Mearsheimer, celebre politologo statunitense di scuola realista, in un tanto interessante quanto dibattuto articolo del 2014, ha scritto: 

“Putin’s actions should be easy to comprehend. A huge expanse of flat land that Napoleonic France, imperial Germany, and Nazi Germany all crossed to strike at Russia itself, Ukraine serves as a buffer state of enormous strategic importance to Russia. No Russian leader would tolerate a military alliance that was Moscow’s mortal enemy until recently moving into Ukraine” [Mearsheimer 2014].

Mearsheimer continua invitando provocatoriamente il lettore ad immaginare “the outrage in Washington if China built an impressive military alliance and tried to include Canada and Mexico in it” [Mearsheimer 2014]. Persino Henry Kissinger – che neppure il più russofobo dei commentatori potrebbe tacciare di essere filo-russo o, peggio ancora, “ostile all’Occidente” – ha mostrato di comprendere le priorità strategiche della Russia in riferimento alla questione ucraina fin dallo scoppio della crisi. La Russia del XXI secolo è accerchiata da basi Nato lungo la linea Intermarium che va dal Mar Baltico al Mar Nero e le recenti distensioni con la Turchia di Erdoğan sono puramente tattiche e non danno alcuna sicurezza dal punto di vista strategico nel lungo termine. La Russia ha voltato pagina dopo gli anni bui del decennio eltsiniano quando la povertà e il collasso economico facevano il paio con una semi-scomparsa dallo scenario internazionale. Non a caso diversi commentatori russi hanno paragonato il nuovo ordine successivo alla guerra fredda con le dinamiche punitive della pace di Versailles del 1919 [Cfr. Sakwa 2015b, p. 555]; Evgenij Primakov (ex Ministro degli Affari Esteri ed ex Primo Ministro) ha invece paragonato lo stato della Russia post-sovietica a quello della Russia del XIX secolo dopo la guerra di Crimea, caratterizzato da isolamento, emarginazione e debolezze interne [Cfr. Carrère d’Encausse 2011, p. 73]. Negli anni di estrema debolezza della Federazione Russa, una personalità influente all’interno dell’establishment statunitense come Brzezinski ha finanche immaginato – e auspicato – la decentralizzazione e frammentazione della Russia in tre parti (“Russia Europea”, “Repubblica di Siberia” e una “Repubblica di Estremo Oriente”) per smorzarne le “ambizioni imperiali” ma, di fatto, per rilanciare il primato statunitense in una prospettiva unipolare [Cfr. Brzezinski 1997]. Sempre Brzezinski ne “La Grande Scacchiera” considera l’unica vera opzione geostrategica per la Russia “non un’Europa qualunque, bensì quella transatlantica rappresentata dall’allargamento dell’UE e della NATO” [Brzezinski 1998, pp. 153-154].

La Russia chiede oggi di essere considerata un interlocutore di massimo livello nelle principali crisi internazionali e non una semplice potenza regionale. Come ha scritto Sakwa “East-West relations have certainly not been an engagement between equals, for the simple reason that the West does not consider Russia an equal in political terms” [Sakwa 2015a]. Non è questa la sede per ripercorrere le diverse fasi della politica estera russa dagli anni novanta in avanti ma è opportuno precisare che l’atteggiamento di Mosca nei primi anni 2000 non era per nulla ostile all’Occidente [si veda in proposito Carrère d’Encausse 2009, pp. 58 sgg.]. La guerra in Iraq, le cosiddette “rivoluzioni colorate” e la continua espansione della Nato hanno progressivamente contribuito a mutare l’atteggiamento della Russia ed un primo banco di prova sono stati gli eventi georgiani del 2008. Gli eventi ucraini del 2014 non sono dunque che l’ultimo sintomo del totale fallimento della creazione di una sicurezza comune europea (che includa anche la Russia), conseguenza della conclusione asimmetrica della guerra fredda, quando la Russia è stata trattata quasi da potenza sconfitta militarmente e addirittura c’era chi parlava di “fine della storia”. 

Secondo la prospettiva atlantista la Russia oggi agirebbe da potenza “revisionista” rispetto all’ordine – inevitabilmente precario – emerso alla fine della guerra fredda.  Nel testo della National Security Strategy of the United States of America di dicembre 2017, in particolare nel capitolo intitolato “Preserve Peace Through Strength”, Russia e Cina vengono considerate potenze revisioniste intenzionate a sovvertire l’ordine internazionale. Lo scopo di Mosca non è però quello di sovvertire l’ordine internazionale (come spesso si sente dire anche dalle nostre parti) ma di cooperare con le altre potenze emergenti verso l’edificazione di un assetto internazionale orientato verso il multipolarismo. E’ dunque maggiormente corretto definire la Russia odierna – come fa Richard Sakwa –  una potenza “neo-revisionista”, “questioning neither the basic territorial arrangements of Europe nor even the foundational normative premises on which contemporary world order is based, but demanding a recognition of Russia’s claim to be an equal in that power system and thus a legitimate partner in the stewardship of world affairs” [Sakwa 2015b, p. 571]. 

Nel corso degli eventi ucraini la Russia ha dunque agito in una prospettiva difensiva e, come ha scritto Andrei Tsygankov, un altro grande studioso di politica estera russa, la crisi ucraina ha rappresentato “Putin’s last stand” nella lotta per il riconoscimento internazionale degli interessi e dei valori della Russia: “Russia’s relationship with Ukraine evolved through several stages, and Moscow’s objectives were defensive, aiming mainly to prevent NATO expansion and the inclusion of Ucraine into the alliance” [Tsygankov 2015, p. 295]. Nel 2014 Vladimir Putin, rispondendo alle accuse di violazione del diritto internazionale in Crimea, ha risposto così: “Dicono che stiamo violando le norme del diritto internazionale. Innanzitutto è una buona cosa che loro almeno si ricordano che esiste una cosa come il diritto internazionale, meglio tardi che mai”; da queste dichiarazioni emerge chiaramente, come osserva Sakwa, che la Russia a sua volta considera “revisionista” l’Occidente, il quale non ha esitato a violare il diritto internazionale ogni qual volta gli faceva comodo (la guerra in Iraq del 2003 è soltanto l’esempio più eclatante dalle conseguenze maggiormente disastrose) [Cfr. Sakwa 2015b, p. 573]. La Russia non mette minimamente in discussione il ruolo dell’Onu e afferma di difendere il diritto internazionale contro le ripetute violazioni dell’Occidente: queste ad esempio sono le posizioni della Russia in riferimento agli interventi esterni in Siria; di conseguenza il termine “neo-revisionismo” risulta maggiormente accurato rispetto alla definizione di “potenza revisionista”. Come si legge in un recente editoriale della rivista di geopolitica Limes: “Resta da capire come una potenza in (brillante) lotta per sopravvivere sia percepita minaccia mortale da buona parte degli europei, specie se collocati a ridosso della sua mobile frontiera occidentale” [Limes 2017]. 

Se si guarda alle recenti tensioni russo-ucraine senza tenere conto degli squilibri internazionali post-1989, il rischio è quello di fermarsi ad una comprensione limitata degli avvenimenti. Questa è in fin dei conti la narrazione della gran parte dei media occidentali: viene messa in rilievo soltanto l’assertività russa senza alcun tentativo di comprendere le ragioni profonde degli attriti internazionali. Dopo il “suicidio” geopolitico dell’Urss del 1991, una nuova Russia ancora minata da debolezze interne (che non ha né le possibilità né la volontà di tornare ai fasti di un tempo) sta tornando a farsi sentire nello scenario internazionale, chiedendo di essere trattata da potenza multilaterale eurasiatica, attore indispensabile in caldi scenari di crisi che considera strategici (come il fronte ucraino o quello mediorientale). Ignorarne gli interessi, ascoltando soltanto le sirene dei russofobi, significa mettere un’ipoteca sulla pace e sulla sicurezza europee. Peraltro le tensioni russo-ucraine rappresentano l’epifenomeno non soltanto di un nuovo scontro tra Occidente e Russia ma anche dei progressivi cambiamenti che stanno avvenendo nella scacchiera internazionale dato che l’egemonia globale dell’Occidente a guida statunitense viene gradualmente messa in discussione (si pensi al ruolo dei Brics e in particolare all’ascesa di una potenza mondiale sia economica che militare come la Cina) e non ci è dato sapere in che modo, e a quale costo, si svolgeranno i processi di transizione egemonica.

Invece di proporre nuove sanzioni, peraltro autolesioniste nel caso dell’Italia, bisognerebbe impegnarsi nella stabilizzazione del fronte est-europeo tenendo in considerazione anche le priorità strategiche di Mosca, una su tutte la futura neutralità dell’Ucraina e la sua non adesione alla Nato. 

Federico La Mattina  

https://twitter.com/FedLaMattina?lang=en

 

Riferimenti bibliografici

Brzezinski 1997 = Z. Brzezinski, A Geostrategy for Eurasia, «Foreign Affairs», September/October 1997.

Brzezinski 1998 = Z. Brzezinski, La Grande Scacchiera, Milano, Longanesi & C, 1998.

Carrère d’Encausse 2011 = H. Carrère d’Encausse, La Russia tra due mondi, Roma, Salerno Editrice, 2011.

Ferrari 2015 = A. Ferrari, Tutti i torti della crisi ucraina, in «Attacco all’Ucraina» a cura di S. Teti e M. Carta, Roma, Sandro Teti editore, 2015.

Limes 2017 = Meglio un muro di una guerra, «Limes. Rivista italiana di geopolitica», 12/2017.

Mearsheimer 2014 = J. Mearsheimer, Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault, «Foreign Affairs», September/October 2014.

Negri 2018 = A. Negri, Ucraina, la tempesta (quasi) perfetta per gli Usa di Trump, «il Manifesto», 28/11/2018, https://ilmanifesto.it/ucraina-la-tempesta-quasi-perfetta-per-gli-usa-di-trump/.

Sakwa 2015a = R. Sakwa, The Deep Roots of the Ukraine Crisis, «the Nation», 15/04/2015, https://www.thenation.com/article/deep-roots-ukraine-crisis/.

Sakwa 2015b = R. Sakwa, The death of Europe? Continental fates after Ukraine, «International Affairs», 91.3 (2015), pp. 553-579.

Tsygankov 2015 = A. Tsygankov, Vladimir Putin’s last stand: the sources of Russia’s Ukraine policy, «Post-Soviet Affairs», 31.4 (2015), pp. 279-303.

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