Cracovia, o della nuova Europa.


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Il lungo viale Pawla che dalla stazione centrale di Cracovia giunge fino alla sponda settentrionale della Vistola, attraversa dapprima la “Stare Mesto”, la città vecchia, ancora oggi confinata entro le antiche mura e poi quello che, fino al settembre 1939, era la ricca e florida “città ebraica” di Kazimierz.

Uscendo dalla stazione l’impatto architettonico con la città è inusuale e controverso. Ai moderni e minimali loft si susseguono gli anonimi e spersonalizzati blocchi di cemento dall’inconfondibile retrogusto sovietico, tutto incorniciato dalla minuziosa pulizia dei viali, dei marciapiedi e delle aiuole.

La città del Wawel nella sua mistione architettonica racchiude intrinsecamente l’anima e la storia dell’Europa contemporanea. Oggigiorno, l’antica capitale polacca è il fiore all’occhiello dell’intero paese e non solo. La secolare città del Drago è divenuta nel corso degli anni la città più visitata della Polonia e una tra le più “cool” in Europa. Anno dopo anno milioni di visitatori e pellegrini giungono da ogni parte del mondo per visitare la città. A questo virtuosissimo richiamo turistico però è necessario assolutamente affiancare un virtuosismo dell’intero sistema economico nazionale che da circa quattro anni avvolge l’intera Polonia e, non a caso, il Voivodato della Piccola Polonia, ovvero la regione di cui Cracovia ne è la capitale ne è divenuto il principale motore economico e industriale.

In quasi due anni il PIL polacco è passato dal 2,9% del 2016 al 4,6% di fine 2017, mentre il tasso di disoccupazione si attesta al 7°posto tra le più basse dei paesi dell’ Unione europea.

La Polonia si ritrova così ad affrontare l’inizio di un boom economico senza precedenti, il quale potrebbe portarla ad essere –  nei prossimi 5-10 anni- il nuovo motore industriale dell’intero continente, sfidando – letteralmente- i due pilastri dell’economia dell’Unione: Francia e soprattutto la confinante Germania.

I fattori principali riscontrabili in questo virtuosismo economico potrebbero essere tre e tutti consequenziali.

Il riscatto storico.

La Polonia intesa come stato indipendente nasce in seguito alla fine del comunismo. Fino ad allora il popolo e la società polacca sono sempre stati una nazione sotto il giogo ora dei sovietici, ora dei tedeschi, ora degli zaristi. Uno Stato mai realmente stato fino al fatidico 1989. Ora, da trent’anni a questa parte, grazie anche alla figura di Lech Walesa e della sua Solidarnosc, il popolo polacco è come se si volesse riscattare, una volta e per tutte, la propria appartenenza storica e culturale per molti secoli umiliata e repressa.

 Il nazionalismo polacco.

Ciò che colpisce camminando per le strade di Cracovia è la quasi totale assenza di richiami pubblicitari in lingua inglese. Tutto, o quasi, viene tradotto in polacchi. I fast food americani – KFC, Burger King, McDonald’s o Subway – traducono minuziosamente ogni singola parola. E a questo “nazionalismo linguistico” si aggiunge il nazionalismo politico.

Dal dicembre 2017 Mateusz Morawiecki è diveuto il primo ministro. Esponente del partito nazionalista e conservatore “Diritto e giustizia”, di cui fra gli altri fa parte anche il Presidente della Repubblica Andrzej Duda – natìo di Cracovia -, è succeduto lo scorso dicembre alla compagna di partito ed ex primo ministro Beata Szydlo, la quale usci vincitrice alle elezioni del 2015, con il 37,6% delle preferenze, sconfiggendo la candidata Ewa Kopacz del partito di centro destra e europeista “Piattaforma civica”, il partito dell’uscente Bronislaw Komorowski.

A riguardo sono da ricordare due dati: ovvero il trionfo di “Diritto e giustizia” soprattutto nei collegi della Polonia meridionale, la più industrializzata, e che tale corrente politica ha avuto numerosi proseliti soprattutto tra i giovani polacchi ed è importante sottolineare come, proprio la Polonia, sia il quinto paese all’interno dell’Unione con il tasso di popolazione più giovane.

Sovranità monetaria.

Infine il terzo punto da menzionare è quello della valuta. Ur essendo membro dell’Unione europea dal 2004, la Polonia non appartiene all’Eurozona. La moneta corrente è lo Zloty. Esso è una garanzia per la stabilità del paese al punto che il governo, da anni, proroga l’eventuale adozione dell’Euro a data da destinare, fomentando però aspri scontri con Bruxelles. La maggioranza della popolazione polacca, del resto, è fedele al secolare Zloty e totalmente contraria ad un ingresso nell’Eurozona.

La Polonia, dunque, sta aprendo un nuovo fronte nelle politiche dell’Unione se non addirittura, essere la promotrice del blocco di stati dell’est sta riscattando e ricostruendo la propria economia e la propria società. Un “New Deal” in salsa orientale che unisce ed accomuna le economie di quei paesi che fino a meno di trent’anni fa fungevano da confine tra i paesi del Patto Atlantico, occidentali, capitalisti e filoamericani e quelli orientali, comunisti e sotto l’influenza sovietica. Questa nuova cortina di ferro che dal Baltico attraversa la Cechia, l’Austria, l’Ungheria, la Serbia terminando nelle coste bulgare del Mar Nero se da una parte alla disfacente globalizzazione comunitaria europea preferisce un Europa nazionalista e globalizzata, dall’altra (strategicamente parlando) i vecchi fantasmi e le paure dei giorni della Guerra Fredda rendono “necessarie” se non quasi “obbligatorie” la loro appartenenza a questi utopica e fallace Unione Europea, un tempo meraviglioso progetto di unità tra i popoli; oggi castello di carte in procinto di cadere.

 

Emanuele Pipitone

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