Escalation: Walzer di provocazioni tra Washington-Pyongyang


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North Korean senior military officials arrive for the opening ceremony of the Cemetery of Fallen Fighters of the Korean People’s Army (KPA) in Pyongyang July 25, 2013, as part of celebrations ahead of the 60th anniversary of the signing of a truce in the 1950-1953 Korean War. REUTERS/Jason Lee (NORTH KOREA – Tags: ANNIVERSARY MILITARY POLITICS)

Escalation: Walzer di provocazioni tra Washington-Pyongyang

La volontà da parte del regime nord Coreano di continuare ad investire ingenti risorse, in termini di uomini e mezzi, nel proprio programma nucleare militare è una notizia che ultimamente ha monopolizzato l’attenzione della stampa internazionale, che ha posto sotto i riflettori ogni minima oscillazione dell’attività sismica a nord del 38° parallelo notificando all’opinione pubblica ogni test, ogni prova balistica, ogni attività sospetta da parte del governo di Pyongyang.

Per la verità, malgrado la recente fortuna mediatica di cui ha goduto il programma missilistico nord coreano, le origini di tale volontà di potenza vanno ricercate negli anni ’50, momento in cui gli equilibri di potere nel sud est asiatico erano tutt’altro che certi e l’Unione Sovietica, condividendo le prime tecnologie per avviare il programma nucleare di Pyongyang, cercava di far leva sulla Cina e sulla nord Corea per estendere la propria influenza nella regione. Dagli anni ’50 in poi, seppur con sorti alterne e con arresti improvvisi correlati alle pressioni diplomatiche occidentali, il programma nucleare nord coreano ha fatto passi da gigante, giungendo nel 2017 a lanciare per la priva volta nella storia del piccolo paese un missile balistico intercontinentale (ICBM) in grado di poter trasportare un’ogiva nucleare in grado di colpire molto al di fuori del proprio settore d’influenza, aprendo la strada a possibili scenari tattici veramente difficili da cogliere in tutte le loro sfumature.

Procedendo con ordine nel solo 2017 la nord Corea ha condotto i seguenti test:

-11 Febbraio: lancio del primo missile balistico a medio raggio (inabissatosi nel mare del Giappone)

-6 Marzo: lancio di altri quattro missili a medio raggio (tutti e quattro inabissatisi nel mar del Giappone)

-15 Aprile: nuovo lancio di missile a medio raggio diretto verso il Giappone (esploso pochi minuti dopo il decollo)

-23 Giugno: viene testato un nuovo motore per razzi nella base di Pukchang, gli analisti occidentali ritengono si possa trattare di un nuovo vettore intercontinentale.

-4 Luglio: primo lancio di missile ICBM, compie un volo di circa 37 minuti e raggiunge un’altezza di 2111.5km, secondo il comando di difesa aereo sud coreano tale vettore avrebbe potuto potenzialmente lambire le cose dell’Alaska, le Hawaii e Seattle.

-29 Agosto: lancio di un missile balistico a medio raggio progettato per il trasporto di testate nucleari. Sorvola lo spazio aereo del Giappone spezzandosi in tre parti e finendo in mare dopo un volo di 2.700km.

-3 Settembre: prima esplosione documentata di una bomba all’idrogeno, gli osservatori sismografici a sud della penisola rileveranno una scossa di magnitudo 6.3 seguita da una seconda di magnitudo 4.6.

Queste dimostrazioni di forza bruta sono quasi sempre state accompagnate da esplicite minacce nei confronti dell’occidente, principalmente gli Stati Uniti, che non si sono lasciati sfuggire il pretesto per rinsaldare la loro presenza militare nella regione, adducendo come motivazione il crescendo della minaccia nord coreana ma, di fatto, muovendosi in funzione anti Cinese, arrivando a schierare la super portaerei Ronald Reagan (104.000t a pieno carico) e intensificando i voli di pattuglia da parte dei bombardieri B-2 di stanza nella base aerea di Guam (la stessa che il leader nord coreano aveva promesso di far scomparire in una “nuvola di fuoco” l’esatto giorno di ferragosto ma che è ancora perfettamente intatta).

La diplomazia internazionale si è dimostrata assolutamente non coesa nel trattare la questione nord coreana, limitandosi ad inasprire le sanzioni che da decenni affliggono il piccolo paese asiatico e non riuscendo ad imbastire un tavolo di trattative concreto e paritario fra Stati Uniti e nord Corea, lasciando la gestione di una possibile escalation nelle mani di Donald Trump che attraverso Twitter risponde, con piglio tutt’altro che diplomatico, puntualmente ad ogni provocazione che Kim Jong Un rivolge alla sua persona o all’Occidente in generale.

E’ evidente come la politica aggressiva di Pyongyang costituisca la possibile miccia in un settore geografico dove si scontrano non pochi interessi e dove una possibile reazione militare, da parte di una qualsiasi delle parti chiamate in causa, non possa che provocare il proverbiale effetto domino che produrrebbe scenari certamente non auspicabili. Nel sud est asiatico si scontrano gli interessi della Cina, che da anni ormai cerca di estendere la propria influenza commerciale e strategica nel settore e degli Stati Uniti che possono contare su numerose basi aeree e sul supporto di paesi alleati come la Corea del sud e il Giappone che a loro volta temono la politica aggressiva proveniente dal nord del trentottesimo e il rinvigorito slancio egemonico cinese.

Ed è proprio sulla Cina che la diplomazia internazionale sta cercando di fare leva per comporre la faccenda nord coreana, spronando sempre più incisivamente Pechino a sanzionare il governo di Pyongyang e a tagliare parte dell’export nella speranza di piegare all’obbedienza il regime per fame, ma il governo cinese si muove tutelando i propri interessi geopolitici nel settore ed è improbabile che elaborerà soluzioni realmente efficaci , almeno non prima che gli Stati Uniti non abbiano smantellato il THAAD, un sistema di difesa missilistico schierato nei sobborghi di Seoul col preciso compito di abbattere i missili nord coreani ma che, all’occorrenza, può essere rischierato in funzione anti cinese, cosa che gli USA per “motivi di sicurezza nazionale e salvaguardia dei propri alleati” hanno dichiarato che non hanno intensione di fare.

Le considerazioni a caldo di Hong Yuan, esperto di relazioni USA-Cina all’Academy of social sciences di Pechino, esplicano bene la posizione assunta dai cinesi:  “Già il dispiegamento del Thaad è un atto ostile nei confronti della Cina […] qui non si tratta di una semplice difesa missilistica, il Thaad fa parte di un sistema di allerta globale pensato in funzione degli interessi USA che minaccia, fra l’altro, anche la Russia. Avventurarsi in operazioni chirurgiche in un’area dove sono presenti almeno due potenze nucleari sarebbe imprudente e pericoloso”

Certamente il regime sanzionatorio nei confronti del governo nord Coreano si è dimostrato del tutto inefficace, principalmente perché la minaccia missilistica per Pyongyang non costituisce soltanto la volontà di gonfiare il petto nei confronti dell’Occidente, bensì la speranza di poter avere una posizione di forza nelle trattative col governo di Seoul e con gli USA, la volontà di uscire da un isolamento internazionale mitigato soltanto dalle forniture dell’alleato cinese (che però inizia ad indispettirsi) e la speranza da parte del regime di mostrarsi saldo e determinato tanto sul fronte interno quanto su quello esterno.  Sia Washington che Pyongyang si sono spinte troppo oltre nelle dichiarazioni e nelle provocazioni e un passo indietro da ognuna delle due parti ne metterebbe seriamente a rischio la credibilità internazionale, bisogna a questo punto sperare nella capacità mediatrice di altri attori statali, come la Russia o il Giappone che, per motivi profondamente diversi, non hanno alcun interesse in un aumento delle tensioni nell’area e che vedono come un ostacolo ai loro interessi sia un aumento della presenza navale statunitense sia un’estensione della sfera di influenza cinese.

Nel frattempo i due grandi protagonisti di questa storia, Kim Jong Un e Donald Trump continuano a scambiarsi offese al vetriolo consapevoli che lo scoppio di un reale scontro armato al momento attuale resta un’ipotesi altamente improbabile: la nord Corea è uno dei paesi più militarizzati del mondo e gli Stati Uniti sanno bene che un intervento armato diretto provocherebbe perdite tali da far sembrare lo sfacelo del Vietnam un piccolo incidente di percorso, dal canto coreano Pyongyang sa bene che qualsiasi azione militare al di là del semplice e provocatorio lancio di missili si tradurrebbe nella totale distruzione della penisola.

Fabrizio Tralongo

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