Come l’accordo Usa – Iran ha cambiato il Medio Oriente


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La fine dell’isolamento
L’accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni, del Giugno 2015, ha segnato una nuova era per gli iraniani e per l’intera regione. Dopo diversi summit e serrate negoziazioni, che hanno riunito al tavolo delle trattative i delegati di Teheran ed i P5+1 (Russia,Cina,Usa,Inghilterra,Francia + Germania), un’intesa è stata raggiunta. L’amministrazione Obama aveva avuto un ruolo importante nell’imposizione delle sanzioni che avevano condotto l’economia iraniana verso una dura recessione. Ed è proprio tale recessione che ha portato Teheran a rivedere le proprie strategie di chiusura e cercare un compromesso con l’Occidente, in modo particolare con gli americani, a seguito sopratutto dell’elezione a sorpresa nel 2013 del “moderato” Rohani. Nel 1979 gli Stati Uniti promossero il primo embargo ai danni dell’Iran, ma le più gravi conseguenze per il paese vennero rilevate proprio dopo le recenti sanzioni promosse dall’Ue, Giappone e Corea del Sud (i “fratellastri americani”) nel corso del 2013. Ed è proprio nel Gennaio 2013 che il ministro del petrolio iraniano riconobbe pubblicamente un calo delle esportazioni che stava costando al paese tra i 4 e gli 8 miliardi di dollari al mese. L’Iran ritenne inoltre di aver subito una perdita di circa 26 miliardi di dollari dalle entrate del petrolio nel 2012, ed un totale di 95 miliardi di dollari soltanto nel 2011. Inoltre, sempre nel 2013, la Banca Centrale Iraniana ha riportato un tasso d’inflazione in crescita, intorno al 22,2%. E con la riforma sui sussidi portata avanti dall’ex-presidente Mahmoud Ahmadinejad il governo ha già ritirato gran parte dei sussidi su elettricità, acqua, gas ed alimenti di prima necessità portando inevitabilmente in alto i prezzi e colpendo allo stesso tempo le imprese e le famiglie iraniane1. L’accordo riporterà in vita l’economia del paese, che riavrà accesso ai 100 miliardi di dollari in fondi che erano stati congelati dalla comunità internazionale mentre Teheran continuava a sviluppare il proprio programma nucleare. Inoltre un fattore anche più decisivo sarà il ritorno iraniano sul mercato del petrolio, con la possibilità di ampliare potenzialmente le proprie esportazioni fino a 300.000 barili al giorno2. Ed il ritorno dell’Iran non sarà legato solo alle sorti del paese in ambito economico, ma anche in quello politico. Infatti nonostante i media mainstream occidentali abbiano messo in luce tale accordo come una grande vittoria dell’Occidente, in realtà questo ha riproposto il ritorno di una grande potenza regionale, storicamente antagonista degli alleati occidentali nella regione (Israele e Sauditi in primis), che si sono sempre dimostrati contrari all’accordo.
La diplomazia è il marchio dell’amministrazione Obama
L’amministrazione Obama ha comunque mostrato grande determinazione, in primo luogo portando gli iraniani al tavolo delle negoziazioni, e poi trovando un comune accordo per convincerli ad interrompere le loro sospette attività di arricchimento dell’uranio. Anche se l’Iran ha da tempo sostenuto il processo di arricchimento dell’uranio come una tecnologia volta al mantenimento della pace, l’Occidente lo ha sempre guardato con scetticismo. Nel corso della storia, ed ancora oggi, Teheran ha finanziato attori non statali come Hezbollah in Libano ed Hamas in Palestina e per far in modo che il conflitto non raggiunga un livello successivo con la possibilità di una guerra nucleare in Medio Oriente, questo ipotetico piano B doveva essere contenuto, sopratutto dal punto di vista americano. Gli Stati Uniti sulla spinta di Obama hanno drasticamente diminuito l’interventismo nella regione, sia per l’estrema complessità nella risoluzione dei conflitti, basti pensare al conflitto siriano, e sopratutto per non ripetere gli errori dell’amministrazione Bush. Hanno quindi optato questa volta per la diplomazia e le negoziazioni. Ed anche le Nazioni Unite, attraverso le parole del portavoce del segretario generale Ban Ki Moon, hanno pubblicamente apprezzato questo “modus agendi”: “Questo risultato dimostra che le preoccupazioni rispetto alla proliferazione nucleare vengono affrontati meglio attraverso il dialogo e una paziente diplomazia”, aggiungendo poi: “Si tratta di un traguardo significativo che riflette uno sforzo di buona fede da entrambe le parti al fine di adempiere agli impegni concordati”3.
La reazione dei “vecchi” alleati
Se l’accordo avrà senz’altro degli effetti positivi per Teheran (tenendo sempre in considerazione le possibili reazioni delle altre potenze regionali) , potrebbe invece rivelarsi un’arma a doppio taglio per gli equilibri mantenuti da Washington in un’area così calda come quella mediorientale. Tra i più delusi dal sopracitato accordo ne escono infatti gli storici alleati americani, Israele ed Arabia Saudita, e le loro reazioni, alcune già da qualche tempo tangibili, stanno cambiando lo scenario geopolitico del medioriente. Che i sauditi non abbiano preso bene le sorti dell’accordo è apparso evidente anche durante la visita di Obama a Ryad, nell’Aprile 2016, quando il re Salaman non si fece trovare ad accogliere il presidente americano al’”King Khalid International Airport” mandando al suo posto il governatore della capitale Faisel bin Bandar. Tra le molteplici motivazioni che hanno condotto il re saudita ad una simile mossa dal forte simbolismo politico non ci sarebbe solo la versione ufficiale dell’assenza, ovvero l’accoglienza ai paesi del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo, ma anche un report di “28 pagine” stilato dal Congresso americano su una possibile complicità saudita rispetto agli accadimenti dell’11 Settembre, oltre che il sopracitato accordo. Sembra infatti che i sauditi guardino ormai avanti a nuove strategie nella regione senza il sostegno degli americani, considerati un alleato troppo imprevedibile nonché poco affidabile. L’accordo con l’Iran è stato considerato come un secondo tradimento di Washington, dopo che nel 2003 a seguito dell’invasione dell’Iraq gli americani non ostacolarono l’ascesa al potere di gruppi sciiti a Baghdad fortificando l’asse con Damasco e Teheran (con l’appoggio degli Hezbollah libanesi e quello esterno di Mosca)4. Questo perché la linea guida della geopolitica saudita in Medio Oriente è sempre stata fondamentalmente basata sul rafforzamento della coalizione sunnita, la quale seppur sia presente nelle aree di conflitto della regione e goda altresì di una superiorità militare, non ha mai raccolto pienamente i suoi frutti, come ha dimostrato in modo evidente la guerra in Yemen ed in parte anche il conflitto siriano, con l’incapacità di ribaltare Assad.
L’ “oro nero” come arma geopolitica
Inoltre i sauditi stanno conducendo una battaglia che nel lungo periodo potrebbe rivelarsi pericolosa anche per le loro stesse sorti: quella legata al prezzo del petrolio. Essendo i primi produttori di greggio su scala globale, nonché uno dei membri più influenti dell’OPEC, i sauditi hanno promosso una strategia basata sull’aumento della produzione e sul crollo dei prezzi. Questi infatti sono passati dai 111,84$ al barile del giugno 2014 ai 49$ del gennaio 2015, fino a toccare un picco negativo di 31,87$ al barile del gennaio 2016. E nonostante sembrano ad oggi stabilizzarsi intorno ai 45$ al barile gli esperti non prevedono clamorosi rialzi, anche se da questa situazione è apparso più che chiaro il fatto che il prezzo del greggio vada ben oltre le classiche regole della domanda e dell’offerta, dimostrandosi invece una scelta fortemente politicizzata. Nel mirino del governo di Riad ci sarebbero i Russi, primi alleati di Teheran, gli stessi americani, negli ultimi tempi particolarmente impegnati nell’estrazione dello “shale oil”, ed ovviamente gli iraniani, appena rientrati nel mercato degli idrocarburi con la fine delle sanzioni, e che potrebbero essere i più penalizzati dall’abbassamento dei prezzi5. Ma a dimostrazione della pericolosità delle scelte di Riad va rilevato che perseguendo questa strategia al ribasso soltanto nel 2015 i sauditi hanno stimato perdite fino ai 150 miliardi di dollari, bruciando parte delle riserve accumulate negli anni.
Israele ed Arabia Saudita: la strana coppia
Ma ad un progressivo allontanamento dagli americani, il cui futuro comunque dipenderà dall’esito delle prossime presidenziali, ha corrisposto un rafforzamento dei rapporti con un altro storico alleato nella regione, Israele. Gli israeliani potrebbero infatti giocare un ruolo importante anche nelle più recenti mosse geopolitiche dei sauditi, i quali approfittando del deficit economico egiziano e dei buoni rapporti diplomatici con al-Sisi hanno giovato della “concessione” delle due isole sul Mar Rosso, Tiran e Sanafir, in cambio di un maxi piano di investimenti promesso dal Re Salman, accolto con calore durante la visita in Egitto dello scorso Aprile6. Entrambe le isole, seppur quasi totalmente disabitate, hanno un ruolo strategico nello scenario mediorientale in quanto costituiscono l’accesso di Israele al Mar Rosso, e d’altra parte si trovano all’ingresso del golfo di Aqaba dove gli israeliani hanno alcuni dei porti più importanti. Le due isole furono occupate da Gerusalemme nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni e poi restituite a Il Cairo nel 1982 in seguito agli accordi di pace di Camp David. La recente rivendicazione saudita va letta ancora una volta come sintomo delle paure regionali di Riad nei confronti degli iraniani, i quali hanno il grande vantaggio geostrategico del controllo dello stretto di Hormuz, da dove passano un quinto delle fonti energetiche globali. Ed anche se è molto improbabile un tentativo chiusura dello stretto da parte di Teheran, la mossa dei sauditi va comunque vista come una polizza di assicurazione, per avere la possibilità di diversificare le loro esportazioni e rotte commerciali7. Ma un’ulteriore interessante analisi, seppur ai limiti del reale, viene dal Gerusalem Post, una testata israeliana, che spiega come il definitivo controllo delle due isole da parte dell’Arabia Saudita potrebbe aprire le porte alla costruzione di un nuovo canale parallelo a quello di Suez8. La costruzione dovrebbe essere intorno ai 100 km di lunghezza e dovrebbe seguire il confine con la Giordania per poi proseguire verso ovest a circa 80 miglia a nord di Eilat, sarebbe un progetto anche più ambizioso e più grande rispetto a quello di Suez, i cui lavori ad opera dei francesi iniziarono nel 1859 e terminarono dopo 10 anni. Inoltre gli israeliani argomentano che il nuovo ipotetico canale non minaccerebbe i traffici egiziani ma piuttosto sarebbe un plusvalore per la regione perchè potrebbe permettere l’accesso anche a quelle petroliere di supporto che superano la profondità e la larghezza di Suez.
in rosso le isole Tiran e Sanafir
Ma nonostante l’imprevedibilità israeliana sembrerebbe un progetto piuttosto ambizioso da realizzare in un futuro prossimo, anche se ci da un’idea di quella che potrebbe essere l’alleanza più forte del Medio Oriente “post-americano”, quella tra Israele ed Arabia Saudita, sempre considerando che un candidato come la Clinton potrebbe ricucire le relazioni statunitensi con i vecchi alleati, e cambiare nuovamente gli scenari.

Giovanni Tranchina e Nawres Ben Aycha

Note:

  1. http://www.iar-gwu.org/node/428
  2. http://www.bbc.com/news/world-middle-east-35342439
  3. http://www.presstv.ir/Detail/2016/01/17/446068/world-response-jcpoa-implementation-/
  4. http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-04-19/la-guerra-greggio-arabia-e-iran-062537_PRV.shtml?uuid=ACo2mXAD
  5. http://www.huffingtonpost.it/2015/12/09/petrolio-calo-arabia-saud_n_8756220.html
  6. http://www.aljazeera.com/news/2016/04/egypt-give-saudi-arabia-red-sea-islands-160411060631501.html
  7. http://www.middleeasteye.net/columns/why-saudi-arabia-decided-reclaim-its-islands-egypt-now-352329237
  8. http://www.jpost.com/Opinion/An-Israeli-Suez-Canal-393225

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