
Nel cuore della notte mediterranea, a poche miglia da Creta e a centinaia da Israele, motoscafi della Marina israeliana circondano imbarcazioni civili della Global Sumud Flotilla. Equipaggi disarmati alzano le mani, mentre soldati armati salgono a bordo, disturbano le comunicazioni e deviano le navi verso Ashdod. È il 29-30 aprile 2026: 22 imbarcazioni su 58 intercettate in acque internazionali, 175 persone arrestate – tra cui 24 italiani – e aiuti umanitari per Gaza confiscati. Un’operazione che non stupisce più, perché Israele ha eletto l’uso sistematico della forza in alto mare a strategia ricorrente, sfidando le basi stesse del diritto internazionale.
Questa non è un’impresa isolata, ma l’ultimo anello di una catena che si snoda dal raid mortale sul Mavi Marmara nel 2010 – dove persero la vita dieci civili turchi – passando per la Freedom Flotilla del 2025, fino a questa dell’aprile 2026. In ciascun caso, navi dirette a Gaza con carichi umanitari vengono abbordate lontano dalle coste israeliane, con violenza che lascia danni strutturali e umiliazioni per i passeggeri. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce chiaramente che, in alto mare, ogni Stato esercita la giurisdizione esclusiva sulle proprie navi, e solo circostanze eccezionali – come sospetta pirateria privata o tratta di esseri umani – autorizzano un intervento straniero. Qui non c’era nulla di tutto ciò: solo medici, giornalisti e attivisti con farina, medicine e tende per una popolazione assediata.
Eppure Israele persiste, invocando un blocco navale imposto su Gaza dal 2007 come pretesto per agire da unico arbitro. Il Manuale di San Remo del 1994, che raccoglie le consuetudini internazionali applicabili ai conflitti armati sul mare, insegna che un blocco legittimo deve essere dichiarato pubblicamente, efficace contro il nemico e non deve imporre privazioni sproporzionate alla popolazione civile. Deve rispettare i neutrali e gli aiuti umanitari, evitando di trasformarsi in strumento di punizione collettiva. Nel caso di Gaza, rapporti ONU e della Corte Internazionale di Giustizia hanno già stigmatizzato questo blocco come causa di malnutrizione cronica e crisi umanitaria, rendendo ogni intercettazione di “flotille” un’ulteriore trasgressione.
Proprio qui emerge la nozione di pirateria statale, un’interpretazione che la dottrina giuridica contemporanea sta consolidando per descrivere azioni di Stati che, in alto mare, si comportano come privati predatori, sequestrando navi altrui senza alcuna legittimazione internazionale. Pensate al gennaio 2026: gli Stati Uniti inseguono per giorni la petroliera Marinera, battente bandiera russa e parte della cosiddetta “shadow fleet”, fino a sequestrarla nell’Atlantico settentrionale per violazioni sanzionatorie unilaterali. Mosca denunciò un “abbordaggio illegale” in violazione della Convenzione ONU sul diritto del mare, con comunicazioni interrotte e marittimi detenuti. Già qualche tempo fa https://www.imesi.org/2026/01/10/il-sequestro-della-marinera-quando-lenforcement-delle-sanzioni-unilaterali-diventa-pirateria-internazionale/ avevamo analizzato quel caso come potenziale pirateria mascherata da enforcement, un parallelo inquietante con le flotille israeliane: in entrambi, la forza prevale sul dialogo, e le norme universali cedono al potere unilaterale.
La gravità sta nel ripetersi: Israele non impara, non corregge. Ogni flotilla diventa pretesto per un’operazione che ignora la neutralità umanitaria, disturbando comunicazioni, puntando armi e forzando rotte. L’Italia, con 57 partecipanti, vede la Farnesina invocare il “rilascio immediato” senza condannare l’illegittimità intrinseca, mentre Giorgia Meloni attacca duramente la Flotilla stessa, definendola un’iniziativa “inutile” che “non porta benefici a Gaza” ma crea “problemi all’Italia”, minimizzando così la responsabilità israeliana e allineandosi a una narrativa che scarica sugli attivisti il peso dell’incidente. L’Unione Europea resta immobile di fronte a un “atto di pirateria nel Mediterraneo”.
Non si tratta di astrazioni: questo persistente ricorso alla forza erode la fiducia nei mari come spazio di libertà condivisa. Se uno Stato può intercettare navi straniere a piacimento, giustificandolo con “sicurezza”, che ne sarà della Convenzione del 1982? La comunità internazionale deve reagire con indagini indipendenti dell’ONU, sanzioni mirate e la revoca di un blocco che, da diciassette anni, strangola Gaza. Altrimenti, il diritto internazionale non è che un simulacro, e le acque internazionali torneranno arena di prepotenze. La Flotilla non è sconfitta: è un monito che impone azione, prima che sia troppo tardi.

