Morte e pandemia: un mondo trasformato


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Morte, razionalizzazione e impatto con l’individuo: il mondo del Covid-19.


Alfonso Maria Di Nola, illustre storico delle religioni italiano, in “La nera signora-antropologia della morte” (1995), spiega che l’uomo vive come se non dovesse mai morire e la morte sembra un qualcosa che, pur rientrando nei discorsi che quotidianamente si consumano, non viene percepita dall’uomo come un qualcosa di sicuro ed ineluttabile. Fin tanto che non si presenta per davvero, davanti alla propria persona o a terzi a noi cari e vicini. La morte è un avvenimento che non si manifesta nella sua reale drammaticità finchè non tocca le condizioni della tua esistenza da vicino, finchè non entra realmente ed effettivamente in contatto con la tua esistenza. Il Dasein, l’Esserci in quanto essere-al-mondo, su cui Martin Heidegger ha teorizzato e costruito l’impianto teorico del suo Essere e tempo (1927), diventa il soggetto primario di una crisi, diventa il suo reale opposto. Il Dasein, che è propriamente lo stare al mondo, diventa il non-esserci. Il filosofo tedesco, all’interno del suo pensiero sulla fenomenologia della totalità dell’essere, spiega come per manifestarsi una totalità dell’esistenza, la morte deve essere contemplata e razionalizzata come un qualcosa di possibile, come parte integrante della vita. Soltanto in questo modo si potrà vivere in maniera autentica l’esistenza secondo Heidegger. Però l’esistenza non presuppone l’esperienza della morte per via diretta, ma mette in chiara luce il fatto che per far esperienza della morte bisogna farla attraverso la morte degli altri.
Questa dimensione concettuale del fenomeno della morte, come avvenimento possibile, ha trovato ampio spazio per normalizzarsi all’interno di questo mondo abitato, ormai, dal Covid-19. Un mondo dilaniato, piegato sotto tutti i profili istituzionali, gettato nell’assoluto caos sociale e culturale, in cui le masse – rese schizofreniche dalla paura continua ed incessante – si muovono come se fossero magma senza meta. Il Covid-19 non ha soltanto cambiato il mondo recidendolo da un punto di vista demografico e rendendo la morte un qualcosa di reale, fattuale e dato. Esso è riuscito anche a capovolgere e normalizzare una nuova razionalizzazione della morte come fatto soggettivamente esperibile attraverso la propria e singola perdita dello stare al mondo.
La pandemia e le condizioni in cui oggi vive il mondo, hanno reso l’uomo debole, lo hanno portato ad una condizione esistenziale di totale fragilità. Il virus si muove, silente, invisibile e intangibile, nel mezzo della gente che passeggia o che esce di casa per fare footing. Il virus è onnipresente, dappertutto, insidioso e letale. L’uomo ha preso consapevolezza del pericolo che vive e questo lo ha portato a consapevolizzare la morte, non più come un qualcosa di esperibile soltanto attraverso la perdita di qualcuno caro e vicino, ma come un qualcosa che può davvero capitare da un momento all’altro, anche al sé che pensa alla morte degli altri individui. L’impatto sull’individuo è stato davvero devastante e la manipolazione psicologica che i sistemi sociali e di sicurezza hanno portato avanti hanno devastato nel più profondo della psiche il mondo. La paura diventa l’ineffabile moto che crea il pensiero sulle cose, l’altro che sta accanto a me è un possibile untore del Manzoni, la gente che sta in un ambiente circostante al mio rappresenta una possibile motivazione per pensare ad un contagio imminente. L’uomo è un pericolo per l’uomo stesso.
Il mondo che viviamo oggi – affossato in una totale crisi apocalittica che sta generando il mostro del collasso – ci impone di vivere così, immersi totalmente in una dimensione che prevede il linguaggio del conflitto, a causa di un pericolo incombente di fronte ad ogni contatto con l’esterno. Come se fosse un assetto di guerra velato, l’uomo – dalla quotidianità alla permanenza fuori dalla propria casa per varie motivazioni – pensa continuamente e latentemente alla morte, o per meglio dire attraverso le parole di Ernesto De Martino: l’uomo pensa alla “crisi della presenza”[1].
La presenza nel mondo e nella storia di cui parla De Martino si ri-collega fortemente all’Esserci di Heidegger. La pandemia, il segno della morte che alberga tra gli individui, diventa quella forma di negatività che corrobora la paura del non esserci più.
Su questo scenario cupo il morbo schizofrenico della paura genera l’impossibilità di una convivenza sociale tra gli individui, affetti da una continua tensione e pulsione di morte.

Dalla privatizzazione del servizio sanitario alla iatrogenesi clinica, sociale e culturale.

Ivan Illich, nel suo studio intitolato “Nemesi medica – l’espropriazione della salute” (1976), scrive:

La iatrogenesi sociale designa una categoria eziologica che abbraccia molteplici manifestazioni. Insorge allorchè la burocrazia medica crea cattiva salute aumentando lo stress, moltiplicando rapporti di dipendenza che rendono inabili, generando nuovi bisogni dolorosi, abbassando i livelli di sopportazione del disagio o del dolore, riducendo il margine di tolleranza che si usa concedere all’individuo che soffre, e addirittura abolendo il diritto di autosalvaguardarsi[2]

L’autore chiamato in causa parlava negli ’70 e forse mai più potenti di oggi sono state queste parole. In questi ultimi tempi, circa 9 mesi dell’anno 2020, in questo mondo piegato dal nemico invisibile che porta il nome di Covid-19, la iatrogenesi è un qualcosa che esiste e agisce dentro le vite della gente. L’individuo non è più padrone della sua salute e della sua indipendenza fisica, diventa oggetto di una macchinazione che lo reitera come tassello senza coscienza. L’assenza di pensiero critico diventa un modello che si riproduce continuamente, motivo per cui – come accade ormai nel quotidiano – qualsiasi colpo di tosse è un segno che rimanda al virus. Un colpo di tosse o uno starnuto per cause come la rinite allergica, in tempo di Covid, sono segni semiotici che comunicano alla gente elementi per pensare che vi sia il pericolo imminente del contagio. Questa paura che alberga nella vita odierna dell’individuo, come dicevamo nel paragrafo precedente, sta alla base dei “rapporti di dipendenza che rendono inabili” di cui parla Ivan Illich. La burocrazia di kafkiana memoria crea per davvero una cattiva salute, poiché classifica – senza una reale logica basata sul curare l’individuo – l’accesso al sistema sanitario, rendendolo eccessivamente macchinoso.
In Italia vi è un Ssn (Servizio Sanitario Nazionale) tra i migliori d’Europa, definito da Nicoletta Dentico del Manifesto, con grande consapevolezza di fronte allo sfacelo della nostra Nazione, come “uno dei dispositivi istituzionali più rivoluzionari ed efficaci in Europa nel settore del welfare”. Però, in piena crisi da pandemia, ha presentato delle falle problematiche causate da tagli che hanno raggiunto la vetta dei 25 miliardi solo tra il 2010 e il 2020. Uno dei problemi che più ha evidenziato la crisi è stato l’approccio che si ha avuto nei confronti della pandemia, un rapporto che metteva in parallelo salute ed economia, mettendo la prima in seconda posizione. Quando si antepone la dimensione economica della vita di fronte ad una crisi che priva l’individuo di ogni sicurezza, quest’ultima passa implicitamente in secondo piano generando, conseguenzialmente, un accesso differenziale alle cure mediche. Inoltre, se si pensa – com’è stato unanimemente – che l’unico modo per fronteggiare il virus risieda nell’applicazione di norme securitarie per il contenimento (come il coprifuoco o altre procedure, che rappresentano un mezzo rilevante per combattere la pandemia, ma irrisorio se pensato come unica via di fronte alla mole del problema in questione) si preclude l’accesso ad un modo più efficacie per fronteggiare da una parte il male e dall’altra creare dei benefici, a lungo termine, anche per l’economia. Ovvero finanziare la sanità al fine di risollevarla dal suo stato di esistenza degenerato. Se non si agisce realmente così, quel diritto a salvaguardarsi di cui parla Ivan Illich non avrà nessun modo di manifestarsi. Infine, un altro aspetto, che a rigor di logica rappresenta un problema di vera e propria de-crescita, come direbbe Serge Latouche, viene rappresentato dalla totalizzante (e aberrante) privatizzazione di un servizio sanitario. Rendere private le cure che ricongiungerebbero l’uomo alla sua indipendenza significa precluderlo dal naturale diritto alla vita. La privatizzazione dei beni e dei servizi è la degenerazione di un sistema che prevede equità sociale. Nel caso della dimensione sanitaria maggiormente marcato è il tratto somatico di tale degenerazione, poiché se un individuo non ha un reddito adeguato ai costi delle cure necessarie soccombe e aspetta lentamente la morte.
Ivan Illich suggerisce che la medicina è un’impresa morale, essa ha il potere di normalizzare e categorizzare, di fronte ad un sistema sociale, la malattia e darle un senso identificandone i sintomi e fornendone cure adeguate. Essa è speranza e consapevolezza che ci si può realmente salvare di fronte ad un male. Essa è quella forma di de-strutturazione di un negativo che si basa sulla paura e sull’angoscia. Le società primitive, quelle che erroneamente e superficialmente si definiscono come inferiori e che sono vittime ancora oggi dei residui di una storia coloniale, vedono nella pratica medica una dimensione morale. Presso di loro, figure come lo sciamano diventano garanti di una sicurezza e salvaguardia fisica, psichica ed esistenziale, espletando una funzione analoga a quella del medico in un contesto metropolitano ed europeo. Con una morfologia diversa, Ivan Illich, rapportandosi al contesto occidentale lega la medicina alla morale, poiché è in questo senso che deve trovare la sua funzione sociale colui che cura gli individui. Questo ragionamento rafforza l’idea che quando entra il profitto all’interno della sanità, la morale, che dovrebbe foraggiare le intenzioni di un medico di fronte al paziente, viene a mancare.
In fine bisogna comprendere che vi sono tre tipologie di iatrogenesi: clinica, culturale e sociale. Quella che stiamo vivendo adesso è un insieme di tutte e tre le dimensioni. La dimensione clinica della iatrogenesi si manifesta nel momento in cui vi è un accanimento terapeutico che bombarda il soggetto di farmaci, causando nell’ipotesi anche problemi maggiori. In assenza di una reale cura per il Covid-19, potrebbe essere un caso – questo – facilmente esperibile. Per le altre due dimensioni della iatrogenesi la questione diventa poco più complessa. Nel caso della iatrogenesi sociale la salute diventa quasi uno “stereotipo totemico” a partire dal quale, in caso, si riscontrano elementi di devianza. Quando la salute diventa una lente di indagine sociale, allora scatta un comportamento sociale che risulterebbe deviante e schizofrenico, ma che in un contesto come quello pandemico di oggi diventa la normalità. L’uomo si erge a paladino dell’imperialismo diagnostico, privandosi lui stesso di un’autonomia nei confronti della propria condizione psico-fisica. Su questo aspetto ha un gioco determinante, ovviamente, quel velo di paura a cui facevamo riferimento precedentemente. Da qui, per ultimo, si dirama una iatrogenesi di tipo culturale. Illich, riguardo a questo ultimo aspetto, faceva fronte ad un mondo che aveva ridotto il problema del dolore ad un problema meramente tecnico, sostenendo che il dolore fosse un modo rapportarsi alla realtà e non poteva essere misurato in maniera oggettiva. Questo, secondo l’autore, prima l’individuo del diritto di presiedere all’atto di morire. Un ragionamento riscontrabile nel momento in cui, per via di un vero e proprio deficit del funzionamento adeguato di un sistema sanitario come quello italiano e per la mancanza di reparti preposti per un’emergenza pandemica, nel momento in cui si entra dentro una struttura ospedaliera come portatore di un sintomo o si fa presente, a chi di competenza, la presenza dei sintomi da Covid, non si ha la benchè minima idea di dove, in seguito, si verrà trasportati come degenti. Il non rispondere più del proprio diritto di presiedere alla propria morte ristagna in quei “non-luoghi”[3] che sono quei reparti ospedalieri in cui un malato si può ritrovare durante quest’emergenza pandemica.

Maurilio Ginex

 

[1] Per approfondimenti sul tema della “crisi della presenza” vedi E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, 2017.

[2] I. Illich, Nemesi medica – l’espropriazione della salute, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1977, p. 49.

[3] Per un approfondimento sul concetto di “non-luoghi” consulta Marc Augè.

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