L’approccio della NATO per lo sviluppo della sicurezza in Iraq nel quadro della sfida contro il terrorismo internazionale


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La fine della guerra fredda ha segnato per la NATO l’inizio di un percorso di adattamento alle nuove minacce internazionali. Dopo la crisi in Siria e la nascita dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), molti paesi europei e del Medio Oriente hanno percepito il pericolo della minaccia terroristica, incrementata dagli attentati e dal crescente numero di ondate migratorie arrivate nei paesi dell’Alleanza attraverso il Mediterraneo centrale e la Turchia. La NATO, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, ha iniziato un lungo percorso di adattamento, adottando un approccio globale, supportando i paesi membri e quelli partner sopratutto quelli del Medio Oriente e dell’Africa del Nord (MENA). La stabilità in quella zona rappresenta una priorità. Per questo la NATO, durante il vertice di Bruxelles del 2018, ha lanciato la sua missione in Iraq, su richiesta del governo iracheno, al fine di sviluppare le strutture di sicurezza e aiutare le forze del paese a proteggere il loro territorio contro l’ISIL. In questo articolo, in primo luogo, verrà presentato il percorso che la NATO ha seguito per far fronte al terrorismo internazionale. In secondo luogo, sarà fatto un quadro generale del parere degli esperti sulla capacità della NATO di fornire supporto per lo sviluppo della sicurezza. Infine, verrà evidenziato il caso specifico della missione della NATO in Iraq (NMI), esplorandone il fine e le modalità.


  1. Il percorso della NATO nella lotta contro il terrorismo internazionale

Nel 2002, durante il vertice di Praga, i leader della NATO hanno adottato un pacchetto di misure volto ad adattare l’Alleanza alle sfide per combattere il terrorismo. Tali misure includevano una strategia militare per la difesa contro il terrorismo, un piano d’azione di partenariato per far fronte alla minaccia (PAP-T), iniziative di difesa nucleare, biologica e chimica, un piano d’azione per la pianificazione dell’emergenza civile, una strategia difesa informatica, la cooperazione con altre organizzazioni internazionali e il miglioramento della condivisione dell’intelligence[1]. Tuttavia, il primo Strategic Concept risale al 2010, quando durante il vertice di Lisbona i paesi alleati si sono impegnati a rafforzare le proprie capacità al fine di contrastare il terrorismo internazionale, anche sviluppando adeguate capacità militari e fondandosi su un approccio globale (Comprehensive approach) capace di mettere insieme strumenti politici, civili e militari[2] cooperando con nazioni e organizzazioni partner come le Nazioni Unite, l’Unione europea (UE) e l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE)[3]. Nel quadro della politica di contrasto al terrorismo, dal 2017, la NATO ha beneficiato di una maggiore condivisione di informazioni grazie alla cooperazione tra i servizi di intelligence degli stati membri.  Invece la condivisione delle informazioni tra la NATO e le agenzie dei paesi partner è attiva attraverso l’unità di collegamento di intelligence presso la sede della NATO a Bruxelles che migliora il modo in cui l’Alleanza coopera per far fronte alle sfide, migliorando la sua capacità di rispondere ad esse, anche attraverso l’ Hub for the South, che ha la sua base a Napoli, in Italia[4].

Concretamente, il modo in cui la NATO contrasta il terrorismo internazionale si fonda, da un lato, sul Programma di lavoro sulla difesa contro il terrorismo (DAT POW), che mira a proteggere truppe, civili e infrastrutture critiche[5]; dall’altro sul Centro di eccellenza di difesa contro il terrorismo (COE-DAT), il quale funge da organo consultivo dell’ Allied Command Transformation (ACT) su questioni relative al terrorismo e stabilisce relazioni con numerosi organi della NATO e altre entità. Situato ad Ankara, la sua missione è quella di fornire una comprensione globale della minaccia terrorista al fine di adattare la NATO (ma anche altri paesi coinvolti) e  consentirle di affrontare le future sfide migliorando anche le capacità di controterrorismo. Infatti, sin dalla sua inaugurazione nel 2005, il Centro ha collaborato con oltre 2503 docenti, ha condotto 217 attività di istruzione e formazione o attraverso squadre di formazione mobili e ha ospitato oltre 12456 partecipanti provenienti da 108 paesi[6].

In questi ultimi 10 anni la NATO ha fatto quindi considerevoli progressi e le linee guida per contrastare il terrorismo sono elencate nel NATO’s Policy Guidelines on Counter-Terrorism. Quest’ultimo, adottato nel 2012 durante il vertice di Chicago e pubblicato nel 2016, fornisce una direzione strategica alle attività di antiterrorismo in corso in seno all’Alleanza, identifica i principi a cui l’Alleanza aderisce, individua le aree chiave in cui bisogna rafforzare la prevenzione e la resilienza e fornisce un supporto per lo sviluppo di adeguate capacità volte ad affrontare la minaccia terroristica sia all’interno dell’Alleanza che fuori grazie alla cooperazione con i paesi partner e altri attori internazionali. Nel delineare queste linee guida la NATO si è conformata al diritto internazionale, soprattutto ai principi della Carta delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Allo stesso tempo, fondandosi su una base legislativa solida, questa è una misura per supportare, su richiesta, ogni stato membro, anche se spetta a questi la responsabilità primaria di proteggere i propri cittadini. La NATO vuole dunque evitare ogni forma di duplicazione delle competenze statali e si presenta come organizzazione complementare in grado di coordinare e sfruttare le proprie competenze e risorse per rafforzare le azioni delle nazioni alleate e di altri attori internazionali, a seconda dei casi. Per questo, l’Alleanza si concentra fondamentalmente su tre aree principali, quali lo sviluppo delle conoscenze per far fronte al fenomeno terroristico, il miglioramento delle proprie capacità  e l’impegno per riuscire ad arginare il pericolo[7].

L’11 e il 12 luglio 2018, durante il vertice di Bruxelles gli Alleati hanno riaffermato il loro impegno per la lotta al terrorismo, confermando che la NATO ha un ruolo complementare da svolgere supportando gli sforzi internazionali ma anche i suoi paesi membri attraverso un approccio a 360 gradi fondato sulla deterrenza, la difesa e la proiezione della stabilità[8].

  1. Il parere degli esperti

Diversi esperti e accademici negli ultimi tempi hanno mostrato il loro interesse verso la capacità della NATO di adattarsi ai cambiamenti internazionali e quindi anche ai nuovi tipi di minacce che richiedono un approccio globale fondato sulla cooperazione coi paesi che richiedono il supporto dell’Alleanza per arrivare ad una stabilità interna. La capacità della NATO di proiettare stabilità, rafforzando ad esempio lo sviluppo delle strutture di sicurezza di un paese, è confermata dal Colonnello Ian Hope (che vanta un’esperienza di pianificazione operativa e strategica sotto la NATO in Germania, nella guerra del Golfo, nei Balcani, in Africa e in Afghanistan e ora membro del NATO Defence College), che nell’introduzione del saggio “Projecting Stability: Elixir or Snake Oil?” sottolinea che le crisi in alcune parti dell’Africa e del Medio Oriente hanno incoraggiato l’Alleanza ad impegnarsi nella gestione delle fragilità di alcuni paesi[9]. Benedetta Berti (Capo dell’Unità di pianificazione politica presso l’Ufficio del Segretario Generale presso il quartier generale della NATO) e Ruben-Erik Diaz-Plaja (Consulente politico senior nell’unità Pianificazione politica nel Ufficio del Segretario Generale presso la sede della NATO) nel loro saggio “Two ages of NATO efforts to Project Stability – Change and Continuity” hanno mostrato che la NATO, proprio per adattarsi ad uno scenario e in cui le minacce sono sempre più ibride, ha adottato un cosiddetto approccio a “360 gradi”, incentrato sulla necessità di adattare le proprie politiche e i propri approcci per essere in grado di rispondere efficacemente alle sfide derivanti dal Medio Oriente e dalla regione del Nord Africa[10]. Secondo loro, l’approccio della NATO fondato sulla proiezione della stabilità addestrando le forze locali piuttosto che dispiegare truppe ha mostrato la capacità dell’Alleanza di addatarsi velocemente ed efficacemente per poter garantire la sicurezza dei suoi confini: i percorsi di formazione attraverso partenariati bilaterali, tra l’altro in Ucraina, Georgia, Giordania, Tunisia, Iraq e in Afghanistan ne sono un esempio lampante[11]. Sempre Ruben Díaz-Plaja in un’altra pubblicazione “Projecting Stability: an agenda for action” conferma che la NATO è sempre più interessata alla regione mediorientale ed è proprio per questo che gli Alleati a Varsavia avevano sottolineato l’importanza di sviluppare un approccio sostenibile e di lungo termine per stabilizzare i paesi vicini o dove le crisi interne poteva avere delle ripercussioni dirette sull’Alleanza. L’efficacia dell’approccio, secondo l’autore, si fonda in primo luogo sulla sostenibilità delle politiche che la NATO fornisce: qualunque tipo di assistenza è pianificata affinché produca effetti anche dopo che l’Alleanza diminuirà o finirà il suo sostegno a un paese partner. In secondo luogo, l’approccio si fonda sulla durabilità: aiutare un paese a sviluppare istituzioni è potenzialmente un progetto a lungo termine che ha come fine il rafforzamento delle sue capacità per poi poter affrontare le sfide autonomamente[12]. Anche secondo Karen Donfried, presidente del German Marshall Fund degli Stati Uniti (GMF), il segreto della longevità della NATO è stata la sua capacità di adattarsi e rimanere un attore capace di gestire uno scenario internazionale in continua evoluzione. Nella sua pubblicazione “NATO At 70: A Strategic Partnership For The 21st Century” sottolinea che anche se l’Alleanza è stata creata per scongiurare la minaccia sovietica, dopo la caduta del muro di Berlino, è rimasta la sola organizzazione capace di fornire un supporto credibile e stabile per lo sviluppo della sicurezza sia all’interno che all’esterno dei suoi confini. La prova è la sua capacità di presentarsi come organizzazione transatlantica abile nel far fronte alla minaccia terroristica. Secondo lei, oltre all’Iraq l’impegno operativo più significativo della NATO fino ad oggi è la missione in Afghanistan, a partire dall’International Security Assistance Force sotto la guida della NATO dal 2003 al 2014 e seguita da Resolute Support per addestrare e assistere le forze di sicurezza afgane[13].

  1. L’emblematico supporto allo sviluppo della sicurezza in Iraq

Nel quadro del suo approccio globale volto a rafforzare le strutture di sicurezza dei paesi partner e sviluppare le capacità locali proiettando dunque stabilità, l’8 e il 9 luglio 2016, durante il vertice di Varsavia, i leader alleati decisero di fornire supporto alla lotta contro l’ISIL, attraverso gli aerei AWACS (per fornire informazioni alla coalizione globale attraverso l’uso ottimizzato di piattaforme multilaterali) e iniziando l’addestramento e lo sviluppo delle capacità in Iraq, continuando a formare centinaia di ufficiali iracheni in Giordania[14]. Già però nel luglio 2015, in risposta a una richiesta del governo iracheno, la NATO aveva concordato di fornire sostegno alla difesa e al relativo rafforzamento delle capacità di sicurezza, iniziando a tenere una serie di corsi di addestramento in Giordania. Solo dopo il vertice di Varsavia è stato deciso di fornire supporto alle forze militari irachene in Iraq.

Nell’ottobre del 2016, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha accolto a Bruxelles Ibrahim Al-Jaafari, il Ministro degli Esteri iracheno. Durante l’incontro, il segretario generale ha elogiato il successo delle forze di sicurezza irachene nel recupero dei territori chiave dall’ISIL, sottolineando sia l’impegno della NATO per sviluppare le capacità dell’Iraq che mettere in pratico ciò che è stato deciso a Varsavia[15]. Nel gennaio 2017, la NATO ha iniziato a scherare a Baghdad un nucleo di otto membri del personale civile e militare e il mese dopo  la formazione con base in Giordania è stata trasferita ed è stata gettata la base della Missione NATO in Iraq (NMI)[16]. Questa è stata ufficialmente lanciata al vertice di Bruxelles del 11 e 12 luglio 2018, su richiesta del governo iracheno e in coordinamento con la coalizione globale per sconfiggere l’ISIL. Il fine è quello di aiutare le forze irachene a proteggere il loro paese dal terrorismo grazie al supporto degli addestartori della NATO ed evitare che l’ISIL possa riprendere i territori già liberati. Dunque la missione della NATO, sotto il comando del Maggiore Generale Jennie Carignan, aiuta l’Iraq a rafforzare le sue forze di sicurezza, fornisce consulenza alle istituzioni militari formando degli istruttori che dipendono dal governo iracheno, vuole rendere le strutture di sicurezza più stabili e operative e si occupa di contrastare la corruzione garantendo lo stato di diritto e proteggendo i civili[17]. Si tratta quindi di una missione di non combattimento fondata sul rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale dell’Iraq. Le attività di addestramento della NATO sono svolte nelle scuole militari irachene nell’area di Baghdad, Besmaya e Taji, ma è sotto l’autorità del comando congiunto delle forze alleate (JFC) di Napoli [18].

Nel settembre 2019, il segretario generale Jens Stoltenberg, durante la sua visita in Iraq, ha sottolineato l’importanza della missione che la NATO sta fornendo (consulenza ai funzionari iracheni competenti, principalmente presso il Ministero della Difesa e l’Ufficio del Consigliere per la Sicurezza Nazionale). Inoltre è stata colta l’occasione per ringraziare anche l’Australia, la Finlandia e la Svezia per i loro primi impegni come partner operativi in ​​questa missione[19]. Il 20 novembre 2019, i Ministri degli esteri hanno inoltre approvato il piano d’azione aggiornato sul rafforzamento del ruolo della NATO nella lotta al terrorismo. Ciò include la condivisione di maggiori informazioni su importanti attività terroristiche, inclusi attacchi nei paesi stranieri e combattenti stranieri. La NATO continuerà quindi a svolgere un ruolo chiave nella lotta al terrorismo, attraverso le missioni di addestramento in Iraq ma anche in Afghanistan a sostegno della coalizione globale per sconfiggere l’ISIL[20].  Le attività di formazione sul campo sono state temporaneamente sospese, all’inizio di gennaio 2020, a causa delle attuali tensioni in Medio Oriente.

Dopo l’11 settembre, l’Alleanza ha visto emergere una nuova sfida che le ha imposto dei cambiamenti di prospettiva. Per molti, già dalla fine della Guerra Fredda, la NATO aveva perso la sua “raison d’etre” poichè la minaccia sovietica era stata debellata. Tuttavia, l’ordine globale in continua evoluzione, l’emergere di nuove minacce ibride e le crisi instituzionali interne agli stati vicini e partner hanno profondamente influenzato l’approccio dell’Alleanza e la sua capacità di fronteggiare le nuove sfide. In un mondo in cui le guerre non si combattono più al fronte tra due schieramenti ben allineati ma dove la minaccia è mutevole e flessibile, la NATO grazie alla sua capacità di adattamento è diventata un attore capace di adottare un approccio globale ed efficace per cercare di sviluppare la sicurezza e le capacità, fonti di stabilità futura, in uno stato instabile come l’Iraq colpito da una minaccia mutevole come il terrorismo.

 

Maria Elena Argano

 

[1] Sito Web della NATO: https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_77646.htm

[2] Sito Web della NATO: https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_51633.htm

[3]Dichiarazione del Summit di Bruxelles, art. 68:  https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_156624.htm#68 art. 68

[4] Sito Web della NATO: https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_77646.htm

[5] Sito Web della NATO:  https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_50313.htm

[6] Sito Web del Centro di eccellenza Difesa contro il Terrorismo: http://www.coedat.nato.int/functions.html

[7] NATO Policy Guidelines on Counter Terrorism: https://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/pdf_2015_11/20151105_151105-ct-policy-guidelines.pdf

[8] Dichiarazione del Summit di Bruxelles, art. 10:  https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_156624.htm#10 art. 10

[9]Berti, Diaz-Plaja (2018), Two ages of NATO efforts to Project Stability – Change and Continuity, NDC Research Paper, p. 19: http://www.ndc.nato.int/news/news.php?icode=1242  p. 16

[10] Ibidem, p. 34

[11] Ibidem, p.37

[12]Ruben Díaz-Plaja, Projecting Stability: an agenda for action:  https://www.nato.int/docu/review/articles/2018/03/13/projecting-stability-an-agenda-for-action/index.html

[13] Karen Donfried, NATO At 70: A Strategic Partnership For The 21st Century:  http://www.gmfus.org/publications/nato-70-strategic-partnership-21st-century

[14] Sito Web della NATO: https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_77646.htm#

[15] Sito Web della NATO https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_136011.htm?selectedLocale=en

[16] Sito Web della NATO: https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_166936.htm

[17] Sito Web della NATO: https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_166936.htm

[18] NATO Mission in Iraq: https://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/pdf_2019_10/20191023_191023-factsheet-NMI-en.pdf

[19] Sito Web della NATO: https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_168923.htm

[20] Sito Web della NATO: https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_171028.htm

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