Musica e politica: l’intuizione di Mazzini



Lo ricordiamo comunemente come grande rappresentante della politica Risorgimentale, come l’ideatore de “La Giovane Italia”, Giuseppe Mazzini. Il pensiero e l’attività politica ebbero d’altronde un ruolo centrale nella sua vita e senza alcune delle sue idee non abiteremmo l’Italia che oggi conosciamo; eppure c’è un altro aspetto della sensibilità di Mazzini, indubbiamente meno noto all’opinione pubblica ma altrettanto affascinante e rivelatore delle sue idee, che merita di essere approfondito: la sua passione per le arti e, in particolare, per la musica.

Torna qui con prepotenza quel binomio, quasi costante, tra le arti e la politica: le prime, eccezionale strumento di veicolazione degli ideali, e la seconda, intesa come senso e impegno civico, elemento caratterizzante di tutte le produzioni dell’ingegno umano. Tale binomio diviene poi ancor più concreto in un’epoca storica come il Risorgimento, epoca di grandi cambiamenti e rivoluzioni politiche e del pensiero. É bene infatti soffermarsi, ancor prima che sugli studi mazziniani e sulla loro attualità, sul ruolo svolto dalla musica nel periodo storico di riferimento.

 

Il Risorgimento in musica

La musica del Risorgimento è la musica del cambiamento, la musica che sente di dover rispondere alle sfide del suo tempo e ai mutamenti che esso comporta. Essa risponde inoltre al bisogno, ancora a lungo sofferto e scientemente espresso da Massimo D’Azeglio nella celebre massima a lui attribuita “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”, di concretizzare l’unità del paese non solo dal punto di vista politico ed istituzionale ma anche, e soprattutto, dal punto di vista culturale e valoriale. Per molti degli intellettuali attivi in epoca risorgimentale, infatti, il dibattito sulla ridefinizione della musica è indissolubilmente legato a quello sull’espressione della socialità e del vivere civile, nonché a quello sul ruolo assunto, o ancora da assumere, da parte dell’opinione pubblica. Il processo di socializzazione politica che attraversa l’Ottocento trova compimento non solo nella musica in sé ma anche nel luogo in cui la musica si fa, il teatro, e in particolare il teatro d’opera; ciò anche in virtù di una organizzazione e razionalizzazione degli spazi urbani e architettonici volta a valorizzare le istanze politiche dell’epoca.

“Attorno ai teatri d’opera tutte le classi sociali sperimentarono nuovi spazi di socializzazione e di ridefinizione delle loro peculiarità culturali e identitarie; sia i ceti nobili, che la borghesia delle professioni e del commercio, come pure il popolo del loggione scoprirono progressivamente nel teatro le trame e il fascino di melodie e di suoni orchestrali fino a pochi anni prima riservati all’aristocrazia”[1].

Come sottolinea giustamente Santoro il teatro diviene metafora spaziale di un nuovo ordine sociale, luogo di ritrovo ed aggregazione, veicolo di trasmissione di un messaggio universale, ormai sdoganato dall’elitarismo, il luogo dello “spettacolo per tutti”[2]. Si costituisce, in forma embrionale già dalla fine del Settecento, e poi ancor più compiutamente nel corso del secolo successivo, l’asse popolo-pubblico-opinione pubblica. Viene sempre più configurandosi l’idea per cui il coinvolgimento emotivo dato dalla produzione artistica, che si rivolge anche al pubblico “nuovo”, può portare quest’ultimo a partecipare, ad agire, sancendo ulteriormente il già avviato processo di democratizzazione.  Nuovo non deve essere solo il pubblico, ma anche l’approccio alla musica e alla sua critica, un approccio che metta il dramma sotto una nuova luce, che vada oltre la mera estetica e che anzi induca al ragionamento e all’azione. Per questo motivo forse tra i più attenti critici, o almeno tra tanti di essi, coloro i quali seppero portare la critica musicale su un piano più complesso ed interessante furono i patrioti. Molti di essi seppero infatti valorizzare il ruolo della cultura nel processo di creazione della nazione e dare ampio respiro, respiro europeo, a un dibattito per lungo tempo provincializzato.

Esempio autorevole in tal senso è proprio Giuseppe Mazzini.

 

La “Filosofia della musica” di Giuseppe Mazzini

 

Appassionato di musica, tanto da organizzare numerosi e frequenti concerti di artisti italiani nel periodo del suo esilio londinese, Mazzini “era amante dell’arte e gradiva sapendosi solo e non ascoltato […]cantare sottovoce, accompagnandosi con la chitarra; avea tal voce che, modulata dal canto, scendeva al cuore. Era attentissimo a tutto ciò che di nuovo usciva nel mondo musicale”[3]. Un appassionato di musica, dunque, Mazzini, di una passione però che va oltre il mero estetismo, una passione che egli stesso identifica con il futuro della riflessione musicale. Scrive infatti a proposito del dramma:

“Chi cerca al dramma musicale una idea? Chi varca oltre il cerchio particolare delle varie scene che compongono un’opera, per afferrare un nesso, un centro comune? Non il pubblico infastidito, svogliato, frivolo, che fugge, anziché richiederle, le profonde impressioni, che dimanda alla musica il passatempo di un’ora e non altro; che s’informa prima dei cantanti, poi del lavoro.”[4]

La passione coincide, nella visione di Mazzini, con un’“idea”, un’idea che segue il corso della storia, che è legata a doppio filo con l’idea del cambiamento e che diviene elemento collante del rapporto tra arte, musica e linguaggio. Tale tesi viene sviluppata ed approfondita nel pamphlet “Filosofia della musica”, che Mazzini scrive nel 1836.

Sono anni difficili: nel 1834 infatti, all’indomani dell’invasione della Savoia, Mazzini ripara in Svizzera, da dove tuttavia viene espulso in seguito a provvedimento del Gran Consiglio di Berna. Sono gli anni della creazione della cosiddetta Giovine Europa, la rete di società segrete che, tra Italia, Germania e Polonia, tenta di promuovere gli ideali tanto cari alla Giovine Italia oltre i confini del paese. Il 1836 è l’anno degli arresti, prima a Soletta, poi a Parigi, e dell’ultimatum che lo costringerà all’esilio londinese. È in questo quadro storico e personale che si inserisce la sua opera di riflessione sulla musica e sull’“immensa influenza che s’eserciterebbe per essa sulle società”[5]. Lo sguardo di Mazzini, indubbiamente critico nei confronti del passato, è tutto rivolto al futuro: il suo è un messaggio al “giovine ignoto”, alle “anime giovani”, agli “ingegni nascenti”[6], cui spetta il compito di dar voce al nuovo non ancora rivelato.

Il binomio vecchio/nuovo gioca un ruolo centrale nelle pagine del pamphlet, in cui appunto il passaggio dal vecchio al nuovo, e il modo in cui esso avviene, è misura essenziale del mutamento dell’idea di arte, e di musica.

“L’antico era despota”[7], scrive Mazzini riferendosi all’arte pre-romantica e il pensiero Romantico, al fine di arginare tale dispotismo, si fa carico di spostare l’attenzione sull’ingegno individuale e di affidargli l’oneroso compito di dare compimento ad un nuovo sviluppo di arte e letteratura. Anche il Romanticismo però è superato, è il vecchio che ingabbia il nuovo in attesa di essere espresso. La dimensione individuale si rivela agli occhi di Mazzini insufficiente a dare giusto compimento alla musica come strumento di educazione civile e sociale.

“La melodia e l’armonia sono i due elementi generatori. La prima rappresenta l’individualità, l’altra il pensiero sociale. E nell’accordo perfetto di questi due termini fondamentali d’ogni musica-poi nella consecrazione di questo accordo a un sublime intento, a una santa missione- sta il segreto dell’Arte, il concetto della musica europea davvero che noi tutti, consci o inconsci, invochiamo”[8].

Il nuovo richiede un cambiamento nel modo di vedere la musica,  intesa come dialogo e convergenza tra melodia e armonia. Esemplare è, nel primo caso, la produzione musicale di Rossini, nei confronti del quale Mazzini spende parole cariche di ammirazione ed entusiasmo, definendolo persino un titano di potenza e di audacia, il Napoleone della sua epoca musicale, ma che, a suo dire, rimaneva ancora intrappolato nei vecchi meccanismi individualistici. Scrive infatti:

“Egli adorò l’effetto, non l’intento, non la missione. (…) Dov’è in Rossini l’elemento nuovo? Dove un fondamento di una nuova scuola? (…) L’individualità siede sulla cima: libera, sfrenata, bizzarra, rappresentata da una melodia brillante, determinata, come la sensazione che l’ha suggerita (…). Rossini, e la scuola italiana di ch’egli ha riassunto e fuso in uno i diversi tentativi, i diversi sistemi, rappresentano l’uomo senza Dio, le potenze individuali non armonizzate da una legge suprema, non ordinate a un intento, non consacrate da una fede eterna”.

In netta contrapposizione Mazzini colloca la musica tedesca, che rappresenta l’epopea dell’armonia, dell’uomo senza Dio, di un’idea incompiuta che, priva della forza dell’individualità, non può trasformarsi in azione. L’io ne è fiaccato. Anela alla divina spiritualità ma non può raggiungerla o avvicinarvisi. “Tu ricadi, cessata la musica, nel mondo della realità, nella vita prosaica che ti brulica intorno, colla coscienza d’un mondo diverso, che ti s’è mostrato lontanamente, non dato-colla coscienza d’aver toccato i primi misteri d’una grande iniziazione, non iniziato, non più forte di volontà, non più saldo contro gli assalti della fortuna”[9].

Che nessuno dunque sia riuscito a conciliare i due aspetti nella storia della musica? Mazzini indica come composizioni ideali in tal senso il Bertram di Meyerbeer e il Don Giovanni di Mozart e aggiunge, al fine di indicare alla carente musica moderna un percorso virtuoso, che un ruolo trainante nel passaggio dal vecchio al nuovo spetta al coro, in quanto “individualità collettiva”.

Non è solo alla musica che fa riferimento Mazzini quando pone l’accento sulla contrapposizione tra armonia e melodia, ma anche ad un diverso modo di vivere dell’individuo all’interno della società. Egli vi fa infatti corrispondere la differenza tra pensiero individuale e pensiero sociale, tra uomo e umanità. L’uno non può prescindere dall’altra. Solo l’unione e la compensazione di questi due aspetti, opposti ma al tempo stesso complementari, può attribuire alla musica l’intento sociale di cui solo essa, in quanto forma d’arte e espressione dell’ingegno e dell’animo umano, può farsi carico. Come nell’opera, in cui il coro porta a compimento la convergenza tra individualismo e collettivismo, anche nella società è necessario portare a compimento una rivoluzione democratica che verta sul binomio cittadino/nazione.

Nel compimento del destino della musica e, più in generale, della storia, occorre infine mettere in risalto uno degli elementi indispensabili per la riuscita di un simile ambizioso progetto: la consapevolezza delle idee e il controllo delle passioni. Già nel 1832, ne “Del mancato sviluppo della libertà in Italia” Mazzini riconosceva questi due come gli elementi chiave nello snodo del rapporto tra popolo e capi rivoluzionari. Nella costruzione di una rinnovata etica democratica la rivoluzione è conseguenza dell’entusiasmo capillare e della capacità di controllarlo ed usarlo per i propri scopi. Lo stesso deve valere per la musica.

“Là, su quell’altezza è la gloria; levatevi e ite; incontrerete derisioni e invidie per via; ma la coscienza in vita, ed i posteri dopo, vi vendicheranno dei vostri contemporanei.”[10]

 

 

Perché leggere la “Filosofia della musica” nel 2019?

La domanda sorge spontanea se si pensa a quanto scarsamente conosciuto sia stato e sia l’interesse di Mazzini nei confronti della musica; eppure la risposta, alla luce della lettura e dell’analisi del pamphlet, appare quasi scontata.

Mazzini, in musica come in politica, fu un uomo di grande ed estrema lungimiranza. Non a caso egli scrisse a chiare lettere di voler rivolgere il proprio messaggio ai giovani, alle future generazioni. Uno sguardo rivolto al futuro il suo, in quanto fisso su valori che trascendono lo spazio ed il tempo ed insegnano a leggere criticamente la storia non solo in quanto tale ma anche come oggetto e soggetto della produzione artistica e, in questo caso, musicale. Il futuro cui Mazzini faceva riferimento però, quello già vissuto, quello che stiamo vivendo e quello ancora da vivere, è davvero pronto ad accogliere l’idea mazziniana della musica? Una musica impregnata di politica, di pensiero sociale, di etica civile? Negarlo forse sarebbe ingiusto. La musica ha spesso parlato di politica e alla politica  e, nel corso della storia, ha saputo descrivere con toni forti e decisi il volto e i limiti delle più disparate realtà sociali; eppure oggi questo spirito critico sembra essersi sopito o comunque essere passato vistosamente in secondo piano rispetto al passato. E se anche la musica in uno slancio di buona volontà volesse parlare di politica e ad essa rivolgersi, la politica attuale come si porrebbe e come effettivamente si pone nei confronti della musica?

Non è trascorso neanche un anno da quando l’ormai ex vicepremier e ministro dell’interno Matteo Salvini, rivolgendosi al direttore artistico dello scorso Festival di Sanremo, disse: “I cantanti cantano, i ministri parlano”, invitandolo a non intervenire sulle vicende politiche del paese. Il messaggio è chiaro: il cantante intrattiene, il ministro governa.

Ancora meno tempo è trascorso da quando il leghista Alessandro Morelli, ex (anche lui) presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera e precedentemente direttore di Radio Padania, presentava una proposta di legge che chiedeva di modificare i palinsesti musicali delle radio nazionali in modo che esse riservassero almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea nelle ventiquattro ore della giornata. Proposta fortunatamente mai concretizzatasi.

Musica sì, ma purchè sia italiana. Nessuna attenzione all’idea, al messaggio, alla visione, alla musica per ciò che è piuttosto che per ciò che essa rappresenta, se non un approccio superficiale ad un tema abusato, distorto e decontestualizzato.

La tendenza attuale sarebbe in sostanza, almeno in questo momento storico e nel nostro paese, quella di una generale disaffezione al rapporto, pure così importante e fruttuoso, per come Mazzini lo aveva inteso nella sua riflessione, tra musica e politica.

Che fine fanno quindi in questo scenario la consapevolezza delle idee e il controllo delle passioni di cui parlava Mazzini? Che risieda proprio nella valorizzazione di questo binomio la rinascita di una riflessione sul tema, di una produzione musicale più consapevole e di un approccio più aperto, analitico e serio della politica nei confronti della musica?

La risposta a questi quesiti non è immediata, ma è parte di un processo di studio e di conseguente crescita ed evoluzione. Che il primo passo di questo importante percorso possa essere proprio la (ri)lettura della Filosofia della musica di Mazzini?

Alessia Girgenti

 

 

[1]L. Santoro, Musica e politica nell’Italia unita. Dall’Illuminismo alla Repubblica dei Partiti, p.94, Ricerche Marsilio, Venezia, 2013

[2]C. Sorba, Il melodramma della nazione. Politica e sentimenti nell’età del Risorgimento, p.8, Laterza, Roma-Bari, 2015

[3]G. Mazzini, Filosofia della musica, Introduzione a cura di A. Lualdi, p.9, F.lli Bocca, Milano, 1943

[4]Ibidem

[5]Ibidem

[6]Ibidem

[7]Ibidem

[8]Ibidem

[9]Ibidem

[10]Ibidem

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