Il “CALDO NORD” della Groenlandia e le mire espansionistiche di Donald Trump


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Il presidente Trump vorrebbe acquistare la Groenlandia. Parallelamente russi e cinesi mirano ad espandersi nell’area  e con i ghiacciai che si sciolgono essa torna ad essere il ventre molle dell’occidente.

 


La Groenlandia torna a far gola agli USA, come si apprende da un articolo pubblicato il 16 agosto dal Wall Street Journal[1], in cui si rivelerebbero le intenzioni del presidente Donald Trump di acquistare la nazione del Regno di Danimarca.

La risposta danese non si è fatta di certo attendere: sia il primo ministro groenlandese Kim Kielsen, quanto la sua omonima danese Frederiksen, hanno dichiarato congiuntamente di non essere disposti a cedere il territorio groenlandese. La risposta ha suscitato nell’inquilino della Casa Bianca notevole irritazione  che ha cancellato la visita di Stato in Danimarca prevista il 2 settembre prossimo[2].

Le ragioni che hanno spinto il governo di Washington ad avanzare tale proposta hanno suscitato notevoli perplessità nell’opinione pubblica internazionale; tuttavia non è la prima volta che un presidente degli Stati Uniti avanza tale richiesta: già nel 1867 il segretario di Stato William H. Seward, suggerì al presidente Lincoln di acquistare dal governo danese Groenlandia e l’Islanda. Il re Cristiano IX  declinò l’offerta e gli americani si trovarono quindi a trattare con gli Zar, all’ora possessori dell’intero territorio dell’Alaska, che venne acquistata nel 1867  per 7 milioni e 200 mila dollari[3].

Successivamente, nel 1946 fu la volta del presidente Harry Truman, che per 100 milioni di dollari ritentò lì dove Seward fallì; anche in questo caso i danesi posero il veto. A quell’epoca la divisione ideologica e strategica del mondo si andava già delineando e le due superpotenze erano intente nella costruzione di basi e avamposti logistici in vista di una guerra totale che non sarebbe mai scoppiata (gli USA in Groenlandia poterono contare su 4 basi di supporto, costruite a partire dal 1943 di cui una, la Thule Air Base, definita addirittura exclave statunitense).

A partire dal 1958, per i dieci anni successivi, da Thule decollarono quotidianamente i bombardieri B-52 armati di vettori nucleari e pronti in ogni momento a difendere lo spazio aereo dell’emisfero boreale occidentale da qualunque attacco sovietico: era la segretissima operazione Chrome Dome, tenuta nascosta al mondo fino al 22 gennaio 1968, giorno in cui, proprio a Thule, un B-52 carico di testate precipitò nella baia antistante.

Nel 1991 si entra nella fase della distensione e la logica dei due blocchi, che per decenni aveva retto le sorti del mondo, era definitivamente volta al termine. Da allora gli assetti geopolitici e tecno strategici globali sono radicalmente cambiati.

Con l’incedere del surriscaldamento globale, con la progressiva erosione dei ghiacciai e con le nuove sfide strategiche che le potenze mondiali (Stati Uniti, Russia e Cina) si trovano a dover fronteggiare; la Groenlandia è tornata al centro dell’interesse strategico.

Ciò che davvero ha mosso il presidente Trump ad avanzare la proposta d’acquisto, è stata la volontà   strategica di riutilizzare la Groenlandia come base logistica in chiave difensiva russo-cinese. Possedere la Groenlandia significa, de facto, avere il controllo sul mare del Nord, sul Baltico e sul mar Bianco. Tale necessità è fortemente sentita dai quadri dirigenziali del Pentagono, dal momento che nel mar Baltico è stanziata in modo permanente la Baltijskij flot,della Federazione Russa (recentemente coinvolta nel controverso incidente nucleare nella base navale di Nyonoksa)[4].

Non vanno poi dimenticate le risorse naturali di cui il sottosuolo groenlandese è ricco: gas idrocarburi e Uranio (di quest’ultimo si ipotizza la presenza di uno dei dieci depositi più grandi al mondo), minerale che fa gola al sistema militare-industriale cinese che ha spinto il governo di Pechino ad annunciare nel 2018 la costruzione di un aeroporto in loco[5].

I progetti architettonici espansionistici cinesi disturbano il sonno dei generali americani già da parecchio tempo. Nel settembre 2018 infatti, la volontà della China Communication Construction Company[6]di aprire uno scalo commerciale, unita al beneplacito del governo Kielsen di aprire al mercato cinese, è stata ben presto affievolita dalla pressione della madrepatria Danimarca e soprattutto dalle pressioni esercitate dal Pentagono, preoccupato per il destino che la Thule Air Base avrebbe avuto una volta che fossero approdati i cinesi.

La grande ed immensa Groenlandia è tornata all’apice degli interessi commerciali e militari dei paesi più sviluppati, qui operano, tra gli altri, i vicini canadesi, norvegesi e addirittura compagnie australiane. L’isola che conta circa 55mila abitanti, concentrati perlopiù nella capitale Nuuk, ha un ruolo fondamentale nello scacchiere geopolitico boreale, un cuneo incastonato nell’Atlantico del Nord che fa da trait d’union tra oriente e occidente dove la sfida per la Balance of Powersi gioca tra le dune ghiacciate e i fiordi della Grønland: la “terra verde”.

Emanuele Pipitone

 

[1]https://www.wsj.com/articles/trump-eyes-a-new-real-estate-purchase-greenland-11565904223

[2]https://www.wsj.com/articles/trump-says-he-will-postpone-meeting-with-denmark-prime-minister-11566347264

[3]https://www.loc.gov/rr/program/bib/ourdocs/alaska.html

[4]https://www.repubblica.it/esteri/2019/08/13/news/russia_cosa_sappiamo_sull_incidente_nel_mar_bianco-233522658/

[5]http://www.limesonline.com/risorse-minerarie-energetiche-groenlandia-artico-aeroporti-basi-usa-cina/111350?prv=true

[6]https://www.defensenews.com/global/europe/2018/09/07/how-a-potential-chinese-built-airport-in-greenland-could-be-risky-for-a-vital-us-air-force-base/

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