Un sistema sociale persuaso: il Decreto Sicurezza


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È molto esplicito il malcontento che genera false speranze negli italiani di oggi. L’esito delle ultime elezioni europee del 2019, ha posto in rilievo il carattere di un italiano, stanco e represso, per colpa di un sistema politico che non riesce a soddisfare quei bisogni materiali e immateriali che un cittadino dovrebbe soddisfare. Sembra, quasi, che una politica che non esaudisca la funzionalità per cui esiste, fosse diventata un elemento culturale ed identificativo della struttura del sistema socio-politico italiano. L’opinione pubblica è stata totalmente persuasa da un discorso sulla Nazione che si è servito di uno specifico apparato significante che potesse, attraverso una semiotica tagliente messa in atto con l’utilizzo degli appositi social network, giungere a una manipolazione psicologica delle masse. Un discorso che – affondando le sue radici nella dilagante delusione degli italiani di fronte all’egemonia della classe politica – sfrutta la medesima delusione al fine di corroborare il suo significato implicito e manipolatorio, ergendosi ad ecumenica soluzione per la società in crisi.

Il comportamento sociale può essere regolato da vari fattori, come per esempio la forza e la brutalità che si innestano nella procedura standardizzata di un modello politico basato sulla repressione, oppure, vi è – come di consueto dovrebbe essere – un’ipotetica gamma di norme e valori condivisi che producono l’appartenenza ad un gruppo sociale o ad una intera società che promuove quel comportamento come forma di identificazione dell’identità culturale. Il secondo modello produce una naturale normalizzazione di codici sociali – poiché vi è precedentemente alla messa in atto di determinate pratiche una condivisione collettivizzata in virtù di uno specifico credo politico – e dunque vi sarà, in maniera coordinata, una realtà sociale strutturata secondo un modello di stampo funzionalista, ovvero, quel modello sociale che presuppone che una società sia costituita da più elementi interni, in connessione tra di loro, svolgendo ognuno una specifica funzione, al fine di un mantenimento condiviso e totale della società. Pensare una società come se fosse un organismo in cui ogni organo ha la sua funzione, per l’appunto, come ci insegna Bronislaw Malinowski, padre dell’antropologia funzionalista inglese.

Ma nel caso in cui, invece, si presupponga un sistema sociale che preveda lo strumento della forza come forma di regolamentazione del comportamento individuale/sociale, allora, il prodotto sociale sarà diverso e rientreremo nel primo modello sopra indicato. Malinowski ha dato un contributo esemplare nello spiegare, presso le società primitive, che oltre alle norme del diritto vi fossero anche altri aspetti che potessero veicolare il comportamento, ovvero, punti di vista come la morale, il cerimoniale, i processi religiosi. Tutti aspetti che, nell’ottica di una condivisione consuetudinaria, porterebbero l’azione individuale ad essere un prodotto culturale di un contesto sociale. Nel momento in cui, tra le forme di repressione degli istinti individuali, subentra la forza, significa che quella stessa condivisione sociale e democratica di norme e valori, in realtà, si trasforma in un’oligarchia della condivisione delle su dette norme sociali. Questo preambolo serve, per esempio, a comprendere alcuni aspetti salienti degli ultimi eventi incresciosi e spiacevoli che sono accaduti nel piemontese, a Pavone Canavese. Eventi che vedono protagonista un tabaccaio di 67 anni, che detentore di un’arma – in virtù della legge passata in Parlamento sulla legittima difesa e sul decreto sicurezza altrettanto passato con successo – ha sparato a un ladro che voleva rubare all’interno della sua attività. La questione si svolge in un contesto specifico e particolare che vede la struttura sociale italiana muoversi tra l’ordine e il disordine, tra l’incertezza e l’irrompere dell’inedito nella vita quotidiana. Dalle ultime analisi sull’autopsia del cadavere del ladro, si evince che – in realtà – il tabaccaio avesse sparato dall’alto del suo balcone prima che irrompesse qualcuno all’interno del tabacchi e dunque prima che ci fosse la millantata colluttazione, testimoniata falsamente anche dalla moglie del 67enne. Questo sparo mortale, che uccise il ladro di 24 anni, rappresenta in maniera molto esplicita un aspetto, ovvero, che l’italiano vive una condizione di tensione e paura tali da portarlo ad agire irrazionalmente e d’istinto. Il teorico per eccellenza dell’incertezza all’interno di contesti sociali che vagano tra l’ordine e il disordine fu Georges Balandier – esponente di spicco della corrente dinamista della scuola socio-antropologica francese – il quale nella sua teorizzazione del caos spiega come l’individuo per preservare l’ordine vive in un continuo sgomento esistenziale che lo porta a recepire psicologicamente sistemi di protezione socialmente e culturalmente condivisi, sotto forma di “in-culturazione” forzata e implicitamente cristallizabile nel modo di pensare.  Balandier indica, nel suo Antropologia politica (1967), come – dunque – per affermare l’ordine, le società, mettono in gioco temporaneamente il disordine. Il decreto sicurezza italiano ha totalmente abbracciato un sistema sociale, di incertezza quotidiana e di disordine, minacciato da stereotipi condivisi e reiterati politicamente – ai fini propagandistici – avendo per l’appunto la possibilità di passare in Parlamento con successo e in virtù della salvaguardia dell’individuo. Si è manifestato, all’interno della società italiana, un processo che vede un’elitè politica sfruttare il malcontento del cittadino per creare paure socialmente condivise al fine di creare un comportamento sociale regolamentato irrazionalmente. Tutt’altra identità sociale rispetto ad una che prevede una condivisione di valori che partano da una soddisfazione comunitaria e partano da una morale collettiva. Sulla scorta di concetti come “aver paura di…” o “prima gli italiani…”, attraverso la forza della repressione nei confronti di ogni forma di dissenso – che sia sociale, politico, civico o morale – si sfrutta la paura degli italiani. In questo processo non c’è condivisione socialmente collaudata, ma vi è la condivisione politicamente imposta sotto forma implicita.

Dunque, la vicenda del tabaccaio insegna che quel grilletto è stato premuto da una cultura della paura appositamente innestata nella psicologia degli italiani, una strategia della tensione che crea – come una macchinazione – dal suo interno l’individuo assoggettato, armandolo e legittimandolo nell’utilizzare l’arma di cui dispone.
Le prime due vittime del decreto sicurezza sono arrivate al patibolo, adesso sulla scorta di quanto successo, cosa ci si deve aspettare ?

PER APPROFONDIMENTI:

  • Balandier, Antropologia Politica, Roma, Armando, 2000.
  • Malinowski, Argonauti del pacifico Occidentale,Torino, Bollati Boringhieri, 2011.
  • Benedict, Modelli di cultura, Milano, Feltrinelli, 1974.

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