L’incendio di Notre-Dame e la degenerazione dell’interpretazione


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Correva l’anno 1986 quando il filosofo tedesco Jurgen Habermas parlava, per la prima volta, del concetto di “uso pubblico della storia”. Questo ha rappresentato uno dei temi che maggiormente ha creato un dibattito fra storici e intellettuali, che – tra l’altro – continua tutt’oggi a dipanarsi nello scenario storiografico. Habermas fu del tutto categorico nei confronti della definizione del concetto, in quanto, lui destinava l’aspetto negativo al fatto che fosse del tutto errato, da parte degli storici, parlare di storia in prima persona, o per meglio dire con lo storico Paul Veyne parlare di storia con la “s” maiuscola, al di fuori di ambiti scientifici e sedi deputate, coinvolgendo la sfera politica in maniera quasi forzata. Ma ancora più corroborante, per la negatività che assume l’uso pubblico della storia, diventa il giudizio dato dallo storico italiano Nicola Gallerano, il quale immette – all’interno del suo giudizio – il fatto che i mass media e la cultura di massa giocano un ruolo determinante nell’influenza sull’opinione pubblica, riuscendo – inoltre – a manipolare memorie storiche, innestandole con il presente, in maniera del tutto arbitraria, cercando di perseguire una verità che risiede anche al di fuori dell’obiettività.
La questione dell’utilizzo pubblico della storia comporta svariati aspetti degeneranti per l’interpretazione dei fenomeni, poiché, per esempio, essa punta ad evidenziare priorità politiche o ideologiche che rispondano alla comunicazione di notizie richieste da un mercato di necessità che il sistema genera. Un mercato di notizie in cui identità individuali e collettive sembra che vengano quasi persuase al credere ciò che viene promosso come vero. Sembra doveroso riportare le stesse parole di Gallerano che esprimono questo aspetto negativo dell’utilizzo pubblico della storia:

l’uso pubblico della Storia può essere una forma di manipolazione che stabilisce analogie fuorvianti e appiattisce sul presente profondità e complessità del passato.”


All’interno di questo preambolo introduttivo sul concetto di strumentalizzazione della storia e della memoria, rientra per larghe linee ciò che in questi giorni è accaduto a Parigi, ovvero, la disgrazia catastrofica che ha visto la cattedrale di Notre-Dame bruciare nelle fiamme e dissolversi nella polvere per la maggior parte della sua struttura. L’evento accaduto ha rappresentato un chiaro esempio di strumentalizzazione, poiché, a partire dai media e passando per i social network, le interpretazioni dell’accaduto hanno raggiunto momenti di assoluta lontananza dalla verità. L’incendio è stato un caso, spiacevole e increscioso, che non ha colpito solo il popolo francese, ma ha contemporaneamente rappresentato una catastrofe al livello planetario in quanto è tutta l’umanità stessa ad aver perso qualcosa attraverso cui vivere il sublime dell’arte che prende forma nell’architettura sacra.
Sono state moltissime le interpretazioni errate fatte di fronte all’accaduto. Chi ha sostenuto un attacco terroristico firmato dallo stato islamico, chi sostiene la tesi che vi sia in atto una velata dichiarazione di guerra, chi invece – calato nel contesto individuale del proprio cattolicesimo ortodosso – sostiene le tesi divinatorie e soprannaturali per cui questo incendio sia un avvertimento divino. Tutte argomentazioni che spopolano sullo scenario dei social network intriso di una polarizzazione totale verso l’interesse al dare unicamente un significato socio-politico alla questione. Ma di fronte a queste degenerazioni sulle varie piattaforme come Facebook, vi sono anche esempi di totale assenza di obiettività di fronte all’analisi dell’accaduto in contesti ancora più espliciti. Quest’ultimo è il caso del commentatore francese Philippe Kasenty, intervistato da Fox News, il quale con vigore ha sostenuto che l’incendio del Notre-Dame abbia rappresentato l’11 Settembre francese.
Degenerazioni argomentate e intenzionali che hanno soltanto portato l’opinione pubblica lontana dalla verità e dal reale nucleo centrale del fatto: il caso. Questo e soltanto questo ha generato una catastrofe di cui tutto il mondo, in termini artistici e culturali, ne piangerà le conseguenze. Non vi è nessuna affinità tra quanto accaduto alla cattedrale e ciò che nella storia sia accaduto per cause totalmente differenti e che per l’appunto, per contesti di assoluta gravità in termini politici o religiosi, ha cambiato l’ontologia sociale del mondo. In questo contesto il cambiamento potrà essere diviso tra due tipologie: una riguarderà il temporaneo cambiamento paesaggistico dovuto alla mancanza fisica che vi è, dato il crollo della guglia e di parte della struttura, un’altra – di valore più profondo – sarà un cambiamento dovuto al fatto che la struttura dovrà essere ricostruita e dunque, come possiamo ben apprendere dalle lezioni del Walter Benjamin di “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”(1936), nella riproduzione totale di un qualcosa ciò che si perde è l’auracitàdell’opera in sé. L’auracità viene definita da Benjamin come l’aspetto elitario dell’opera e nel momento in cui tale qualità viene persa attraverso una riproduzione per mezzi capitalistici e accumulatori di denaro non può che perdersi anche la dimensione elitaria e soggettiva che era stata generata dal progetto di una mente profonda.
Quella stessa strumentalizzazione che ha avuto il potere di sostenere tesi interpretative dell’accaduto totalmente fuorvianti, ha avuto nello stesso tempo il potere di non portare l’individuo medio a condurre un ragionamento volto a misurare la perdita artistica che il mondo ha subito. Eventi come questi hanno il dovere di stimolare il tanto millantato pragmatismo critico che l’individuo vanta come sua dote morale, non cadendo vittima dell’assoluta superficialità dei giudizi collettivizzati e normalizzati da un sistema che manipola la verità. Ma non bisogna delegare le colpe, ammesso che si possano definire in maniera così drastica, soltanto ai mass media ma,  anche e probabilmente in larga maniera, alla coscienza culturale totalmente assente dell’individuo medio che molto comunemente viene agita dalle derive incontrollabili dell’interpretazione.

Maurilio Ginex

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