Crisi dei rohingya: Storia ed evoluzione della persecuzione di un popolo


Sharing is caring!

Crisi dei Rohingya:
Storia ed evoluzione della persecuzione di un popolo

Minoranza etnica di religione musulmana oggi considerata come “il popolo più perseguitato del mondo”, i Rohingya vivono da secoli all’interno dello Stato del Rakhine, il cui territorio è  ricco di risorse petrolifere e fa oggi parte della nazione del Myanmar. 

 Oltre ad essere oggetto di una feroce persecuzione e discriminazione da parte dello Stato in cui risiedono, i Rohingya hanno alle spalle una storia di molteplici dominazioni e “cambi di padrone”.

Una breve analisi che discuta i principali fattori storici e socio-politici del fenomeno può, almeno in parte, aiutarci a comprendere in che modo, in un’epoca che ha dato alla luce i diritti umani, fenomeni così gravi e intollerabili come la persecuzione di un popolo possano ancora verificarsi. 

Lo status dei Rohingya all’interno del Myanmar

Nel contesto di uno Stato a maggioranza buddista in cui l’identità nazionale è stata sempre fortemente legata all’identità religiosa, i Rohingya, di cui fanno parte circa un milione e mezzo di persone[1], sono considerati dalla popolazione e dal governo del Myanmar come un gruppo di immigrati bengalesi. In realtà essi vivono da secoli in quel territorio che oggi è parte integrante del Myanmar ma che è stato per lungo tempo uno Stato indipendente prima dell’annessione birmana. Tale Stato si chiama Rakhine ed insieme al suo popolo è stato sottoposto a partire dalla fine del XVIII° a diverse dominazioni straniere e coloniali [2] essendo di volta in volta interessato da delicati processi di integrazione con comunità differenti.

Oggi, la discriminazione del Myanmar nei confronti del popolo Rohingya è arrivata fino ad escludere quest’ultimo dall’elenco dei 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dalla legge sulla cittadinanza. Tale legge, promossa nel 1982 dalla dittatura militare presente formalmente in Myanmar fino al 2010, preclude loro la cittadinanza consentendogli soltanto di ottenere uno status di livello inferiore ad essa. Ciò significa che i Rohingya, per citare solo alcuni esempi, non possono votare, possedere un passaporto, spostarsi liberamente all’interno del Paese e detenere validi certificati di proprietà.

 Come è iniziata la persecuzione del gruppo

 Dopo decenni di oppressione e diffidenza nei confronti dei Rohingya, sia da parte della popolazione che da parte del governo del Myanmar, le tensioni tra tale oppressa minoranza  e la maggioranza buddhista sono esplose e sfociate in violenza nel Giugno del 2012. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la diffusione della notizia di un presunto assassinio e stupro di una giovane donna buddista del Rakhine da parte di tre musulmani. Ciò ha innescato uno scontro settario violento che si è diffuso velocemente nella città di Sittwe, la capitale del Rakhine e nelle aree circostanti. Difronte alle violenze le forze di sicurezza governative sono rimaste inerti ed i resoconti istigatori anti-musulmani dei media, insieme alla propaganda locale, hanno contribuito a fomentare le ostilità.

A quel punto, temendo che i disordini potessero diffondersi anche al di fuori dello Stato Rakhine, l’allora presidente del Myanmar Thein Sein ha proclamato lo stato di emergenza trasferendo all’esercito poteri civili nelle aree colpite dalla crisi. Da quel momento ha iniziato a propagarsi un’ondata senza fine di violenza nei confronti dei Rohingya, messa in atto dall’esercito con la collaborazione di alcuni membri della popolazione buddhista: nello Stato Rakhine i Rohingya hanno iniziato ad essere uccisi, arrestati in massa, depredati, le loro case hanno iniziato a bruciare.

La formazione dell’Arakan Rohingya Salvation Army ed i conseguenti scontri con l’esercito

Dopo la prima ondata di violenze, ha cominciato a prendere forma un gruppo armato di ribelli chiamato Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), il quale ha proclamato di agire con il precipuo scopo di difendere il proprio popolo dall’oppressione e dalla persecuzione. Le sue richieste sono la cessazione degli abusi sui Rohingya e la demilitarizzazione dell’area del Rakhine. I ribelli sono guidati da un gruppo di Rohingya emigrati in Arabia Saudita e comandati sul campo da militanti con esperienza nelle tattiche della moderna guerriglia.

Piuttosto che considerarli come ribelli il governo li reputa terroristi sfruttando l’argomento della guerra al terrore. I militanti Rohingya sono infatti etichettati come estremisti e la violenza nei loro confronti è considerata legittima in quanto vista come la giusta risposta al terrorismo.  

Il primo attacco dell’ARSA è stato lanciato nell’Ottobre del 2016 sul quartier generale della polizia di frontiera e su altre due basi ed ha causato l’uccisione di 9 agenti di polizia. Ciò ha provocato un’enorme e sproporzionata rappresaglia da parte dei militari che hanno risposto attaccando senza distinzioni tanto i militanti dell’ARSA quanto i civili Rohingya.

Nelle settimane successive decine di migliaia di Rohingya sono fuggiti in Bangladesh e le loro case sono state bruciate dalle forze governative.  A tal proposito, secondo un report delle Nazioni Unite è molto probabile che siano stati commessi crimini contro l’umanità nel corso delle operazioni militari[3].

L’attacco successivo dell’ARSA, ha avuto luogo invece il 25 Agosto scorso con modalità molto simili al primo ed ha provocato 15 vittime tra i membri delle forze governative e 371 tra i Rohingya.

Di nuovo la brutale risposta dell’esercito non si è fatta attendere e questa volta ha provocato la fuga di 624.000 Rohingya (circa l’85% della popolazione) in Bangladesh. Tale spostamento di persone è stato definito dall’International Crisis Group come l’esodo più veloce dei tempi moderni che ha dato vita al più grande campo di rifugiati del mondo[4].

Inoltre, alcuni report redatti da organizzazioni quali Amnesty International, Human Rights Watch e United Nations Human Rights hanno definito le campagne di violenza dei militari come esempi da manuale di pulizia etnica[5].  Essi documentano diffuse uccisioni illegali, massacri, stupri su donne e bambini, sistematici roghi delle case.

Le reazioni della comunità internazionale

Dichiarazioni di condanna sono arrivate a più riprese dalle Nazioni Unite. Il 2 Settembre il Segretario generale Guterres ha invitato una lettera formale al Consiglio di sicurezza in cui ha evidenziato il dovere della comunità internazionale di adoperarsi per prevenire ulteriori escalation della crisi. Inoltre il 6 Novembre, data l’opposizione di Cina e Russia all’adozione di una risoluzione, il Consiglio ha approvato all’unanimità una dichiarazione presidenziale con cui si è chiesto al governo del Myanmar di garantire il sicuro e immediato accesso alle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite e ai suoi partner.

Oltre a ciò, alcune sanzioni sono state imposte al Myanmar: il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno annunciato la sospensione dei programmi di addestramento destinati al suo esercito mentre l’Unione Europea ha sospeso le visite dei suoi ufficiali e ha annunciato di rivedere la cooperazione nella difesa.

Tuttavia, fino ad adesso non sono stati registrati cambiamenti significativi nell’approccio del Myanmar alla questione Rohingya. Anzi, un consenso interno estremamente forte sull’argomento ha unito il governo, i militari e la larga maggioranza della popolazione come mai prima.

Dato che i mezzi diplomatici sembrano non stare funzionando l’imposizione di sanzioni dall’Europa e dagli Stati Uniti sembra inevitabile. Ciononostante, secondo alcuni analisti di Crisis International Group è molto difficile che le sanzioni possano sortire effetti positivi in Myanmar. All’interno dello Stato infatti non esiste un dibattito politico su modi diversi da quello attuale di approcciarsi alla questione dei Rohingya che le sanzioni potrebbero eventualmente influenzare. Un effetto controproducente invece potrebbe essere quello di favorire ancora di più la coesione tra governo, esercito e popolazione e rinforzare quella retorica presente in Myanmar secondo cui l’occidente è un partner inaffidabile, spingendo quindi il Paese verso la Cina.

Sara Pola

[1] Si tratta di una stima numerica solo orientativa dal momento che il governo del Myanmar ha escluso i rohingya dall’ultimo censimento condotto.

[2] Il Rakhine fu dapprima occupato dalla Birmania nel 1784, poi, al termine della prima guerra anglo-birmana (1826) divenne parte dell’Impero anglo-indiano, e infine, prima di diventare definitivamente parte della Birmania indipendente (1948), fu invaso insieme all’intero Stato birmano dall’esercito nipponico per pochi anni (1942-1945).

[3] http://www.ohchr.org/Documents/Countries/MM/FlashReport3Feb2017.pdf

[4] https://www.crisisgroup.org/asia/south-east-asia/myanmar/292-myanmars-rohingya-crisis-enters-dangerous-new-phase

[5] https://www.amnesty.org/en/documents/asa16/7484/2017/en/

https://www.hrw.org/sites/default/files/supporting_resources/burma_crimes_against_humanity_memo.pdf

http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=57490#.WjOQjlXibcs

 

Sharing is caring!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *