Gerusalemme Capitale: Israele o Palestina?


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Lorenzo Kamel, in un articolo del 7 dicembre ultimo su www.affarinternazionali.it dal titolo “Gerusalemme capitale: l’annuncio di Trump tocca storia e diritto” concludeva affermando “ il presidente Trump, come Balfour un secolo fa, ha scelto di imporre una visione unilaterale della realtà locale senza conoscere molte sfumature del suo complesso passato e presente”. Kamel, a mio avviso, ha perfettamente ragione, atteso che la scelta di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele ha palesi implicazioni geopolitiche, giuridiche e storiche.

Occorre evidenziare sin da subito che questa scelta non rappresenta affatto una novità rispetto alla
politica estera degli ultimi anni degli USA: già nel 1995, il Congesso americano aveva approvato una legge con la quale si riconosceva Gerusalemme capitale di Israele, solo che tutti i presidenti che si sono succeduti fino ad oggi si sono sempre avvalsi della facoltà, prevista in questa legge, di rinviarne l’entrata in vigore. Piaccia o meno, da questo punto di vista Trump è stato coerente con ciò che aveva promesso in campagna elettorale, assecondando peraltro la più potente lobby sua sostenitrice, ossia gli ebrei. E non può sfuggire, inoltre, che nel dichiarare che “ lo ho deciso per i migliori interessi americani e per la pace tra Israele e i palestinesi”, il presidente americano non parla di “Stato palestinese” bensì di “palestinesi” come a volere marcare sottilmente il mancato riconoscimento della nazione.

La scelta di Trump, coerente da un punto di vista interno, potrebbe apparire illogica e sbagliata da un punto di vista esterno, diciamo geopolotico: se partiamo, infatti, dall’ovvia considerazione che il Medioriente è una regione fortemente instabile e contraddittoria, polarizzata dalla contrapposizione tra sunniti e sciiti, tra Arabia Saudita filoamericana da un lato e Iran antiamericano dall’altro lato, perveniamo all’altrettanto ovvia conclusione che oggi Trump rischia, con questa sua temeraria scelta, di fare saldare queste due finora contrapposte entità, che verrebbero ad unirsi non tanto in ragione della difesa della causa palestinese, quanto piuttosto dalla difesa di un simbolo irrinunciabile del mondo musulmano: Gerusalemme. Con sullo sfondo una comune avversione verso gli USA, che, per dirla con il ministro degli Esteri francese, si sono “autoesclusi” dal processo di pace tra israeliani e palestinesi. In Medioriente, dunque, gli USA rischierebbero sempre più di rimanere isolati, a vantaggio di una crescente influenza nell’area da parte della Russia.

Tuttavia, a mio avviso, questo rischio è soltanto apparente. Infatti, se da un lato la potente Arabia Saudita, a parole, si è schierata dalla parte dei palestinesi in difesa della sacralità musulmana di Gerusalemme, dall’altro lato non può sfuggire che la stessa Arabia Saudita è un alleato di ferro degli USA e che, per ragioni politiche più che religiose, è il nemico numero uno dell’Iran. In altri termini, la mossa di Trump, nella realtà, fa assolutamente comodo all’Arabia Saudita, proprio in chiave anti-iraniana. Anzi, aggiungo di più. All’Arabia Saudita poco interessa della causa palestinese; molto, interessa, invece trovare un accordo con Israele: l’asse USA, Israele e Arabia Saudita in contrapposizione all’asse Russia, Iran e Siria per il dominio di un’area geopolitica assolutamente strategica e con i palestinesi che rischiano seriamente di essere, loro malgrado, delle vittime.

Da un punto di vista del diritto internazionale, poi, occorre evidenziare che, se da un lato ciascuno
Stato è perfettamente libero di riconoscere o meno un altro Stato e quindi di riconoscerne anche
unilateralmente la capitale, tuttavia per il caso di Gerusalemme la situazione assume caratteri
diversi.

Bisogna partire dalla Risoluzione Onu 181 del 1947, secondo la quale, in vista della creazione di
due Stati, uno di Israele e uno della Palestina, Gerusalemme avrebbe dovuto avere uno status
internazionale e sarebbe dovuta essere amministrata direttamente dalle Nazioni Unite (parte III,
lettera A).

Tuttavia, tale risoluzione non è mai entrata in vigore a causa della guerra arabo-israeliana del 1948.
A seguito di tale evento, anzi, Gerusalemme venne divisa in due, con la parte ovest controllata da
Israele e la parte est – dove si trova la Città Vecchia, coi principali luoghi santi per le tre religioni
monoteiste – controllata dalla Giordania (che assunse il controllo anche della Cisgiordania, mentre
l’Egitto quello della striscia di Gaza).

A seguito poi della “ Guerra dei sei giorni” nel 1967, vinta da Israele contro Egitto, Siria, Giordania e Iraq, lo Stato ebraico occupò i territori palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. Però, mentre i territori della Cisgiordania e di Gaza furono trattati come territori occupati da Israele, invece Gerusalemme est è stata “annessa” allo Stato israeliano, spingendosi financo, nel 1980, ad approvare una legge costituzionale – la Basic Law- che dichiarava Gerusalemme la capitale unica e unita di Israele, coronando così il sogno del fondatore di Israele Ben Gurion, che già nel 1949 aveva rivendicato in un celebre discorso all’Onu Gerusalemme come “capitale eterna” del neonato Stato israeliano. A fronte di ciò, le Nazioni Unite hanno reagito approvando due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sempre nel 1980: la risoluzione 476, che condanna l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e di Gerusalemme est, e nega qualsiasi validità giuridica alle decisioni di Israele di trasformarla nella sua capitale, e la risoluzione 478. Tale ultima risoluzione, vista la mancata ottemperanza di Israele alla precedente, oltre a ribadire la nullità della “Basic Law” israeliana per il diritto internazionale, dispone anche il ritiro di tutte le ambasciate dei vari Paesi da Gerusalemme. Il 10 luglio 2004, poi, la Corte Internazionale di Giustizia, in un parere consultivo, definisce Gerusalemme Est come territorio occupato con la forza da Israele e dunque contraria al diritto internazionale per come formatosi dopo l’entrata in vigore dello Statuto delle Nazioni Unite il quale, come noto, all’art. 2, punto 4, prevede il divieto dell’uso della forza; norma quest’ultima corrispondente al diritto consuetudinario di natura cogente.

Alla luce, dunque, del diritto internazionale gli USA si pongono certamente in contrasto con i
deliberata del Consiglio di Sicurezza e con la Carta stessa dell’ONU, che ha come scopo principale
il mantenimento della pace. Resta l’interrogativo, tuttavia, se ed in che misura il comportamento
degli USA possa costituire un illecito internazionale.

Dott. Rosario Fiore, Cultore di Diritto Internazionale, Unipa

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