Rapporti Cina-Africa: neocolonialismo o mutua collaborazione?


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Rapporti Cina-Africa: neocolonialismo o mutua collaborazione?

Secondo il nuovo studio della McKinsey&Company “Dance of the lions and the dragons: How are Africa and China engaging, and how will the partnership evolve?”, la Cina è ormai diventata il primo partner commerciale del continente africano, scalzando in appena due decenni gli storici alleati Stati Uniti e Francia, destando non poche preoccupazioni a livello globale. Secondo gli ultimi dati, infatti, gli scambi commerciali tra Africa e Cina sono aumentati negli ultimi anni ad un tasso del 20% l’anno, arrivando nel 2015 ad un volume di scambi commerciali di merci pari a 188 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il tasso in investimenti diretti, esso ha raggiunto negli ultimi anni la soglia record di aumento del 40% ogni anno, primeggiando in particolar modo negli investimenti per la crescita (25 miliardi) e nel finanziamento per lo sviluppo delle infrastrutture (21 miliardi). Lo studio di questi nuovi dati ha spinto numerosi analisti e politici – tra cui spicca il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani – a considerare le politiche cinesi in Africa come una forma di neocolonialismo.

La presenza cinese in Africa, però, non è recente, ma affonda le sue radici nel processo di decolonizzazione sviluppatosi a partire dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando i primi paesi africani cominciarono ad ottenere l’indipendenza: l’Egitto fu il primo stato africano ad intrattenere relazioni diplomatiche con la Repubblica popolare cinese guidata allora da Mao Zedong. In questa prima fase, che va da metà anni Cinquanta a metà anni Sessanta, la Cina sviluppò le proprie relazioni diplomatiche con il continente africano sulla base di quello che lo studioso Philip Snow ha definito “fase missionaria”: dopo la conferenza dei paesi non-allineati tenutasi a Bandung nel 1955, l’obiettivo di Mao era quello di dimostrare la possibilità della creazione di un modello di partenariato economico e politico differente rispetto ai modelli proposti dai due blocchi in contrapposizione nella guerra fredda, vale a dire il modello statunitense e quello sovietico. L’apice di questa volontà cinese di operare in Africa è rappresentata dalla visita dell’allora primo ministro Zhou Enlai nel 1963 in dieci paesi africani, viaggio che ha saldato fortemente le relazioni sino-africane. I principi alla base di questa cooperazione erano sostanzialmente due: rispetto della sovranità statale e libera erogazione di fondi e di aiuti allo sviluppo senza l’apposizione di vincoli di natura politica ed economica.

Con la morte di Mao Zedong nel 1976 e l’avvento al potere di Deng Xiaoping nel 1978 cambiò il paradigma d’azione cinese: se fino a quel momento l’obiettivo era quello di perseguire scopi di natura politica, ovvero aiutare i paesi africani ad affrancarsi dall’eccessiva dipendenza rispetto ai due blocchi in contrapposizione e, soprattutto, rafforzare la propria posizione e immagine a livello internazionale, successivamente invece l’interesse cinese divenne quello di perseguire vantaggi di natura economica. Ciò non si tramutò immediatamente in una maggiore collaborazione economica, ma anzi in un primo momento la Cina sembrò allentare il legame diretto con i paesi africani per occuparsi maggiormente del processo di industrializzazione e di sviluppo interno.

 

Solo a partire dagli anni Novanta la Cina ha ripreso con maggior vigore le relazioni economiche con il continente africano. Le ragioni alla base di questo nuovo cambio di rotta sono due: in primo luogo, cercare di superare l’isolamento derivante dalla ferma condanna a livello internazionale di quanto avvenuto in piazza Tienanmen nel 1989; in secondo luogo, data l’urgenza di accedere amaterie prime (come ad esempio il petrolio) necessarie per raggiungere livelli di crescita interna elevati, era fondamentale raggiungere degli accordi di partenariato più stretti con i paesi produttori, tra cui quelli africani.  Nel 2000, infatti, per migliorare le relazioni multilaterali ed avere un

 

meccanismo istituzionale di confronto, la Cina ha deciso di creare il Forum on China-Africa Cooperation, organo che si riunisce ogni tre anni. Anche se i principi che stanno alla base rimangono sempre gli stessi, ovvero rispetto della sovranità statale e non interferenza interna, la Cina ha fissato nuovi paletti per rafforzare la cooperazione economica col continente africano: in primo luogo, da un punto di vista politico, ha imposto il principio di riconoscimento di un’unica Cina e dunque il blocco delle relazioni diplomatiche con Taiwan; in secondo luogo, da un punto di vista economico, ha imposto che le aziende cinesi potessero ottenere una quota minima di appalti all’interno dei paesi aderenti all’accordo.

 

Nonostante l’inserimento di queste nuove clausole, però, i rapporti sino-africani si sono rafforzati a scapito di quelli col mondo occidentale. Mentre i paesi europei e gli Stati Uniti subordinano l’erogazione di fondi per lo sviluppo a due principi, ovvero il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali (cercando, in questo modo, di creare le condizioni per lo sviluppo e il rafforzamento di regimi democratici) e la liberalizzazione economica interna, la Cina si è sempre disinteressata alla natura dei regimi politici interni, preferendo adottare il principio di non-interferenza. Questo permette alla Cina di essere molto competitiva in Africa in quanto i paesi africani preferiscono intrattenere relazioni diplomatiche e commerciali con paesi che non impongono rigide regole di condotta e che non si immischiano nei propri affari interni.

Il rafforzamento dei rapporti tra Cina e continente africano ha sicuramente avuto l’effetto di riaccendere il dibattito sullo sviluppo dei paesi africani. Se da un lato i prestiti e gli investimenti cinesi teoricamente hanno avuto e hanno tuttora lo scopo di cercare di generare crescita e sviluppo attraverso l’industrializzazione, il miglioramento dei tassi di occupazione e lo sviluppo di reti infrastrutturali necessarie – come dimostra l’esempio della creazione della TAZARA (Tanzania-Zambia Railway), il treno che collega la capitale tanzaniana Dar es Salaam alla città zambiana di Kapiri Mposhi – , dall’altro lato è anche vero che la politica di espansione commerciale cinese, così come è strutturata, rischia di generare profondi squilibri a livello economico: i cinesi, infatti, investono in questi paesi soprattutto nel settore energetico (in particolar modo nel settore petrolifero e minerario) per ottenere le materie prime necessarie per lo sviluppo industriale interno, utilizzando poi lo stesso mercato africano come mercato di sbocco dei propri manufatti. Questo schema aggrava la dipendenza economica dei paesi africani rispetto alla vendita di queste materie prime e non permette una diversificazione della loro economia interna che permetterebbe di porre le basi per la creazione di un’economia industriale.

Bisogna però aggiungere che l’eccessiva dipendenza dei paesi africani al commercio internazionale e alla vendita di certe materie prime non è frutto soltanto della politica commerciale cinese, ma dipende anche dal fallimento dei Programmi di aggiustamento strutturale imposti dai paesi occidentali e dalle istituzioni finanziarie internazionali (FMI, Banca Mondiale) all’interno del quadro del cosiddetto “Washington Consensus”: si tratta dell’applicazione di tutta una serie di regole e criteri neoliberisti come la stabilizzazione macroeconomica, il riaggiustamento della spesa pubblica attraverso la riduzione o eliminazione dei sussidi statali, la liberalizzazione delle importazioni e la privatizzazione delle aziende statali imposti ai paesi africani nel corso degli anni Ottanta per permettere loro di accedere agli aiuti economici. L’idea di fondo nell’applicazione di questi criteri era quella secondo cui attraverso la forza autoregolativa del mercato sarebbe stato possibile porre le basi non solo della crescita, ma anche del rafforzamento dello stato e delle sue istituzioni. In realtà, invece, l’applicazione parziale o totale di questi programmi ha portato solo ad un indebolimento ulteriore delle economie di questi paesi e all’esplosione dei debiti pubblici, con conseguente peggioramento delle condizioni economiche e sociali della popolazione. La base di questa agevole infiltrazione cinese nel continente africano va anche ricercata all’interno di questo background.

L’Africa ormai, a livello internazionale, rappresenta un partner necessario per i cinesi, in particolar modo per lo sviluppo del progetto della “Nuova via della Seta”. Anche se in realtà il progetto coinvolge solo parte del continente africano, ovvero la parte orientale e nord-orientale, esso rappresenta comunque un buon viatico per i paesi coinvolti per accedere in parte a quei 900 miliardi di dollari che il governo cinese metterebbe a disposizione nell’arco di 10 anni per raggiungere tale obiettivo, fondi che farebbero comodo ai paesi africani interessati per migliorare il proprio sistema infrastrutturale. Non a caso, proprio nel continente africano, la Cina si sta espandendo anche da un punto di vista militare. Per assicurare la stabilità dei paesi interessati dal progetto della Nuova Via della Seta o i paesi in cui le aziende cinesi stanno investendo, il governo cinese ha aumentato la propria presenza militare: un esempio può essere considerato lo schieramento della flotta navale cinese nello stretto di Aden, passaggio cruciale per la creazione della Nuova Via della Seta e per il controllo del Mar Rosso, con la partecipazione alla forza internazionale che dal 2009 si occupa di combattere la pirateria.

ENRICO COCINA

Per approfondire:

http://www.limesonline.com/perche-alla-cina-interessa-lafrica-1/76224

https://www.agi.it/blog-italia/africa/lafrica_gi_una_colonia_cinese-1643289/news/2017-04-02/

https://www.mckinsey.com/Global-Themes/Middle-East-and-Africa/The-closest-look-yet-at-Chinese-economic-engagement-in-Africa

http://eastwest.eu/it/opinioni/sub-saharan-monitor/mckinsey-rivede-la-natura-degli-investimenti-cinesi-in-africa

http://harvardpolitics.com/world/chinas-investment-in-africa-the-new-colonialism/

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