L’ultima chance per evitare una nuova guerra in Africa


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Yaya Jammeh, Presidente del Gambia per 22 anni.


Il Gambia, uno dei Paesi più piccoli dell’Africa occidentale sia per dimensioni territoriali che per grandezza della popolazione (appena 1.728.394 abitanti), rischia seriamente di essere la miccia per un’ ennesima nuova guerra nel continente africano. La CEDEAO (Comunità Economica Degli Stati dell’Africa Occidentale) ha apertamente condannato la decisione di Yaya Jammeh di rimanere al potere contro la volontà popolare minacciando l’uso della forza come estrema soluzione alla crisi. L’opzione militare ha già trovato ampio consenso quindi sia nella regione che in seno all’ONU dove soprattutto Stati Uniti e Francia hanno avallato la possibilità di un intervento armato.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire quali siano le case della crisi:

La crisi politica in Gambia è stata provocata dal ripensamento del dittatore Yaya Jammeh di lasciare le redini del paese a seguito della sconfitta elettorale del 1 dicembre, dopo ben 22 anni di governo. Jammeh inizialmente aveva infatti accettato l’esilio promettendo una pacifica transizione del potere nelle mani del vincitore Adama Barrow. Una decisione che aveva molto sorpreso, è raro infatti che un dittatore africano accetti la volontà popolare. Una settimana dopo arriva però la rettifica: Jammeh annuncia la decisione di rimanere al potere. E’ questo l’inizio della crisi.

Le ragioni di un tale capovolgimento di strategia risiede nel mancato rispetto degli accordi con l’opposizione vincitrice delle elezioni. Gli accordi prevedevano infatti che, in cambio di una transizione pacifica del potere, Jammeh avrebbe potuto beneficiare dell’immunità sui crimini commessi durante gli anni in cui era al potere. Adama Barrow, ad oggi solo Presidente formale del Gambia, avrebbe infatti rivelato la sua intenzione di attuare una serie di manovre volte a rendere giustizia alle migliaia di vittime del regime. Il ripensamento di Jammeh che ha gettato il proprio paese in una seria crisi politica (e probabilmente militare) è quindi dovuto ad un ultimo disperato tentativo di evitare una probabile condanna in tribunale.

La tensione nel Paese è quindi cresciuta notevolmente dopo che il 18 Gennaio alcuni paesi, tra cui il Senegal, il Camerun e la Nigeria, avevano dato un ultimatum al dittatore, intimandolo di rassegnare le proprie dimissioni e abbandonare il Paese, pena l’invasione armata del territorio Gambiano. Ad ultimatum scaduto, e disatteso, è iniziata la mobilitazione militare. Mentre all’interno del Paese montava la paura e tra gli stranieri si scatenava la ressa all’interno dell’aeroporto internazionale della capitale per ritornare nei paesi di origine.


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Un convoglio di militari senegalesi si dirige verso la frontiera con il Gambia a Karang, in Senegal, il 19 gennaio 2017. (Sylvain Cherkaoui, Ap/Ansa)


L’invasione tuttavia è stata per il momento “sospesa”, nonostante i militari di 5 Paesi (Senegal, Nigeria, Ghana, Togo e Mali) siano già sul territorio Gambiano senza incontrare resistenza, e la dichiarazione dello stato d’assedio da parte di Jammeh, una condizione in cui i diritti civili sono messi sotto dure restrizioni.

Il 19 Gennaio il presidente eletto Adama Barrow, non potendo rientrare in Gambia per ragioni di sicurezza, ha tenuto una formale cerimonia di insediamento all’interno dell’ambasciata gambiana a Dakar (Senegal) alla quale hanno partecipato numerosi esponenti diplomatici degli altri paesi africani.

Il quotidiano del Burkina Faso “Le Pays” scrive: “Per Jammeh il conto alla rovescia è cominciato […] La palla è nel campo dell’organizzazione regionale, i cui capi militari stanno finalizzando il proprio piano di intervento. Le prossime ore saranno molto lunghe e decisive per conoscere l’esito di questo braccio di ferro. Nel frattempo la tensione sale da tutte le parti e fino alla fine l’obiettivo sarà quello di evitare uno scontro fra le truppe”

Il giornale francese “Le Monde” in perenne contatto con le testate giornalistiche dei paesi coinvolti scrive: “L’operazione, chiamata “Restaurare la democrazia”, è stata lanciata poco dopo la vittoria di Adama Barrow, con il voto unanime di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, ma è stata sospesa a fine giornata per permettere “un’ultima mediazione” e convincere Yahya Jammeh ad andare in esilio. Il presidente saprà cogliere quest’ultima opportunità per evitare una crisi armata?”

Il ruolo del Senegal:

In tutta questa vicenda il ruolo del Senegal assume un significato particolare. Dakar ha infatti assunto la posizione di primo attore all’interno della crisi gambiana. Storicamente il Senegal ha sempre avuto l’ambizione di voler annettere il Gambia e creare la cosiddetta federazione Senegambie, una “macro nazione” che, nelle più rosee visioni del progetto, comprenderebbe anche il Mali. L’ex colonia inglese infatti è geograficamente inglobata all’interno dei confini Senegalesi e l’unico sbocco esterno è rappresentato dall’oceano atlantico.


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Il Senegal, considerato in Africa e in Occidente, come un baluardo della democrazia, ha quindi buone ragioni per essere coinvolto in questa vicenda ed assumere il ruolo di guida regionale che lo porterebbe a competere geopoliticamente alla pari di giganti continentali come Angola, Nigeria, Egitto e Sud Africa. A maggior ragione dal momento in cui due potenze mondiali come Francia e Stati Uniti supportano apertamente il suo progetto federalista.

A cura di Lorenzo Gagliano

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