L’anno dell’Arabia Saudita


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L’anno dell’Arabia Saudita

 a cura di S.E. Armando Sanguini, già Ambasciatore d’Italia a Tunisi e Ryiad
Sono passate poche settimane da quando le usuali Cassandre occidentali tornavano a preconizzare una declinante deriva politica sociale ed economica dell’Arabia saudita. E puntualmente, anche in quest’occasione, sono state smentite piuttosto seccamente. Non intendo certo sostenere che questo paese non soffra di contraddizioni e non sia confrontato da sfide cruciali sulle quali anzi è opportuno e necessario tenere ben acceso il faro dell’attenzione più puntuale, ma solo osservare come in questo momento risulti guidata da una leadership alla quale non fa difetto né assertività né visione di futuro.
A sostegno di questa valutazione vorrei portare alcuni esempi concreti. Iniziando dalla politica interna con l’annuncio fatto dal giovane figlio del re Salman, 30anni, vice Principe ereditario, Ministro della Difesa e Presidente del Consiglio per l’economia e lo sviluppo: il varo di una strategia ventennale di ristrutturazione e diversificazione dell’economia saudita volta a renderla sempre meno dipendente dal petrolio sostenuta finanziariamente dalla creazione di un Fondo di oltre 2 trilioni di dollari sulla quale far confluire anche i proventi della probabile messa sul mercato di una quota azionaria di Aramco (attorno al 5%) la compagnia petrolifera saudita il cui valore è stimato pari a diversi trilioni di dollari. Strategia comprensiva anche di misure del tutto innovative in materia fiscale, di spending review resa inevitabile anche a prescindere dalla stretta imposta dal basso livello del prezzo del petrolio e di prudenti, anzi prudentissime, riforme interne.
Sul versante della politica internazionale sarà sufficiente ricordare l’allargamento e rafforzamento del suo ventaglio di partenariati e alleanze: con particolare riferimento all’Asia e all’Estremo oriente: dal Giappone alla Cina, al Pakistan e da ultimo all’India con la visita in Arabia saudita del Premier Modi che ha rinsaldato e rilanciato la valenza strategica dei rapporti tra i due paesi. Tutto ciò a servizio del suo ruolo di global player non solo nel cruciale campo energetico mondiale, ben rappresentato dalle ripercussioni del crollo del prezzo del petrolio – dagli USA al Venezuela alla Russia, etc. – di cui Riyadh è stata in buona misura protagonista, come del resto lo è stata con la mini-svolta del congelamento del gennaio scorso; ma anche all’interno della massima istanza islamica, cioè l’Organizzazione della Conferenza islamica il cui vertice è in agenda dal 14 al 15 aprile in Turchia.
A dispetto poi di una vulgata non priva di qualche fondamento, l’Arabia saudita ha imbracciato il vessillo di campione dell’anti-terrorismo, non tanto e non solo attraverso la sua partecipazione alla coalizione a guida americana quanto e piuttosto ponendosi alla testa di una coalizione di ben 36 paesi musulmani puntata contro ogni forma di terrorismo, dalla Siria all’Iraq, dall’Egitto alla Libia all’Afghanistan; ricevendo anche una riconoscente menzione al riguardo dalle Nazioni Unite. E sposta poco il fatto che questa esibizione di forza, come del resto l’iscrizione di Hezbollah libanese nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, avallata dalla stessa Lega araba, costituisca anche un robusto monito rivolto all’Iran, suo contendente per la supremazia regionale condotta sotto le insegne dello scontro sciita-sunnita. Nella stessa logica entra del resto la poderosa esercitazione militare – la “North Thunder” come è stata chiamata – che ha visto impegnate sul territorio saudita le forze di terra, mare ed aeree di oltre 20 paesi arabi e musulmani (dall’Egitto al Marocco, dal Sudan al Senegal, dal Pakistan alla Giordania, etc.) nell’emblematico richiamo retorico della pace e della stabilità nella regione.
Già la regione, quella medio orientale dove, dopo essersi intestato l’indubbio risultato positivo della composizione della delegazione delle forze di opposizione nel negoziato sulla Siria, testè ripreso in un’incertezza carica di ambiguità, ha ri-annodato le fila di una tregua col gruppo Houthi, auspice l’ONU, che sembra reggere sia pure faticosamente e poter aprire uno spiraglio nell’auspicata apertura di un processo di riconciliazione tracciato in conformità con la Risoluzione ONU del 2015 e sollecitato dalla crescente minaccia di al Qaeda e dell’ISIS.
Una sfida importante sia in termini di quel ruolo tutorio che Riyadh si è dato da tempo in considerazione del posizionamento strategico dello Yemen che rispetto a questa eclatante guerra per procura tra l’Iran e la stessa Arabia saudita e che l’ha spinta a intervenire militarmente in concorso con altri otto paesi arabi in una guerra che ha già fatto oltre 6mila morti ed è entrata in un uno stallo potenzialmente devastante per tutte le parti in causa.
Il versante sul quale Riyadh ha segnato un vistoso punto a suo favore, sempre in questi giorni, lo troviamo però in altri due eventi: il primo è costituito dalla visita in Turchia del re saudita Salman che sanziona un formale passo in avanti nel riavvicinamento ad Erdogan iniziato subito dopo la successione ad Abdallah – che lo aveva tenuto a distanza per il suo sostegno all’invisa Fratellanza musulmana – in chiave di ricompattamento dell’intero fronte sunnita della regione in funzione anti-Iran e anti-Bashar al Assad, ma anche di aiuto al superamento del suo attuale (e colpevole) isolamento.
Il secondo, più importante, è dato dalla visita di ben 5 giorni al Cairo che ha messo il sigillo ad un’alleanza in cui l’Arabia saudita ha accentuato la sua posizione di supremazia, avviata all’indomani della defenestrazione di Morsi con un pacchetto di aiuti di 5 miliardi di dollari (gli Emirati ne aggiungeranno 3 e altrettanti il Kuwait). Vi ha infatti sommato un Fondo di investimenti di oltre 16 miliardi di dollari – una manna per le disastrate condizioni dell’Egitto – cui si sono aggiunti accordi per 1,7 miliardi; la restituzione alla sovranità saudita di due isolette di certa importanza strategica e patriottica e soprattutto il varo di un progetto di ponte sul Mar Rosso tra Arabia saudita ed Egitto destinato a mettere in comunicazione fisica e quindi anche geopolitica l’Asia e l’Africa.
Superfluo sottolineare l’enfasi retorica che ha accompagnato il lancio di questo progetto che indubbiamente serve anche alla magniloquenza di un Al Sisi che forse non ha capito quanto fosse nel suo stesso interesse, proprio in quei giorni, dar prova di essere troppo arrogante (verso un’Italia che lo aveva troppo in fretta sdoganato dal colpo di stato del 2013) o troppo pavido (verso i suoi servizi). Così come non ha forse compreso che facendo sponda proprio con Riyadh e per suo tramite con Ankara e Qatar – senza cedere alle lusinghe neo-colonialiste di Parigi – potrebbe contribuire a sbloccare quel segmento della crisi libica legato a Tobruk e al generale Haftar dove il gioco degli interessi prevale su quello delle ideologie.
In questo scorcio d’anno l’Arabia saudita esibisce dunque un profilo di forte assertività mescolata con un altrettanto forte contrapposizione con l’Iran, ma non può pensare che questa sia la chiave di lettura e pratica geopolitica dei futuri equilibri mediorientali. Lo stesso dicasi per l’Iran che rischia di porre a repentaglio il successo della profonda svolta politico-economico-sociale e culturale di cui Rouhani si vuole rendere protagonista, con iniziative implicanti instabilità sul piano regionale e sfide alla sicurezza internazionale.
L’andamento del negoziato sulla Siria ancora avvolto nella nebbia delle agende dei suoi protagonisti, regionali e internazionali, sarà un’interessante cartina di tornasole.

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