La pace secondo Trump: Europa e Italia frenano


 

Il “Board of Peace” promosso da Donald J. Trump e presentato al World Economic Forum di Davos si configura come una nuova organizzazione internazionale formalmente orientata alla promozione della stabilità, al ripristino di una governance affidabile e al conseguimento di una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Tale finalità, definita in termini ampi dallo statuto, non prevede limiti geografici o materiali stringenti (Statuto del Board of Peace, Art. 1), consentendo al Board di estendere il proprio intervento a una pluralità di contesti di crisi.

La governance dell’organizzazione è fortemente accentrata. L’articolo 3.2 (Statuto del Board of Peace) designa Donald J. Trump quale chairman inaugurale e gli attribuisce un’autorità esclusiva nella creazione, modifica e dissoluzione di entità sussidiarie necessarie al perseguimento della missione del Board (Statuto del Board of Peace, Art. 3.2, lett. b). Tale centralità è ulteriormente rafforzata dall’articolo 3.3 (Statuto del Board of Peace) che consente al chairman di designare in ogni momento il proprio successore. L’articolo 4.1 (Statuto del Board of Peace) completa questo assetto prevedendo che i membri dell’Executive Board siano selezionati direttamente dal chairman senza meccanismi di elezione o rappresentanza paritaria tra gli Stati membri.

Sebbene lo statuto richiami il rispetto del diritto internazionale come limite all’azione del Board, l’assenza di un riferimento esplicito a un mandato delle Nazioni Unite e la specifica di fare riferimento “a quanto approvato dalla propria Carta” (Statuto del Board of Peace, Art. 1), rischia pertanto di consentire interventi selettivi o discrezionali, ponendo il Board of Peace in potenziale tensione con l’architettura del multilateralismo tradizionale e con il ruolo istituzionale dell’ONU nella gestione della pace e della sicurezza collettiva.

I vincoli dell’Italia

L’Italia si mostra aperta all’iniziativa del presidente americano, ma vi è la presenza di un vincolo Costituzionale importante. L’articolo 11 della Costituzione, infatti, consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità con gli altri Stati e all’interno di ordinamenti internazionali orientati alla pace e alla giustizia. Il Board immaginato da Trump, presieduto dallo stesso presidente Usa e accessibile tramite una quota di adesione miliardaria, rompe questo principio di parità e configura una struttura gerarchica che rende impossibile una partecipazione italiana formale. A Palazzo Chigi è maturata rapidamente la consapevolezza che un’eventuale adesione richiederebbe una ratifica parlamentare ormai impraticabile nei tempi e che, in ogni caso, il Quirinale la bloccherebbe quasi certamente. Giorgia Meloni si trova così davanti a un dilemma politico e diplomatico delicato. Dire “no” all’amico Donald Trump significherebbe segnare uno strappo nei rapporti con Washington, già messi alla prova dalle tensioni sui dazi e dalla questione groenlandese. L’ipotesi che prende forma è quindi una presenza a Davos da osservatrice, consentendo di mantenere il canale politico aperto senza compromettere i vincoli istituzionali.

Il dissenso europeo

La cautela italiana si inserisce in un quadro europeo molto più ampio. I principali Paesi dell’Unione hanno scelto di prendere le distanze dall’iniziativa. Francia, Germania, Svezia, Norvegia e Regno Unito hanno rifiutato o congelato l’adesione, giudicando il “Board of Peace” un progetto ambiguo, potenzialmente destabilizzante e capace di svuotare ulteriormente il ruolo dell’ONU. Anche il Primo Ministro della Slovenia Robert Golob ha espresso il suo dissenso, declinando l’invito e sostenendo che l’iniziativa rappresenta un interferenza pericolosa all’ordine internazionale mondiale. A Bruxelles circola l’idea che il documento istitutivo sia pensato per concentrare il potere decisionale nelle mani di una sola leadership, legittimando al contempo la presenza di figure come Vladimir Putin (Russia) e Alexander Lukashenko (Bielorussia) in un organismo che dovrebbe promuovere la pace. Non a caso, il tema sarà affrontato anche nel Consiglio europeo straordinario, insieme alle tensioni con gli Stati Uniti.
In questo contesto, l’Ucraina di Volodymyr Zelenskyy prende tempo sottolineando l’impossibilità di immaginare una cooperazione per la pace in uno stesso tavolo con Russia e Bielorussia.

L’adesione degli altri paesi del mondo

Fuori dall’Europa, invece, le adesioni arrivano soprattutto da Paesi politicamente vicini a Washington o interessati a rafforzare il rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. Argentina, Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco, Armenia, Azerbaigian, Kazakistan e Vietnam hanno confermato la partecipazione. Anche Israele, con Benjamin Netanyahu, ha accettato l’invito vedendo nel “Board of Peace” uno strumento utile per la gestione della fase post-bellica a Gaza. Inoltre, la partecipazione gli consentirebbe di assumere un’influenza rilevante nel processo di ricostruzione della Striscia.

La posizione della Cina

La Cina ha dichiarato che continuerà a difendere l’ordine internazionale fondato sulle Nazioni Unite, all’indomani dell’annuncio di aver ricevuto un invito ufficiale dagli Stati Uniti a partecipare al “Board of Peace” promosso dal presidente Donald Trump. Pechino ha confermato la ricezione dell’invito senza tuttavia chiarire se intenda aderirvi. In una dichiarazione ufficiale, il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun ha ribadito che la Cina sostiene in modo costante il multilateralismo e l’ordine internazionale basato sull’ONU, sottolineando che, indipendentemente dai cambiamenti nello scenario globale, Pechino continuerà a fare riferimento ai principi e agli obiettivi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite come fondamento delle relazioni internazionali.

La prospettiva della Chiesa

Anche il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, si è espresso in merito alla posizione della Chiesa sulle attuali vicende globali. Il Segretario ha sottolineato come l’attuale clima di tensione tra Stati Uniti ed Europa contribuisca ad aggravare una situazione internazionale già fortemente critica, evidenziando la necessità di ridurre le frizioni attraverso il dialogo sui nodi controversi, evitando dinamiche polemiche. In merito al “Board of Peace”, Parolin ha confermato che anche la Santa Sede ha ricevuto un invito ufficiale, attualmente oggetto di valutazione, precisando che una decisione richiederà tempo e un’analisi approfondita.
Il cardinale ha inoltre chiarito che l’eventuale coinvolgimento della Santa Sede non potrebbe avvenire su base economica, sia per limiti oggettivi sia per la specificità del suo ruolo internazionale, lasciando intendere che la richiesta di partecipazione non sarebbe di natura finanziaria. Infine, Parolin ha ribadito che, al di là delle posizioni personali espresse dal presidente statunitense sull’Europa, l’elemento centrale resta il rispetto del diritto internazionale e delle regole della comunità internazionale, quale fondamento imprescindibile delle relazioni tra gli Stati.

Conclusione

L’iniziativa di Trump rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato, producendo anche un evidente cortocircuito ideologico. Proprio quegli attori che per decenni si sono fatti promotori e garanti dell’ordine multilaterale attuale sembrano oggi fare un passo indietro, riposizionandosi su schemi di gestione del potere sempre più unilaterali e personalizzati. Il risultato non è solo l’indebolimento delle architetture internazionali esistenti, ma una riscrittura implicita degli equilibri globali, in cui la legittimazione non passa più attraverso regole condivise, bensì attraverso rapporti di forza e fedeltà politica.

 

Enrico Pennacchio

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