Come valutare i quattro anni di Donald Trump, dati alla mano?


The president's cudgel: A history of @realDonaldTrump, gone after 57,000  tweets | The Times of Israel

Premessa: quando un’esperienza politica arriva al termine è sempre periodo di bilanci. In questa sede ci asterremo dal  parlare degli ultimi sviluppi sociali che hanno fatto della transizione dei poteri tra Presidente uscente e Presidente eletto uno spettacolo triste ed allarmante, non è l’obbiettivo di questo articolo e gli avvenimenti sono troppo “freschi” per dare valutazioni pienamente oggettive.

Rimarremo concentrati, invece, su valutazioni che possiamo dare sulla base di dati oggettivi, e come è facile da capire, quando si governa un Paese grande, importante e potente come gli USA è difficile fare tutto bene, gli errori sono sempre dietro l’angolo così come gli imprevisti e la pandemia in corso ne è un esempio perfetto. Per questo motivo il Bilancio dell’Amministrazione Trump che andremo a fare sarà necessariamente parziale, ovvero prenderemo in considerazione le performance politiche della Casa Bianca a guida Trump, escludendo in parte il 2020, soprattutto dal punto di vista dell’analisi economica.

Spesso quando in TV (ahi noi) viene chiesto al giornalista tuttologo o all’opinionista di turno una valutazione sul Presidente Donald J. Trump, il discorso vira immediatamente sugli ultimi scandali, su Trump come persona e come personaggio, più che come presidente; sulle ultime dichiarazioni sopra le righe, senza mai davvero avere la possibilità di avere una visione di insieme, senza cioè avere la possibilità di capire analiticamente che tipo di Presidenza è stata quella di Trump.

Di certo ciò che dobbiamo tenere a mente è la consapevolezza che la nostra visione, essendo contemporanea, sarà di certo di gran lunga più imprecisa e incompleta rispetto a quella che avremo tra 10 o 20 anni. Pensate ad esempio alla deregolamentazione finanziaria di Wall Street (e di conseguenza globale) degli anni ‘90: essa ha fatto letteralmente esplodere l’economia statunitense ma ha anche posto le premesse per la peggiore crisi economica del secolo, la crisi del 2008, da cui molti paesi nel mondo non si sono ancora ripresi. Ha posto le premesse per diseguaglianze ancora più accentuate e incertezze più preoccupanti.

Di certo le considerazioni qui riportate non saranno di parte, anche perché chi scrive non ha alcun interesse, non appartiene a coloro che “tifano” uno o un altro Presidente di un Paese straniero in cui non ha alcun potere di influenza, non è un cittadino statunitense, non ha diritto di voto e  probabilmente neanche la maggioranza di chi leggerà questo articolo lo ha, quindi non si ha la pretesa di convincere nessuno.

POLITICA ESTERA

China retaliatory tariffs on US goods come into force | Business| Economy  and finance news from a German perspective | DW | 31.05.2019

L’argomento più rilevante nel capitolo della politica estera riguarda la Guerra commerciale con la Cina: dazi studiati per allontanare ed ostacolare l’attività delle aziende cinesi negli USA. La Cina, come risaputo, ha risposto specularmente, il tutto ha generato un rallentamento economico a livello globale.

Ma perché la Cina è stato il primo bersaglio della politica estera di Trump? I problemi precedono Trump, e sono seri:

  1. La Cina approfitta dell’apertura dei mercati occidentali per esportare i propri prodotti ma all’interno dei propri confini pone barriere formali e informali che negli anni hanno portato la bilancia commerciale a pendere esageratamente a favore delle esportazioni cinesi, generando uno svantaggio competitivo nelle aziende occidentali.
  2. La Cina sostiene con tutta la sua forza economica le imprese di Stato, un problema per la concorrenza a livello globale, dal momento che la gran parte delle economie è caratterizzata da aziende private suscettibili alle leggi del mercato, e le aziende di Stato, tanto in occidente quanto in altre parti del mondo, ad eccezione della Cina, non possono contare sulla “potenza di fuoco” che invece contraddistingue Pechino da questo punto di vista.
  3. La Cina è stata spesso accusata di non rispettare le leggi sulla proprietà intellettuale, ciò è vero e genera un danno che va dai 300 ai 540 miliardi di dollari l’anno per i soli Stati Uniti.
  4. La Cina è stata anche accusata di alterare i tassi di cambio della propria valuta nazionale per favorire acquisizioni internazionali, generando altri problemi di concorrenza.

Fino a prima della Presidenza Trump, l’approccio occidentale a tali problemi (conservato dall’Europa) è stato quello di agire pazientemente sul lungo periodo tramite la diplomazia. Vi era, e vi è tutt’ora, la convinzione che una maggiore integrazione della Cina nella comunità internazionale, l’organizzazione di continui meeting di cooperazione e contrattazione internazionale, avrebbero via via spinto la Cina ad uniformarsi agli standard dei grandi Paesi sviluppati, gli standard decisi in seno alla World Trade Organization o alla Banca Mondiale.

Trump ha deciso di porre fine a questa strategia e affrontare il problema di petto:
u
n dato interessante è quello secondo cui l’intero ammontare dei nuovi dazi riscossi grazie all’ingresso delle merci cinesi sono serviti a coprire le grandi difficoltà economiche sorte proprio a causa della guerra commerciale, soprattutto per il settore agricolo.

Secondo la Commissione di Bilancio del Congresso USA, la guerra commerciale costa ogni anno agli stati uniti qualche decimale di PIL e che interi settori economici stanno diventando troppo dipendenti dagli aiuti dello Stato.

Alla fine, dopo mesi di guerra commerciale estenuante, la quale ha avuto effetti negativi non solo all’interno degli USA ma anche in altri Paesi del Mondo, tutto questo è servito solo a permettere che i due Paesi si sedessero ad un tavolo di negoziazioni, nel 2019 hanno negoziato accordi per circa 200miliardi di dollari in 2 anni che tendevano non solo a ristabilire le condizioni precedenti alla guerra commerciale, ma a migliorarle. Di fatto, tutti i problemi cardine elencati precedentemente non furono nemmeno sfiorati. Tuttavia, sembrava un primo passo molto promettente, a cui però non è mai seguito il secondo a causa del COVID-19, che come tutti sappiamo è stato poi ribattezzato da Trump come Il Virus Cinese già dal gennaio 2020, rovinando tutto il lavoro fatto in precedenza e la possibilità di nuovi negoziati fruttuosi.

Mentre la guerra commerciale quindi si era trasformata in guerra mediatica, la Cina si impegnava nella cosiddetta “Diplomazia delle mascherine” inviando a mezzo mondo aiuti di varia natura per resistere al virus, insomma stavano riempiendo gli spazi lasciati vuoti dagli Stati Uniti quando Trump decise di abbandonare il TTIP sul fronte europeo e il TIPP su fronte asiatico (programma ideato da Obama per avvicinare gli USA agli Stati Asiatici, rosicchiando influenza a Pechino).

Tuttavia, a Biden ora potrebbe far comodo prendere una situazione che già ha toccato il livello più basso per nuove negoziazioni. Quindi è possibile che, paradossalmente, tra 4 anni Joe Biden debba dire “grazie” a Trump.

COREA DEL NORD
Trump era riuscito, in questo caso, dove nessun altro era riuscito ad arrivare o per mancanza di bravura o per mancanza di volontà. Il canale di comunicazione con KIM JONG UN sembrava stabile, ma alla fine, oltre alle foto delle strette di mano e alle dichiarazioni di grande intesa, non è rimasto nulla: tuti gli obbiettivi statunitensi, che poi sono anche quelli della comunità internazionale, non sono stati raggiunti: la Corea del Nord continua a portare avanti il proprio programma nucleare, la minaccia per la Corea del Sud è sempre presente, e la Corea del Nord rimane un paese estremamente chiuso con ampie lacune nel rispetto dei diritti umani.

Quello che è rimasto, secondo molti analisti, è stato invece una pesante legittimazione a livello internazionale del Regime Nordcoreano.

What Trump Gets Right About the Middle East | Council on Foreign Relations

MEDIO ORIENTE:
Capitolo molto più interessante e i cui sviluppi futuri sono ancora più incerti. Qui l’Amm. Trump ha stravolto completamente l’agenda dei propri predecessori.

Partiamo dall’Iran: Obama e l’UE avevano trovato un accordo con Teheran nel 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), in cambio della fine del programma nucleare iraniano a scopi militari e accettando ispezioni regolari indipendenti, gli stati occidentali avrebbero rimosso gradualmente le pesantissime sanzioni che da anni soffocano l’economia iraniana, dipendente dall’export del proprio petrolio. Ciò fece infuriare Israele e Arabia Saudita, principali rivali dell’Iran nella regione.

Arrivato Trump alla Casa Bianca, tra i primissimi viaggi all’estero decise di recarsi proprio in Israele e in Arabia saudita (fino a pochi anni fa rivale acerrimo): l’accordo con Teheran viene stracciato e le sanzioni ristabilite in toto. Ma sono seguiti anche altri gesti eclatanti: Lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’Assassinio del Generale Soleimani.

Entrambi episodi che a detta di molti avrebbero innescato la “Terza Guerra Mondiale”. Beh, non è successo. L’area ha trovato un nuovo equilibrio, soprattutto dopo gli sforzi dell’Amm. Trump volti alla normalizzazione tra Paesi del Medioriente Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Israele. Una stabilizzazione che però non significa pace, ma che conserva una forte carica di tensione, pronta ad esplodere.

L’Iran è invece più isolato e più debole, ma allo stesso tempo, per sopravvivere, è stato costretto ad avvicinarsi ancor di più alla sfera di influenza di Russia e Cina. La questione palestinese, invece, dimenticata. Però una stabilizzazione è stata raggiunta, non sappiamo quanto e se durerà, ma c’è. Ognuno cerchi di farsi una propria idea sulla qualità di questa stabilizzazione. Di fatto, però, esiste.

Tanto che Israele si è potuta permettere di agire in territorio iraniano segretamente con atti eclatanti senza subire ritorsioni, almeno per ora (dall’estate si verificano in Iran continui sabotaggi di siti energetici e militari, l’assassinio del n.2 di Al-Quaeda nel pieno centro di Teheran, l’assassinio del “Padre del Programma nucleare iraniano” di poche settimane fa. E ugualmente l’Arabia Saudita ha avuto libertà assoluta nel rapimento del primo ministro libanese, dell’assassinio del giornalista dissidente Kassogi, fatto a pezzi nell’ambasciata Saudita in Turchia, o ancora le violentissime azioni militari in Yemen che coinvolgono la popolazione civile allo stremo.

Tutti episodio che in un modo o in un altro forzano il diritto internazionale, prima difeso dagli USA, che adesso invece si girano dall’altra parte, un atteggiamento figlio della “dottrina del disimpegno in Medioriente” già precedente a Trump ma che con lui è diventata più netta e repentina:

  • In Siria e Iraq, una volta sconfitto l’ISIS militarmente (altro successo) è stato lasciato campo libero ai turchi, abbandonando i curdi.
  • In Afghanistan si va verso un ritiro totale delle truppe, firmando un accordo con i Talebani che quindi si ritengono soddisfatti, mentre l’establishment dell’esercito USA lo ritiene una sconfitta.

Se la stabilizzazione era l’obbiettivo dell’Amm. Trump in Medioriente, di certo questo è un obbiettivo che è stato raggiunto, ed è palesemente favore di un blocco piuttosto che di un altro. Ma “stabilizzazione” non vuol dire “Pace”. Vedremo che futuro avrà.

EU-US Leaders' Meeting in Brussels with Trump, Tusk, Juncker, Mogherini and  Tajani - YouTube

EUROPA:
l’Europa è diventato un bersaglio da colpire per Trump: nelle sue numerose dichiarazioni, dipinge l’UE come un avversario, un competitor sulla scena globale, alla stessa stregua di Russia e Cina e ha sempre tifato per la Brexit e qualsiasi spinta divisiva. D’altra parte, su questo punto è stato coerente con la filosofia dell’America First, in cui la visione degli USA come Campione del multilateralismo è solo uno spreco di risorse.

POLITICA INTERNA:

Proviamo ad osservare le policies di politica interna per cercare di capire coem valutarle, quali sono – dati alla mano – i loro risultati e i loro limiti rispetto agli obiettivi dichiarati operando un rapporto risultati/obiettivi: 

Trump ha agito da repubblicano ortodosso: ponendo le proprie politiche economiche sui binari del conservatorismo del “protezionismo trumpiano” il quale è stato tanto annunciato quanto, spesso, vuoto.

Gli stimoli all’economia dell’Amm. Trump:
1. tagli alle tasse: grande cavallo di battaglia dei repubblicani,
ha colpito i redditi, ma soprattutto le imprese (la corporate tax è passata dal 35 al 21%) dando un importante stimolo fiscale.

2. Si è aggiunto poi anche il taglio delle spese di bilancio, pur in assenza di un piano di massicci investimenti infrastrutturali, promesso nella campagna elettorale del 2016 e mai realizzato (a parte la costruzione del Muro al confine con il Messico, sempre che si possa definire ” infrastruttura”).

3. Deregulation volta a smantellare i provvedimenti di Obama in materia di ambiente, sanità e alcuni di quelli relativi alla finanza introdotti in seguito alla crisi del 2008.

4. Abbassamento dei tassi d’interesse frutto de una pressante attenzione del Presidente sulla FED.

Questi stimoli dovevano far crescere ancora di più una economia già in ottima saluta  (l’ultimo triennio obamiano vide una crescita del PIL del 2.5% annuo)

Con Trump, il PIL è cresciuto alla stessa media dell’ultimo triennio obamiano: il 2.5% annuo. In un sistema che già sembrava agire a pieno regime, l’impatto si è fatto sentire su occupazione e redditi. La disoccupazione è scesa fino al minimo del 3.5% del dicembre 2019 (con Obama era passata dal 10% di ottobre 2009 al 4.7% di gennaio 2017); e si è, sia pure in modo limitato, invertita la curva di riduzione della labour force participation rate, il tasso di partecipazione della popolazione adulta al lavoro,  passato sotto Trump dal 62.8 al 63.2%. L’impatto sui redditi è stato naturale: quelli medi sono cresciuti, tra il 2017 e il 2019, da 63761 a 68703 dollari annui per nucleo familiare. Tuttavia, anche in questo caso siamo più o meno in linea con l’ultimo triennio dell’Amm. Obama.

 

Per ricapitolare, con Trump (e in forte continuità con molti elementi della presidenza Obama) abbiamo avuto alta crescita, bassa disoccupazione e aumento dei redditi medi. Ma il deficit di bilancio, quello commerciale, l’indebitamento pubblico (e la quota di debito in mani straniere) e la forza del settore manifatturiero, la condizione degli Usa è peggiorata, talora anche drammaticamente, provocando l’inevitabile ampliamento della forbice tra gettito e uscite.

Nonostante le buone performance del  PIL, il deficit è aumentato esponenzialmente anno dopo anno: il +3.4% del PIL nel 2017, il +3.8% nel 2018 e il +4.6 nel 2019. Inoltre, gli USA hanno registrato i passivi commerciali più alti della loro storia: 872miliardi di dollari nel 2018, con circa un 20% in più rispetto ai passivi più alti dell’era Obama

Uno dei grandi cavalli di battaglia della Campagna elettorale di Trump fu la re-industrializzazione del Paese e del Mid-West in particolare. Il tessuto industriale USA è in crisi dal 1994, quando entra in vigore il North American Free Trade Agreement (NAFTA), che determinò un dislocamento delle industrie manifatturiere statunitensi lì dove i costi erano minori: in particolare in Messico. L’ambizione di Trump sul tema è stata giudicata “Irrealistica se non chimerica nelle complesse catene di produzione transnazionali che caratterizzano l’interdipendenza contemporanea”, il rapido rilancio del manifatturiero ha costituito nulla più che una promessa elettorale; anche in questo caso in continuità con Obama. Più che da una improbabile re-industrializzazione, la crescita è stata trainata dai servizi e dal comparto tecnologico. 

Nessun intervento è stato presentato da Trump sul tema, molto dibattuto negli USA, relativo al debito studentesco, che può arrivare anche a decine di migliaia di dollari.

Sul fronte del salario minimo federale: oggi ammonta a 7.25 dollari all’ora. Al contrario di Obama, che aveva aumentato per  il salario minimo dei dipendenti federali, Trump si è dichiarato contrario.

Infine, l’estensione della sanità pubblica di Obama, come già anticipato, è stata fortemente osteggiata dai Repubblicani più fedeli a Trump. Dopo un primo tentativo di rovesciare la riforma , hanno virato sulla promozione di politiche e iniziative che hanno generato l’ aumento – circa 2milioni e 200mila tra il 2017 e il 2019 – degli americani privi di una qualche tutela sanitaria. 

EU must heed demands of protestors against racism, inequality & police  violence | GUE/NGL

DAL PUNTO DI VISTA SOCIALE:

Si registra una maggiore polarizzazione politica e una radicalizzazione della destra statunitense, i fatti del 6 Gennaio al Campidoglio lo dimostrano, è aumentato il livello dello scontro etnico e razziale e delle disuguaglianze sociali, sfociate, in parte, nella nascita del movimento Blacks Lives Matter (BLM). Il COVID-19 ha esasperato ancora di più queste situazioni di difficoltà.

Le dichiarazioni di Trump secondo alcuni hanno provocato tutto ciò, secondo altri hanno incentivato tutto ciò, molti però sono d’accordo nel ritenere che il Presidente abbia allontanato le possibilità di riconciliazione nazionale. Un elemento che adesso dovrà entrare, volente o nolente, nel programma politico di Joe Biden e Kamala Harris. 

In Conclusione:

Donald Trump è stato etichettato da alcuni come “il miglior Presidente degli Stati Uniti di sempre”, e da altri come “il peggior Presidente degli Stati Uniti di sempre”. La verità è che non lo sapremo con certezza storica prima dei prossimi 10 anni, quel che però sappiamo è che la valutazione parziale, effettuata da noi “contemporanei” è caratterizzata da poche luci e molte ombre. La domanda che, allo scadere dell’Amministrazione Trump,  ognuno di noi può porsi è: “is America really great again?”

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Scritto da
Lorenzo Gagliano

Dott. in Relazioni Internazionali

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