#RadioAut – 9 maggio 1945-2020: 75 anni dalla fine della Grande Guerra Patriottica


Sharing is caring!


Settantacinque anni fa l’Armata Rossa guidata dai Marescialli Georgy Zhukov e Ivan Konev entrava trionfalmente a Berlino: la poderosa macchina militare del Terzo Reich veniva definitivamente sconfitta e costretta alla resa incondizionata (firmata la sera dell’8 maggio ma entrata in vigore in Urss il giorno successivo). Il 9 maggio viene celebrato come “giorno della Vittoria” in diversi paesi ex-sovietici: invasa dalle orde hitleriane nel 1941, l’Unione Sovietica ha retto il peso maggiore del conflitto fino alla fine della guerra. In Unione Sovietica la seconda guerra mondiale è stata infatti ribattezzata “Grande Guerra Patriottica”, marcando una continuità ideale con la “Guerra Patriottica” combattuta contro Napoleone nel secolo diciannovesimo. La seconda guerra mondiale sul piano bellico è stata essenzialmente una guerra nazi-sovietica dato che circa l’80% dei combattimenti è avvenuto sul fronte orientale dove la Wehrmacht ha subito oltre il 90% delle perdite totali [1]. L’eroica resistenza di Stalingrado, l’estenuante, tenace e tragica resistenza all’assedio di Leningrado e la vittoria militare nella battaglia Kursk (per citare solo tre momenti fondamentali del conflitto) hanno evitato che l’Europa venisse sottomessa stabilmente al dominio razzista hitleriano.

Gli aiuti occidentali all’Urss nel corso del conflitto sono stati certamente importanti ma non bisogna mai dimenticare che la poderosa tanto quanto criminale macchina bellica teutonica è stata affrontata metro su metro in territorio sovietico dove la Wehrmacht ha subito le principali sconfitte militari. Circa 26 milioni di cittadini sovietici (la gran parte civili) sono morti a causa dell’invasione nazista a cui l’Italia fascista ha tristemente contribuito mandando un contingente militare di circa 60.000 uomini.

L’invasione nazista si è sviluppata lungo tre direzioni: Leningrado (nord), Mosca (centro), Kiev e Caucaso (sud) lungo una linea d’attacco di quasi 2000 km. L’Unione Sovietica ha subito milioni di perdite ma è stata in grado di schierare sempre nuove truppe, resistendo eroicamente a oltranza. Le SS e la Wehrmacht si macchiarono di crimini orrendi contro i civili, considerati “subumani” al pari degli ebrei in quanto slavi: l’Operazione Barbarossa oltre a essere stata una brutale invasione militare è stata una vera e propria guerra di sterminio finalizzata a sottomettere, sterminare e schiavizzare i popoli slavi dell’Unione Sovietica.  Come ha scritto lo storico britannico Richard Overy “Anche la cultura russa era un obiettivo: i musei e le gallerie venivano saccheggiati. I grandi palazzi dell’epoca degli zar, conservati dalla nuova repubblica per il popolo, venivano depredati. Si profanavano i monumenti funebri dei grandi personaggi della musica e della letteratura russe: a Jasnaja Poljana, la residenza d Toslstoj, i manoscritti furono bruciati come combustibile e i tedeschi seppellirono i loro morti intorno alla tomba di quel grande. La casa di Čajkovskij fu saccheggiata e utilizzata come garage per le motociclette. Quelli che un tempo erano stati solo slogan del partito sulle «belve fasciste» assumevano ormai un significato reale” [2].

Nel 1941 i tedeschi conquistarono Novgorod, diedero inizio all’estenuante assedio di Leningrado, conquistarono Minsk e Smolensk nell’offensiva centrale, arrivando alle porte di Mosca. Sul fronte Sud caddero Rostov, Odessa e Kiev ma l’Unione Sovietica non cedette e l’industria bellica continuò ad essere attiva dato che Stalin dette l’ordine di spostare la produzione a est degli Urali, mettendola in sicurezza. Nel 1941, mentre era a rischio la salvezza della città di Mosca, Stalin chiamò a raccolta l’intera popolazione sovietica per difendere la Russia nella “Grande Guerra Patriottica”: non per la causa comunista ma per difendere la sopravvivenza stessa della Russia. Il 7 novembre – in un periodo in cui Mosca era sotto attacco da parte dell’aviazione tedesca – venne ugualmente organizzata la parata commemorativa dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre e Stalin si rivolse nuovamente ai soldati con un discorso (che rappresenta ormai un celebre documento storico) in cui vengono evocate figure eroiche della storia russa: da Aleksandr Nevskj al generale Kutuzov, artefice della disfatta napoleonica. I russi avevano respinto i cavalieri teutonici, i mongoli, i francesi e avrebbero respinto anche l’invasore nazista in quella che si presentava come una suprema prova di resistenza per decine di milioni di cittadini sovietici, soldati e civili. In un momento in cui era in discussione l’esistenza stessa della Russia, “la resistenza all’invasore non era combattuta in nome dell’ideologia comunista, ma della tradizione grande-russa” [3].

Nel 1941 l’Unione Sovietica lanciò una controffensiva dopo avere richiamato le truppe siberiane non più impegnate a oriente contro i giapponesi: la controffensiva non ebbe gli effetti sperati ma certamente pose fine del sogno hitleriano di una guerra veloce sul fronte orientale; il dittatore tedesco dovette rassegnarsi ad intavolare una lunga guerra di logoramento. I tedeschi, forti dei successi iniziali, sottovalutarono il potenziale dell’Armata Rossa e le risorse inesauribili dell’Unione Sovietica.

Nel 1942 Hitler decise di concentrare l’attacco sul fronte Sud per mettere le mani sulle risorse petrolifere del Caucaso e presto la conquista della città di Stalingrado sul Volga assunse un alto valore strategico: la caduta di Stalingrado avrebbe tagliato i rifornimenti di petrolio dei giacimenti di Baku, fondamentali per l’Armata Rossa. I tedeschi erano affiancati da contingenti romeni, ungheresi e italiani, questi ultimi dislocati lungo il fiume Don. Le truppe sovietiche opposero una strenua resistenza alla 6ª Armata del Feldmaresciallo Paulus, combattendo casa per casa in una delle battaglie più cruente della storia. La 62ª Armata sovietica guidata dal Generale Zhukov riuscì infine a lanciare una vittoriosa controffensiva e a schiacciare la 6ª Armata tedesca, costringendo alla resa il Feldmaresciallo Paulus la cui Armata venne sostanzialmente annientata: la vittoria di Stalingrado ha davvero rappresentato un momento centrale nel corso del secondo conflitto mondiale sia dal punto di vista simbolico che militare.  Geoffrey Roberts, tra i massimi studiosi di storia sovietica, ha scritto a tale proposito: “The Soviet victory at Stalingrad was the turning point in the war on the Eastern Front and the Eastern Front was the main front of the Second World War” [4].

La battaglia di Kursk (luglio 1943) – la più grande battaglia di mezzi corazzati mai combattuta nella storia – ha rappresentato un ulteriore punto di svolta sul fronte orientale dato che i tedeschi erano riusciti a riprendere l’iniziativa dopo la sconfitta di Stalingrado. Nella battaglia di Kursk, scrive lo storico Richard Harrison, «the Red Army crushed the reputation of German arms, destroyed the plans of the German command, which was seeking to “get revenge for Stalingrad” and once again seize the strategic initiative lost at Stalingrad.». La battaglia di Kursk, scrive Harrison, occupa insieme a quella di Stalingrado un posto onorevole nella storia militare “as one of its most brillant pages” [5].

L’eroica resistenza dei popoli sovietici dovrebbe essere patrimonio della memoria collettiva in Europa, eppure pericolosi venti di revisionismo ideologico si agitano nel nostro Continente. In Italia il 25 aprile è sotto attacco da più parti e il giorno della Vittoria contro il nazifascismo viene pericolosamente rinnegato da alcuni paesi dell’Est Europa dove vengono finanche riabilitati collaborazionisti dei nazisti in un pericoloso clima di russofobia dai tratti ultranazionalisti.

Negli ultimi anni sono stati portati avanti da più parti tentativi di riscrittura della storia del Novecento che mettono in discussione il ruolo dell’Urss nella seconda guerra mondiale (come la risoluzione del Parlamento Europeo approvata a larga maggioranza il 19/09/2019). Queste operazioni politiche scavano nel passato ma affondano nel presente dato che nessuna rimodulazione della storia è mai casuale o disinteressata, soprattutto se portata avanti da istituzioni politiche. Sminuire il ruolo dell’Urss nella seconda guerra mondiale significa delegittimare dalle fondamenta il ruolo internazionale della Russia contemporanea, la quale eredita il proprio status di potenza facente parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu proprio dalla vittoria sovietica sul nazifascismo. Risultano pertanto estremamente condivisibili le parole di Geoffrey Roberts (tratte da un’intervista del 2017): “Of course Western politicians have an invested interest in downplaying the Soviet role and, of course, Russia’s role in the war, particularly in this in present conjuncture where Russian-Western relations are in such a bad state” [6].

Federico La Mattina

 

Note

[1] Si veda G. Roberts, Victory at Stalingrad: The battle that changed history. Pearson Education, 2002, kindle edition, (chapter 1, introduction).

[2] R. Overy, Russia in Guerra, Il Saggiatore, Milano, 2011, p. 137.

[3] L. Caracciolo, A. Roccucci, Storia contemporanea. Dal mondo europeo al mondo senza centro. Le Monnier, Firenze, 2017, p. 491.

[4] G. Roberts, Victory at Stalingrad, op. cit, (chapter 1, introduction).

[5] R. W. Harrison, The Battle of Kursk: The Red Army’s Defensive Operations and Counter-Offensive, July-August 1943 . Helion and Company, kindle edition, (conclusions).

[6] https://sputniknews.com/analysis/201805091064302373-viictory-day-soviet-war/?fbclid=IwAR1qxiLi9tscjlpxjGPDAupo57wGB69LPTSDB3YsMlY-UbDPJxVDPx6WyVI

Sharing is caring!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *