Su Antonio Gramsci.



Correva l’anno 1937, il 27 Aprile, quando Antonio Gramsci lasciava questo mondo, non sconfitto – perché la lotta che aveva portato avanti ha lasciato i fondamenti per diventare immortale nell’ideologia di ogni forma di resistenza – ma dilaniato nel fisico, il quale, al momento della morta, era già sfranto da quei dieci anni passati in un carcere che non aveva meritato.
Sono innumerevoli le motivazioni per cui ricordare, ancora oggi, la figura di Antonio Gramsci. Una di queste è sicuramente quella che rientra nella famosa “questione meridionale”, la quale, ancora oggi, risulta essere un aspetto irrisolto e che continua a fungere da connotato per l’intera società italiana. Dopo le Tesi di Lione, documento elaborato dopo il III Congresso del Partito Comunista Italiano, svoltosi clandestinamente per l’appunto a Lione tra il 20 e il 26 Gennaio 1926, Gramsci, pensò alla grande questione che attanagliava, dividendola, la società italiana. Egli cominciò con un’analisi dello sviluppo economico italiano, a partire dalla fine dell’Ottocento, prendendo in esame il fenomeno che vedeva l’insofferenza mai risolta delle classi emarginate del tempo, contadini del Sud e operai del Nord, che rappresentavano la subalternità sociale di fronte a quella borghesia italiana, che Gramsci identificava nella figura di Giolitti, e che – di contro – rappresentava quella classe egemonica che manipolava il potere sparso sui vari settori. La questione mise in risalto, in seguito, come Giolitti – osservava il Gramsci – avesse optato per un favoreggiamento del blocco industriale-operaio, senza nessuna forma di agevolazione per la classe contadina. Il dislivello fu politico inizialmente, ma poi divenne anche culturale, portando, dunque, l’Italia ad una scissione vera e propria della sua struttura. È in questo frangente che si innesta un aspetto determinante del pensiero gramsciano, ovvero il potere agli intellettuali. Quale Potere? Di che si tratta?
Gramsci vedeva la società meridionale come un blocco diviso in strati sociali, ovvero, “[…]la grande massa contadina, amorfa e disgregata, gli intellettuali della piccola e media borghesia rurale, i grandi proprietari terrieri e i grandi intellettuali.” [1]
Quei grandi intellettuali, di cui ci fa menzione, rappresentano il moto organizzativo dell’ideologia che deve muovere verso una chiave di volta del sistema meridionale, sono gli intellettuali che devono localizzare i problemi e cercare di far prendere consapevolezza di fronte alle questioni. Gli intellettuali, a cui faceva riferimento Gramsci, erano figure come Benedetto Croce e Giustino Fortunato.

Ciò che portò alla luce Gramsci, fu un aspetto che caratterizzò – decenni dopo – lo spirito di un’altra figura molto importante per l’Italia, ovvero Pier Paolo Pasolini. La vicinanza con il popolo e con le masse contadine, che in Gramsci erano quella classe di braccianti senza una reale coscienza politica (qui vi è l’aiuto al livello sociale di quegli intellettuali di cui sopra), ma che in Pasolini diventano una classe che abbraccia – in un contesto urbano – le periferie e il capitale umano che le abita. Non è questa la sede per parlare della figura di Pasolini, alla quale andrebbero dedicati profondi e lunghi commenti colmi di lodi, ma quest’ultimo è funzionale come chiave di lettura del Gramsci.
Pier Paolo Pasolini, tra il Novembre e il Febbraio, 1955-1956, sulla rivista “Nuovi Argomenti”, pubblicava la sua poesia intitolata Le ceneri di Gramsci.
Nella celebre poesia l’autore si trova di fronte alla tomba di Antonio Gramsci e riflette sulla vita e sul cambiamento della società italiana, attraverso pensieri rivolti alla memoria di una dimensione rurale, non soltanto di classe, ma dell’esistenza, ormai andata perduta di fronte all’incombere di una società capitalistica e volta ad un consumo che crea nuovi valori e nuovi linguaggi su cui struttura lo stare al mondo. Dunque, Pasolini, parla direttamente al Gramsci morto, gli dedica dei versi, gli rivolge delle domande, chiedendogli quale sia l’azione ideale in questo liquido mondo in continuo divenire. Pasolini, che rappresenta – a distanza di decenni – quella figura di intellettuale, che nei tempi coevi a Gramsci poteva essere rivestita da figure come Croce, che aveva il compito di dar voce a chi occupava i margini della società e chi non poteva, mai e poi mai, avere la possibilità di possedere la potenza della parola. Il cosiddetto “intellettuale organico” che segna una strada da percorrere, diventando un ente necessario per il progresso, non per lo sviluppo fine a se stesso.
Ricordare Pasolini è un modo diretto per comprendere quanto il pensiero di Antonio Gramsci rimanga in vita nell’atto del vivere secondo una coscienza critica, volta ad un reale e concreto cambiamento delle strutture consolidate e normalizzate. Un cambiamento che deve avvenire nella totale comprensione di un concetto che vede la prassi e la teoria come due forze in rapporto dialettico e convergenti vero un unico punto. Come diceva lo stesso Gramsci: “… la teoria per semplice estensione si fa pratica, cioè affermazione della necessaria connessione tra l’ordine delle idee e quello dell’azione”[2].

Si chiamava Michele Isgrò il pubblico ministero, che durante quel fatidico processo, condannava Antonio Gramsci, come la figura più pericolosa per il regime, con queste parole riportate da Giorgio Amendola, diventate simbolo nel movimento operaio:
Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni” .

E fu così, fisicamente, unico modo per poter fermare una mente pensante, ma nel pensiero, per l’appunto, la figura di Gramsci continuò ad operare, dal carcere di San Vittore, a Milano, dando alla luce I Quaderni, quell’insieme di scritti che riuscirono ad incarnarsi nel pensiero attivo dell’individuo che si rivolta, che resiste e che mai, quegli scritti, vedranno al proprio cospetto un tramonto a porgli fine.

Oggi ricordiamo Gramsci, attraverso alcuni aspetti della sua vita politica ed intellettuale, dalla questione meridionale, qui menzionata, alla dialettica tra teoria e prassi, dal materialismo storico agli scritti sulla classe degli intellettuali, che da Croce a Pasolini hanno rappresentato l’azione vera e propria, fino ad arrivare a quelle note sul folklore come concezione del mondo[3], come riportato dal Cirese in Intellettuali, folklore e istinto di classe(1976), che hanno aperto all’universo codificato da ciò che viene definito come tradizione.
Antonio Gramsci rimarrà un simbolo vivo e concreto, nella collettività, fin quando lo si studierà e lo si rievocherà come un faro nell’immensità del pensiero.

Maurilio Ginex

 

[1] Vedi, La questione meridionale, A. Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 29.

[2] Vedi, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, in Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1974, p. 38.

[3] Vedi “ Intellettuali, folklore, istinto di classe”, A. M. Cirese, Eiunaudi, Torino, 1976 : “Con la sua definizione del folclore come concezione del mondo Gramsci ha infatti riunito in un’unica categoria concettuale fenomeni enormemente distanti tra loro: dall’agglomerato indigesto, appunto, fino al marxismo che egli considera come la sola “concezione del mondo” davvero “integrale e originale”, iniziatrice di “un’età storica” incomparabilmente superiore a ogni pur altissima concezione ufficiale non marxista…” . (pp. 95-96).

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