L’Editoriale – L’orgoglio regionalista. I limiti della devolution in tempi di crisi


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“L’Italia è un’espressione geografica”. Così tuonò il principe Metternich, delegato dell’Impero austriaco alle trattative del Congresso di Vienna, momento cardine della storia d’Europa e del mondo, che per alcuni storici segnò la fine dell’Età moderna. L’Italia, si sa, non fu mai uno Stato unitario fino al 1860. Celebrata da molti poeti, ma mai veramente fattuale. In verità, gli italiani hanno vissuto un momento di unità, seppur molto breve. Il Regno ostrogoto di Teodorico avrebbe potuto essere il germe di una futura unità nazionale, come avvenne per la Francia, il Regno Unito e la Spagna. Ma una serie di conquiste sfasciarono il Bel Paese riducendolo ad uno “spezzatino” di potentati etnici: longobardi, bizantini e berberi musulmani.

Per questo motivo il Regno d’Italia, strutturato secondo un modello accentratore, incontrò serie difficoltà a gestire un territorio così eterogeneo per usi, costumi ed economia. Ma con la caduta del fascismo, l’Assemblea Costituente tenne maggiormente conto di questa diversità scegliendo la forma di Stato unitario (la proposta federalista fu bocciata), ma dividendo il Paese in Regioni dotate di un potere molto forte. A livello giuridico la loro sovranità interna si esplica nella equiparazione delle leggi regionali a quelle ordinarie approvate dal Parlamento. Il loro potere, tuttavia, a differenza degli Stati federati americani, proviene da quello statale e per questo non può interferire in materie che sono competenza esclusiva dello Stato.

Non soddisfatti di questa autonomia, il 7 ottobre 2001 gli Italiani hanno confermato attraverso un referendum costituzionale la legge costituzionale approvata l’8 marzo dal Parlamento, che ha modificato l’intero Titolo V della parte seconda della Costituzione. Le Regioni hanno ottenuto così un margine di manovra ancora più vasto (tra cui ricordiamo l’autonomia in materia sanitaria), dando il via ad un processo di devolution.

L’autonomia è certamente una prerogativa essenziale per la valorizzazione delle differenze storiche, ma nei momenti di crisi rischia di trasformarsi in un coacervo di disposizioni disparate e caotiche. È quello che è avvenuto in questi mesi all’alba della epidemia causata dal SARS-CoV-2. Il “nuovo arrivato” ha costretto il Governo a prendere misure straordinarie non solo nel settore sanitario, ma anche in quello dello sviluppo economico e dell’assistenza sociale. Le Regioni, sia per un’atavica diffidenza nei confronti dello Stato, sia per paura dell’incedere della malattia, hanno preferito agire autonomamente non rendendosi conto della necessità impellente di far rispettare il principio di sussidiarietà che prevede l’intervento dello Stato qualora gli enti territoriali non siano in grado di risolvere un loro problema.

La situazione è precipitata al momento di predisporre le linee guida per la Fase 2. Il governo ha dovuto gestire le azioni dei governatori che hanno spesso disatteso le sue direttive in uno schizofrenico “stop and go”. Caso celebre ma non meno assurdo quello della Lombardia, che per giorni ha strepitato per essere il capocordata di una rapida riapertura nonostante le cifre da capogiro dei suoi malati e senza un sicuro piano per la gestione dei trasporti in sicurezza.

Quale dovrebbe essere il ruolo delle Regioni in questa fase? Quello di supporto alle manovre del Governo già troppo impegnato a districarsi nella selva dei pareri e pressioni di 15 task force e del comitato tecnico-scientifico. Le emergenze sono eventi straordinari che necessitano pluralismo di competenze. Ma un’eccessiva dispersione dei ruoli rischia di indebolire l’efficienza della macchina governativa. La rinuncia temporanea della sovranità interna da parte delle Regioni farà dello Stato centrale il punto di riferimento per azioni mirate e ponderate, il quale non rinuncerà alla diversificazione degli interventi in base alle specificità territoriali. In barba al principe Metternich, lasciamo che lo Stato italiano sia ciò che è: regionale sì ma unitario.

Giuseppe Puleo

Dott. in Scienze Filosofiche e Storiche, docente presso l’Eap Fedarcom

Direttore del Dipartimento Studi e Ricerca I.ME.S.I.

 

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