#RadioAut – La (ri)scoperta dell’Ars Medica


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È veramente un peso il coraggio? Quando si sceglie di intraprendere un certo percorso si sa già ciò a cui si andrà incontro, ed il coraggio diventa obbligatorio, qualcosa che non puoi non avere. Questo vale per qualsiasi mestiere e adesso, ancor più, vale per tutti quei medici che nei vari paesi della nazione stanno curando i pazienti affetti da Covid-19.

Io sono una studentessa al quarto anno di medicina e in questa situazione così critica credo di avere ribaltato il mio concetto di essere medico. Ho riflettuto molto su ciò che sta accadendo e la cosa che più mi colpisce è che bisogna essere sempre pronti a reinventarsi. In questo momento non c’è più specializzazione che tenga, ognuno fa la sua parte e da’ il proprio contributo. Perché un medico è un medico a 360°. C’è la forza di mettersi in gioco. C’è la volontà e il desiderio di prendere parte alla cura delle persone. C’è il bisogno di esserci. Io sono solo una studentessa, guardo tutto da fuori, ma mi piacerebbe poter contribuire a questa situazione. Ne sento il peso. Mi sento chiamata a mettere in pratica le mie conoscenze e ad imparare. Mi rendo conto che, nelle emergenze, non è importante sapere, quanto saper fare e saper ascoltare. Trovarsi in corsia non significa essere invincibili, ma prestare soccorso e anche se non si è al massimo delle conoscenze in questione, mettersi in gioco è l’esperienza più grande che uno studente possa fare.

Sono sempre più convinta che è nelle situazioni d’emergenza che s’impara la metà del mestiere.

Proprio per questo mi rivolgo a tutti quei miei colleghi neo-laureati che hanno conseguito da poco l’abilitazione e possono dare il loro contributo. Fate del vostro meglio! È l’occasione più grande che avete per imparare a praticare questo mestiere in modo naturale, senza che nulla venga insegnato. Sul campo si impara veramente. Perché lì non c’è nessuna sicurezza, la tua sicurezza diventa l’esperienza che fai di quei giorni, mesi o anni. È l’esperienza che fai delle persone il tuo sapere. Tutto si concentra su di loro. La paura di non essere responsabili è sacrosanta, ma deve prevalere l’amore per la cura, che è anche il motivo per cui un medico ha deciso di diventare tale.

L’ amore per la cura è il grande significato che dò alla medicina, che di fatto è un’arte. Dove il termine cura è inteso sia come cura del corpo, ma soprattutto come cura dell’anima. Ecco perché a mio parere, avere coraggio non è un peso. Il coraggio è parte integrante delle proprie scelte. Il vero peso consiste nel metterlo in pratica, e lì purtroppo bisogna superare la paura e le insicurezze che ti sovrastano. È il peso delle nostre preoccupazioni che ci opprime. Ci preoccupiamo troppo, quando invece basterebbe andare.

Le difficoltà ad affrontare questa situazione ci sono e le vediamo ogni giorno. La mia preoccupazione va più a quei piccoli comuni che non hanno il personale e i servizi per far fronte a questa emergenza. Il Nord, seppure con le sue difficoltà, sta rispondendo. Se la stessa cosa fosse avvenuta in prima battuta al Sud (e qui parlo da siciliana) non credo che si sarebbero raggiunti gli stessi risultati. Tutti gli ospedali si sono riorganizzati, è cambiato il modo di operare, le varie unità operative sono state convertite ad unità Covid. Ci si sta reinventando. Questa è una grande abilità, ed anche se il nostro servizio sanitario nazionale è deficitario in molte cose (perché definanziato), è però efficiente e competente. L’innovazione della nostra Costituzione sta proprio nella tutela della salute. La salute infatti, fino ad allora, non era stata contemplata nella carta fondante di nessun’altra nazione e viene definita nell’articolo 32 come un diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Evento non scontato è la nascita del Ministero della Sanità nel 1958. Nel 1978 si ha l’approvazione della legge 833 che istituisce il SSN, un sistema ispirato ad un modello universalistico, equo e solidale con Tina Anselmi, primo ministro donna della sanità. È un sistema all’avanguardia che mira alla prevenzione.

Eppure, le criticità ovviamente non mancano. Secondo Gavino Maciocco, esperto di politiche sanitarie e salute globale, “negli ultimi dieci anni si è assistito a un grave sotto finanziamento del servizio sanitario: ciò ha provocato un’enorme carenza di personale (circa 40.000 operatori tra medici, infermieri e altre figure professionali) che ha indebolito enormemente il sistema. A ciò si aggiungano anche altri aspetti, come l’aumento del ticket in maniera spropositata, che ha svilito il concetto di gratuità, e la forte tendenza alla privatizzazione e alla nascita di forme di assicurazione privata”.

Giusto per fornire alcuni numeri che, purtroppo, sono importanti, la Fondazione Gimbe ha calcolato che negli ultimi dieci anni i tagli alla sanità pubblica consistono in 37 miliardi di euro in meno.

Se si va a vedere poi quanto spende l’Italia per la sanità pubblica ogni anno, il dato è di 119 miliardi (6,8% del PIL) contro il 7,5-9% del PIL in Francia e Gran Bretagna.

Per quanto invece riguarda i posti letto, questi sono 3,2 posti/mille abitanti, 6/1000 in Francia, 8/1000 in Germania. Dal 2010 al 2018 sono stati tagliati 34 mila posti letto.

Per ciò che concerne la carenza di medici, si stima che entro il 2025 ne mancheranno 16.700 (fonte ANAOO). Quindi primo problema: il definanziamento.

Inoltre, Walter Ricciardi, membro del comitato esecutivo dell’Oms e consigliere per le relazioni dell’Italia con gli organismi sanitari internazionali, riferendosi alla gestione dell’emergenza sanitaria da Covid-19 e esprimendosi sul decentramento regionale, asserisce che la debolezza dell’Italia è la frammentazione del sistema, un sistema che è in mano alle Regioni e dove lo Stato ha solo ruoli limitati. Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, spiega come la prima cosa da fare sarebbe proprio limitare le differenze fra nord e sud e paragona il SSN del Nord a quello della Svezia, della Finlandia e della Germania, mentre quello del Sud è uguale a quello della Bulgaria o della Romania.

Oggi infatti a seconda della regione in cui si nasce, si hanno o no servizi di qualità.

In questi giorni si sente molto parlare del “modello Corea del Sud”. In cosa consiste? I casi di Covid-19 in Corea del Sud sono meno di 9 mila e i decessi poco più di 100. L’Italia invece registra più di 77.635 contagi e 12.428 morti. Questo è avvenuto perché in Corea del Sud c’è un sistema sanitario già collaudato a gestire improvvise emergenze. Dopo quella di Mers del 2015 (pochi kit per i test, mancata assistenza ai malati) i protocolli sanitari sono cambiati. Il modello consiste in: test a tappeto (per trovare il maggior numero di casi anche non sintomatici), risultati rapidi (dalle 6 alle 24h) e tracciabilità (monitoraggio degli spostamenti attraverso cellulari, carte di credito e circuiti di videocamere). Le informazioni vengono anche diffuse online e tutti i cittadini sanno quali sono i luoghi in cui si è sviluppato il contagio. In pratica, c’è stata una violazione della privacy che ha permesso di mappare i movimenti dei contagiati e contenere il virus. Questo è come ha agito il governo coreano e come è riuscito a contenere di molto i contagi.

In un’intervista al capo delegazione Qiu Yunqing, vicedirettore dell’ospedale universitario di Zhejiang e che è al vertice di tredici esperti che hanno appena visitato alcuni ospedali del Nord Italia, afferma di aver avuto l’impressione che i nostri operatori sanitari non siano abbastanza tutelati: i livelli di protezione sono inferiori ai loro, l’uso di mascherine generiche non basta e i turni di lavoro sono troppo lunghi. Si lamenta, quindi, la mancanza di personale medico. Altre criticità sono state riscontrate nella mancanza di terapie intensive attrezzate, assenza di strutture di degenza recenti. In Cina sono stati creati ospedali nuovi, e i più recenti erano costruiti al tempo della Sars, quindi con criteri nuovi. “Un ospedale Covid dovrebbe avere percorsi separati, Tac riservate, medici e personale medico dedicato. Anche gli asintomatici dovrebbero essere ricoverati in cliniche apposite e monitorati per intervenire prontamente qualora si aggravino”, sostiene il dottor Yunqing.

Si potrebbe discutere a lungo su tali questioni, ma il punto non è capire quale sistema sia migliore e neppure cosa hanno fatto gli altri Stati e riproponendo lo stesso modello (giusto o sbagliato che sia); La questione è capire perché tutto questo in Italia non può essere riproposto.

Come spiega lo storico e giornalista Paolo Mieli: “la città di Wuhan è grande quanto la Lombardia e Hubei è come l’Italia. Tutto il resto della Cina, costretta dalla dittatura è rimasta vicina, li ha aiutati, li ha sostenuti e soprattutto hanno capito subito. La certezza del comando conta quando si affrontano momenti difficili come questo”. Nel nostro continente invece ognuno è andato per conto proprio. Lo studioso ribadisce che non si può seguire il modello cinese perché la Cina non è stata tutta contagiata, mentre l’Europa sì.

Il problema quindi non è il nostro servizio sanitario, che anzi è molto efficiente e competente, tra i migliori al mondo, ma la classe dirigente. È la mancanza di un potere forte, centrale. È una crisi politica quella che stiamo vivendo oggi. L’emergenza ha messo in evidenza tutta la fragilità di un sistema che non è mai stato saldo negli ultimi anni. La classe dirigente deve prendere atto di ciò che sta accadendo e prevenirlo in futuro. Deve assumersi la responsabilità della salute collettiva dei cittadini, investire sulla sanità anziché tagliare. La crisi attuale è il prodotto di un modello finanziario basato sulla forte competitività politica, economica e sociale. E questo è anticostituzionale.

In ultima analisi, vorrei chiarire un concetto che mi sta molto a cuore: noi, medici e infermieri, non siamo eroi. Matteo Nucci, scrittore del mondo classico, ad una domanda sul perché Achille e Odisseo fossero considerati eroi, rispose che sono considerati tali perché sono esseri umani, esseri umani a pieno titolo. “L’eroe non è l’uomo o la donna che compie gesta memorabili, non è l’uomo o la donna invincibile, anzi. Oggi c’è questo mito: bisogna sempre vincere, non bisogna fallire. Un mito assolutamente sconclusionato e inumano. L’eroismo è invece qualcosa a cui tutti noi possiamo arrivare”. Gli fa eco Giampaolo Visetti, su Repubblica, che scrive: “medici e infermieri non sono eroi. L’eroismo è l’istinto di una vita risolta per caso con un attimo generoso. Chi qui rimane al suo posto lo sceglie ogni giorno dal 20 febbraio e si è preparato da giovane al senso del dovere imposto da una vocazione.”

“Forse – dice Cosentini, primario medicina d’urgenza dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo – stiamo intuendo di cosa parliamo quando parliamo di esseri umani. Sarebbe un peccato se esseri umani fosse all’improvviso essere eroi.”

È proprio questa l’Ars Medica, il concetto di umanità. La medicina è un’arte dove la cura e l’umanità di chi opera sono il fondamento della relazione medico-paziente.

Forse stiamo iniziando ad utilizzare il termine “eroe” perchè all’Umanità non siamo più abituati. Questo è sconcertante.

Alessia Bonfissuto

Studentessa di Medicina e Chirurgia, Alma Mater Unibo

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