Alla ricerca della morale perduta: l’Amazzonia e Paulo Paulino


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Chi è Paulo Paulino Guajajara?

Pochi giorni fa, in Amazzonia è stata mietuta l’ultima vittima presso una delle più grandi tribù indios ancora esistenti, costituita da quasi 20 mila individui. Il suo nome era Paulo Paulino, leader del gruppo etnico che fa parte del macro-gruppo brasiliano Tenetehara. Aveva vent’anni ed era padre, ricopriva la carica di capo della guardia – creata su volere di tutto il gruppo etnico e con appoggio della Costituzione nazionale – che aveva il compito di gestire la sicurezza dell’ambiente amazzonico. La guardia istituita, non soltanto ha il compito di difesa dell’ambiente in sé e per sé all’interno di cause naturali, ma ha il dovere morale e “civico” di combattere l’incontrastata egemonia dei taglialegna illegali, che nell’amazzonia disboscano senza argine, sostenuti da un potere diviso tra mafie locali che affondano le proprie mani nel business della legna e un governo, quello di Jair Bolsonaro, che nella totale assenza di protezione e salvaguardia di queste etnie minori avalla un sistema che promuove la loro distruzione, facendo passare una morte ingiusta, come quella di Paulino, nell’irrilevanza dettata dalla connivenza dei tanti.
A proposito, emblematiche sono state le parole di Greenpeace Brasile:

Paulino Guajajara è l’ultima vittima dell’incapacità dello Stato brasiliano di adempiere al suo dovere costituzionale di proteggere le terre indigene

Le terre indigene sono spazi e ambienti che, nell’ottica capitalista che identifica gli interessi politici che governano il nostro mondo, non possono che risultare come terreno fertile per concretizzare business, affari e logiche volte ad un accrescimento di potere. Darcy Ribeiro, nel suo “Il dilemma dell’America Latina”(1976), afferma: “Nella struttura di potere delle società latino-americane, l’equivalente della borghesia classica è composto da un complesso di forze, di cui fanno parte il padronato dei proprietari, il ceto imprenditoriale straniero, e il patriziato burocratico che, nel loro insieme, costituiscono le classi dominanti”[1]. Oggi quelle classi dominanti, che non portano più nella loro identità il nome di classe si sintetizzano nell’ottica del business che come unica filosofia ha l’accumulazione di denaro. L’amazzonia rappresenta, come precedentemente facevamo notare, un polo assolutamente fertile per adempiere a degli interessi specifici, dunque, la presenza degli indios e delle vari micro-etnie che li compongono, all’interno di un disegno macro-economico che sovrasta su tutto rappresenta una minaccia da estirpare. Su questa scia ideologica e pratica si è manifestato l’ennesimo omicidio, senza indugio, di un nativo che questa volta rappresentava un capo.

 

Jair Bolsonaro, l’Amazzonia e il piano segreto.


Ricordiamo bene quando Bolsonaro, alla 74esima edizione dell’assemblea delle Nazioni Unite, affermò che l’Amazzonia non era un patrimonio dell’umanità. In queste testuali parole si incarna la recrudescenza di un male che ha sempre albergato l’essere dei tempi e della storia. Un male che, generandosi e sviluppandosi nelle mani degli araldi del potere susseguitesi nel tempo storico, ha sempre percepito il mondo diviso tra subalterni ed egemoni, tra civilizzati e selvaggi, tra Nord e Sud. Un mondo che nell’effettivo si sviluppava e progrediva sempre verso una normalizzazione di questa essenza dualistica che generava – per forza di cose – un’attenzionata, quasi pericolosa, percezione di ciò che veniva definito, etnocentricamente, come “diverso”. Dunque, sulla scorta di questo discorso che identifica in maniera sintetica il mondo che oggi viviamo, un mondo mutuato da questa malsana e odiosa retorica dell’identità, bisogna comprendere che figure come Bolsonaro, al fine di giungere a degli obiettivi “superiori” nell’ottica di quest’ultimo, sarebbero disposti a molto di una repressione di un popolo che insorge nella protesta.
Il presidente del Brasile, tra l’altro, è sempre colui che ha incoraggiato l’occupazione dei territori indios nel Nord del Brasile, proprio per enfatizzare uno sfruttamento commerciale del territorio dell’Amazzonia. Dunque, un business come quello della legna, che rappresenta un’immensa fonte di introiti illegali per la criminalità organizzata, uniti al business del narcotraffico all’interno dell’Amazzonia stessa, se trova un tale incoraggiamento e appoggio, come si direbbe “dall’alto”, come si può sperare che Paulo Paulino rappresenti l’ultimo omicidio di questo genere ?
Bolsonaro definì questi indios propriamente “uomini preistorici”. Espressione che può aver del vero, nel senso che possono essere gruppi etnici che non rispondono alle necessità strutturali del mondo civilizzato, ma non perché tale mondo sia più “civile” ma perché le persone che lo abitano vivono un contesto territoriale del globo che vanta una gamma di valori, morali, etici, politici e sociali, che portano all’identità di questo “glorioso” Occidente. Ma l’espressione di Bolsonaro in realtà portava in sé tutto il senso di un’ideologia razzista che nella normalizzazione dell’inferiorità, sotto qualsiasi punto di vista, di un gruppo sociale si autolegittima a farne ogni cosa possibile. Prima cosa che fece questo presidente fu di recidere vertiginosamente i fondi alla FUNAI, ovvero la Fondazione Nazionale dell’Indio. Il tutto fa da coronamento a quello che venne definito, da documenti confidenziali delle Forze Armate, come un piano segreto del presidente. Quest’ultimo ha in progetto di cementificare, costruire di una centrale idroelettrica all’interno del territorio e ampliare la rete autostradale, al fine di attuare un processo di gentrification che possa attirare gente di altre regioni al fine di stabilirsi in Amazzonia, a discapito degli indigeni. Forme subdole di soggiogazione di un popolo che ha come unica colpa quello di essere parte integrante di un territorio nel mirino degli interessi economici.
Tutta questa situazione che si è venuta a creare nei confronti degli indigeni del Sud-America, ricalca in un certo modo la lezione di Claude Levi-Strauss, padre dell’antropologia strutturale ed uno dei padri dell’antropologia, il quale nel Novecento – in conseguenza dei suoi viaggi di ricerca in Brasile, dove ricopre a San Paolo il ruolo di professore presso la cattedra di Sociologia – conobbe a fondo le popolazioni indigene dei Bororo, dei Nambikwara e dei Tupi Kawahib[2], riflettendo sul fatto che queste popolazioni, includendo i primitivi in generale, saranno le vittime più efferate di un’occidentalizzazione del mondo senza argine. Nella loro debolezza politica, economica e sociale, questi popoli definiti “senza storia” perché privi di una tradizione scritta che testimoniasse la loro esistenza e dunque destinati al collasso, sono le vittime indiscusse degli interessi del mondo.
In “Razza e storia” (1952) , Levi-Strauss, a proposito di un discorso che salvaguardasse dal pericolo della concezione sbagliata di diversità culturale che genera razzismo, diceva di spingere gli individui verso una riflessione critica:

Eppure sembra che le diversità delle culture sia raramente apparsa agli uomini per quello che è: un fenomeno naturale, risultante dai rapporti diretti o indiretti fra le società; si è visto piuttosto in esse una sorta di mostruosità o di scandalo; in tali maniere, il progresso della conoscenza non è consistito tanto nel dissipare questa illusione a beneficio di una visione più esatta, quanto nell’accettarla o nel trovare il modo di rassegnarvisi.”[3]

L’etnocentrismo, a cui allude Levi-Strauss è, oggi, una degli strumenti più subdoli che il potere utilizza a discapito degli uomini, ponendoli in una posizione antitetica rispetto al proprio altro, in virtù di queste illogiche retoriche dell’identità basate su inferiorità o superiorità e Bolsonaro, nelle sue intenzioni in Amazzonia, ne rappresenta un vessillo. Ciò che si manifesta nel reale, tra legami e complotti politici o d’interesse meramente economico all’interno di questa, ormai, terra di morte che è l’Amazzonia, non sarà mai svelato, poiché l’intimo legame tra potere e sapere rappresenta la forte struttura di uno Stato, ma ciò che possiamo fare è armarci con consapevolezza rischiosa contro ciò che non è detto o per meglio dire, non è saputo[4].

 

Esistono ancora “I dannati della terra” di Frantz Fanon?


Che cos’è dunque, in realtà, questa violenza? L’abbiamo visto, è l’intuizione che hanno le masse colonizzate che la loro liberazione deve farsi, e non può farsi, se non con la forza.”[5]

Scriveva così Frantz Fanon, nel suo capolavoro “I dannati della terra”(1961), quando alludeva a quelle popolazioni che vittime di un colonialismo senza argini e contrasti faceva proprie le culture e le identità subalterne nel mondo. Frantz Fanon, di origini martinichesi e di formazione francesi, dopo la laurea in medicina e la specializzazione in psichiatria, si trasferì in Algeria dove eseguì la sua professione. Si accorse qui, che la condizione stessa di colonizzato era un problema strutturale per qualsiasi forma di terapia. Nel suo testo, manifesto dell’emancipazione del Terzo Mondo e testo cardine per una lotta anticoloniale, mette in risalto come ad una violenza si risponde con un’altra violenza al fine di una liberazione. Leggere oggi questo testo, non risulta anacronistico, poiché nel suo essere un classico per qualsiasi forma di emancipazione da un potere repressivo, qualsiasi sia la sua forma, risulta essere lontano dalla storicizzazione su un determinato periodo. Fanon, oggi, serve anche per leggere contesti come quello di Paulo Paulino e dell’Amazzonia. Un luogo, uno spazio, un paesaggio, che diventa il buio in cui si produce nel concreto parte di un male che rema contro gli autoctoni. Paulino non era soltanto il leader della sua tribù, ma rappresentava anche l’immagine di un sostrato culturale ed ideologico che si era formato nei temi all’interno di quel territorio, in particolar modo il territorio di Arariboia, ovvero quello della salvaguardia dell’ambiente e della protezione di altri indigeni del luogo, come gli Awa.
Oggi, quei dannati della terra che definiva Fanon, in assenza di un’ottica colonialista che muove verso la totale conquista/distruzione, sono rappresentati da quegli ultimi che vengono lasciati soli di fronte alle minacce. In un mondo in cui si paventa l’idea che il tessuto sociale sia strutturato da un rapporto dialettico di interscambio tra sudditi e governi si manifestano eventi del genere che invece fanno pensare che il razzismo muove le coscienze, che i fascismi esistono e che i poteri forti non ambiscono neanche a far credere, sotto forma di collaudato e conosciuto imbroglio mediatico, che vi sia un aiuto di fronte alla scellerata ingiustizia.
Dunque, quegli ultimi che un tempo erano i colonizzati, oggi sono gli abitanti della sottile linea rossa, dei margini della società, coloro che rappresentano il contrasto morale antitetico alle logiche economiche, i superuomini in lotta contro l’anarchia dei poteri.

Maurilio Ginex

[1] Vedi D. Ribeiro, Il dilemma dell’America Latina, Il Saggiatore, Milano, 1976, p. 163.

[2] Vedi, per approfondimento specifico sull’identità di questi gruppi etnici del Sud-America della prima metà del Novecento, C. Levi-Strauss, Tristi tropici, Il Saggiatore, Milano, 2015.

[3] Vedi C. Levi-Strauss, Razza e storia, Einaudi, Torino, 1976, p. 104.

[4] Vedi V. Shiva, Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, pp. 13-14.

[5] Vedi F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino, 2007, p. 39.

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