Caos in Libia


Italia e Francia si contendono la gestione del paese mentre il tramonto della guerra civile annuncia l’alba di una nuova era

 


La Libia è nel caos. Risalgono ad un paio di giorni fa, infatti, le notizie degli scontri avvenuti sotto forma di guerriglie tra le milizie rivali a Tripoli, l’assediata capitale del paese africano.Terra fortemente contesa fin dalla sua nascita, la Libia ha conosciuto diverse dominazioni a cominciare da quella egizia, passando per quella arabo – bizantina, fino a divenire colonia dell’Impero Ottomano per essere infine assegnata al protettorato italiano dell’allora primo ministro Giovanni Giolitti. Nel frattempo, non sono mancate, oltre alle contese di tipo internazionale, quelle che nei territori caldi della regione Mena (Middle – East and North Africa) sono più comunemente conosciute come “guerre civili” o, per utilizzare una terminologia cara agli studi strategici, “guerriglie”.

Gli scontri sono cominciati circa una settimana fa quando la capitale del suolo libico, Tripoli, è stata attaccata da Sud da un gruppo di milizie guidate dalla Settima Brigata, molto vicina al generale Khalifa Haftar: l’uomo che controlla Tripolitania, Fezzan e Cirenaica, vale a dire quasi metà del territorio libico, aspirerebbe ad avere il controllo di tutto il paese. Da allora la situazione sul terreno della capitale è caldissima, per terra sono caduti diversi colpi di mortaio che hanno fatto tremare gli edifici della zona, e dal governo centrale è subito partito lo stato di emergenza su Tripoli insieme all’ordine di far evacuare l’ambasciata italiana, specialmente dopo che lo scorso sabato un missile aveva colpito un albergo vicinissimo alla sede. La Farnesina ha poi precisato che la sede dell’ambasciata resterà aperta ma con una presenza più flessibile, per una serie di questioni legate alla sicurezza: «Non aveva senso lasciare personale che non aveva possibilità di agire, vista la situazione», recita il comunicato ufficiale.

 

Che il paese sia stato, per diversi secoli, e continui oggi a essere, un vasto teatro d’operazioni belliche non è quindi una novità, ma in questo specifico caso le colpe sembrano ricadere ben al di fuori dei confini libici e addirittura africani; effettivamente andrebbero ripartite tra i due paesi che più di tutti hanno trovato il loro “Messico” in Libia, cioè la Francia e l’Italia.

In realtà, la notizia degli scontri tra le milizie a Tripoli, e contestualmente l’acutizzarsi della crisi libica, sono arrivate quando i rapporti tra il governo italiano e quello francese erano già tesi e le opinioni sia degli esperti che dei fruitori delle notiziein merito alle origini di tali scontri, si erano ben consolidate. Secondo il governo italiano, questi scontri sarebbero stati il risultato delle errate politiche francesi portate avanti in Libia negli ultimi anni. In cima ad esse si colloca la deposizione del presidente libico Muammar Gheddafi, avvenuta in seguito all’intervento militare del 2011, del quale fu apripista proprio la Francia. A queste si è poi aggiunta l’attuale posizione politica francese a fianco del capo delle forze alleate del governo nazionale, guidate dal generale Khalifa Haftar.

Sono state tali tipo di posizioni a destar maggior preoccupazione in Italia e a far esprimere il governo in maniera riluttante nei confronti delle scelte politiche, che hanno manifestato una certa ambiguità, effettuate dal presidente francese Emmanuel Macron. In primo luogo il vice primo Ministro italiano, nonché Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ritenendosi fortemente preoccupato per la situazione libica, ha fatto riferimento alla questione delle elezioni, uno dei temi più caldi tra quelli che, negli ultimi mesi del 2018, hanno fatto da protagonista all’interno disputa tra Italia e Francia.

La querelle sulle elezioni ha avuto inizio il 29 maggio, giorno in cui, a margine di un summit tenutosi a Parigi tra l’inviato dell’Onu in Libia, Ghassan Salame, diversi leader libici e il presidente Macron, i partecipanti si accordarono per indire nuove elezioni il 10 dicembre escludendo dalle conversazioni l’Italia (e non permettendole in questo modo di avere alcuna voce in capitolo).

Ciò non soltanto destò forti preoccupazioni da parte del nostro governo per quelli che sarebbero stati, alla luce dei fatti, i futuri rapporti tra l’Italia e la Francia, ma fece sì che il governo italiano si risentisse molto dell’iniziativa francese, soprattutto poiché questa si richiamava ad un precedente molto simile avvenuto l’anno scorso. Il 24 luglio 2017 il presidente francese Emmanuel Macron aveva incontrato a Parigi i leader delle due principali fazioni nella guerra civile in Libia: Fayez al Serraj, primo ministro del governo libico di unità nazionale e unico riconosciuto come legittimo dall’Onu, e Khalifa Haftar, capo dell’Esercito nazionale libico e di fatto leader della Libia orientale.

L’incontro aveva avuto l’obiettivo di inaugurare l’inizio di una stabile tregua per il paese, assediato ormai da diversi anni da numerose guerre civili, e di far trovare un accordo tra i leader delle fazioni presenti sul territorio per il futuro della Libia. Tuttavia, l’aspetto più rilevante della vicenda è stata la volontà del presidente Macron di muoversi in maniera indipendente dagli alleati europei, in particolar modo dall’Italia con la quale in precedenza aveva stipulato alcuni accordi territoriali strategicicome la spartizione di alcune zone d’interesse del paese. Alla luce di tali avvenimenti, l’attuale disegno del presidente Macron sembra quello di volersi ritagliare uno spazio indipendente in Libia, secondo alcuni a discapito degli interessi italiani.

Quella che può avere inizio col mettere in luce le anomalie di un quadro politico attuale ancora fortemente frastagliato, qual è quello libico, è tuttavia un’analisi ben più articolata e strettamente interdipendente col versante economico degli interessi che vantano i due paesi, in particolar modo l’Italia.

Negli ultimi anni di guerra civile, l’ENI, ovvero la più importante azienda energetica italiana, è stata ricordata come l’unica società in grado di produrre e distribuire petrolio e gas in Libia, cosa che è stata resa possibile grazie alla protezione conferita da diverse tribù presenti sul territorio. Essa si è piazzata perfino davanti alla nota francese Total, o ancora alla spagnola Repsol e all’americana Marathon Oil, che successivamente hanno annunciato la sospensione delle loro attività a causa del peggioramento della situazione. Occorre precisare che l’Eni è in Libia dal 1959 e che solamente nel 2015 ha prodotto petrolio e gas per 300mila barili al giorno, mentre prima dell’intervento militare del 2011 e della deposizione di Mu’ammar Gheddafi si ammontava a meno di un quinto della produzione totale del paese.

L’ Eni ha operato in Libia per oltre cinquant’anni e non stupisce dunque immaginare che nel corso di tali anni si sia creata una rete di collaborazione e di fiducia che le permette oggi di coesistere con alcune delle milizie libiche più famigerate dalla popolazione; queste rappresentano infatti una sorta di scudo di Talos dal duplice risvolto: ora tanto importante ai fini economici, ora quantorischioso in quanto i membri delle milizie possono essere accusate di violazione dei diritti umani o di collaborare con i terroristi. Oggi l’azienda non soltanto gestisce circa un terzo di tutta la produzione di petrolio e gas della Libia, ma vanta un primato eccellente nel settore petrolifero in Italia, dove si colloca al primo posto per vendita e valore di mercato.

Allo stato dell’arte tuttavia, nonostante gli iniziali allarmi del governo italiano in merito alla gestione della situazione politica del paese, appare adesso azzardata la proposta avanzata dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini in relazione ad un intervento in Libia sia esso militare, paramilitare o di altra natura.

Le forze speciali non interverranno nel paese. Lo annuncia Palazzo Chigi e la conferma arriva dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta che in un post su Facebook dichiara che «È compito dei libici proteggere se stessi e trovare un accordo». Il compito dell’Italia sarà quindi quello di facilitare il dialogo, supportandolo anche attraverso il rafforzamento dei corpi dello Stato.

Guardando alle conquiste sin’ora ottenute dall’Italia da quando ha fatto della Libia una propria colonia, tale tipo di atteggiamento potrebbe far pensare ad un “lavoro sprecato”. Ai più potrebbe sembrar così, ma a ben guardare forse potremmo ancora ambire ad un ruolo nel paese. Partendo infatti dal presupposto che l’inquilino dell’Eliseo possiede una scarsa conoscenza della realtà libica che l’Italia, giocoforza, ha maturato negli anni, si potrebbero analizzare con più lucidità le manovre di politica estera effettuate dal presidente Macron in merito alla gestione migratoria. In primo luogo il presidente francese si è fatto forte di un’intesa, più di facciata che di contenuto, tra Serraj e Haftar raggiunta a Parigi, avventurandosi nella proposta di aprire degli hotspot in Libia per gestire il controllo dei migranti, convinto di poter ottenere da Tripoli e Tobruk il via libera a una missione militare a marchio francese in territorio libico. L’iniziativa, per quanto ambiziosa, non ha messo in conto che sul territorio africano vi sono milizie, fazioni e attori che non si riconoscono in nessuno dei due leader e che con alcuni di essi l’ex Ministro dell’Interno italiano Marco Minniti cerca di instaurare un dialogo da diverso tempo.

Da questo banale quanto peculiare esempio, è dunque possibile ripensare il ruolo dell’Italia in Libia, cercando di evitare di essere fagocitati dall’eccesso della realpolitik francese. L’obiettivo che l’Italia si potrebbe innanzitutto porre è quello di convertire l’attivismo francese nella versione italiana, pensando ad esempio ad un progetto politico condiviso per la Libia e per il Mediterraneo e ad una politica estera di lungo periodo che non sia solo di risposta alle singole minacce o problemi, come quello della migrazione.

Giulia Guastella

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