Ambazonia: il Camerun e lo spettro della guerra civile


Ambazonia: il Camerun e lo spettro della guerra civile

A cura di: Fabrizio Tralongo

Nel silenzio dei media internazionali,  polarizzati fra le istanze indipendentiste del Kurdistan iracheno e della Catalogna, in molti ignorano che anche nel cuore dell’ Africa esista una nazione in cui spirano forti venti secessionistici. Si tratta del Camerun, dove la minoranza anglofona dislocata in due delle dieci regioni del paese rivendica l’indipendenza dal francofono governo centrale.

Nessuno si sarebbe aspettato che le proteste del 2016, partite da un gruppo di avvocati anglofoni che si opponevano alla nomina di giudici di lingua francese nei tribunali locali, avrebbero dato via ad un’escalation tale da rilanciare vigorose spinte secessioniste in tutte le regioni di lingua inglese.

Agli avvocati poco dopo si sono uniti gli studenti e gli insegnanti, nel fronte compatto di chi voleva denunciare le pratiche discriminatorie perpetrate dal governo centrale nei confronti del 20% della popolazione di lingua inglese. Dopo poco più di un anno le libere assemblee e le proteste pacifiche hanno lasciato il posto alla crisi più dura che abbia coinvolto il Camerun dai tempi dell’indipendenza; certamente il governo centrale di Yaoundé ha sottovalutato il rischio e, quando si è mobilitato per affrontarlo, lo ha fatto in modo netto, scatenando una reazione altrettanto netta da parte dei manifestanti. Il risultato è stata la crescita della tensione e del risentimento verso il governo tradottosi in  scontri che hanno provocato numerosi morti sia tra gli indipendentisti  sia tra le forze dell’ordine.

Negli ultimi mesi la repressione poliziesca si è intensificata, come si sono intensificati gli attentati dei secessionisti ai danni delle forze di sicurezza che hanno sofferto non poche perdite. Per far fronte alla situazione il governo di Yaoundè ha mobilitato le proprie, fedelissime, forze speciali: i battaglioni di intervento rapido, le  forze governative dislocate precedentemente lungo i confini per contrastare il terrorismo di Boko Haram.

Per comprendere la questione del Camerun è necessario fare un passo indietro, alla conferenza di Berlino del 1884 che aveva suddiviso il continente in aree di influenza, spartendolo fra le potenze europee. Il Camerun (come il Togo, la Tanzania e la Namibia) era finito nella sfera di influenza dell’Impero tedesco.  Subito dopo la grande guerra, con la Germania troppo occupata a leccarsi le ferite, le colonie dell’ex impero del Kaiser vennero spartite fra le due grandi vincitrici europee della guerra: Francia e Inghilterra. Il Camerun venne frazionato in due parti con la zona occidentale annessa alla Nigeria e finita sotto influenza britannica mentre il resto del paese divenne una colonia francese. Nel 1960, quando il Camerun dichiara finalmente l’indipendenza dal governo di Parigi, nelle regioni di lingua inglese si svolge un referendum con cui si esprime la volontà di annessione al Camerun piuttosto che alla Nigeria. Da quel momento in poi, protette da un’impalcatura statale dal modello federale, le minoranze anglofone della popolazione hanno goduto di certe concessioni governative:  insegnamento nelle scuole della lingua inglese, esercizio del common law su modello britannico ed elezione dei propri rappresentanti, il tutto, però, sempre subordinato all’esigenza dell’unità statale. Ad ogni modo, tale impalcatura federale non ha retto molto perché già dai primissimi tempi il governo centrale ha tentato sistematicamente di limitare l’autonomia delle regioni anglofone, tentativi che si sono compiuti nel 1984 con la soppressione dello stesso sistema federale e la conseguente nascita della Repubblica del Camerun.

Con l’avvento della Repubblica le regioni anglofone hanno assistito impotenti alla progressiva erosione delle loro autonomie e quando, nel 2016, il governo centrale decide di inviare in loco insegnanti di madrelingua francese e di limitare l’esercizio del common law la ne sono nate dure proteste, represse altrettanto duramente dal governo centrale.

Tale repressione ha portato alla polarizzazione delle posizioni anglofone e francofone, col movimento indipendentista che non si è fermato alla rivendicazione delle autonomie perdute ma si è spinto oltre al punto tale di proclamare la Repubblica di Ambazonia, una repubblica rimasta al momento sulla carta.

Il governo di Yaoundè, nel tentativo di limitare il fenomeno “cassa di risonanza” tipico delle primavere arabe, ha deciso di bloccare nelle regioni separatiste l’accesso ai social network isolandole, di fatto, dal resto del mondo.

L’utilizzo della forza e della censura mediatica è stato duramente condannato dalle Nazioni Unite che in un rapporto hanno dichiarato: “Queste restrizioni  devono cessare immediatamente e il governo deve garantire un’indagine approfondita, imparziale e indipendente su tutte le accuse di violazioni dei diritti umani perpetrate durante e dopo gli eventi del 1° ottobre. Il governo deve adottare misure efficaci per perseguire e sanzionare tutti i responsabili di tali violazioni».

Nel frattempo circa 7.500 persone hanno già abbandonato le proprie case per trovare riparo in Nigeria e le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, altre 40 mila sarebbero in procinto di lasciare il Camerun.

Ad oggi l’assolutamente priva di contenuto Repubblica dell’Ambazonia versa in condizioni miserevoli: uffici pubblici chiusi banche fuori servizio, sportelli ATM inagibili e la popolazione sempre più stretta nella morsa della repressione statale. L’unica speranza resta il dialogo fra le parti, dialogo difficile dal momento che il governo si è reso disponibile a trattare solo nel caso in cui i manifestanti rinuncino a qualsiasi velleità indipendentista e l’impianto istituzionale della nazione non venga messo in discussione, posizione che esclude ogni possibile ritorno al sistema federale e che alimenta sempre più i rancori della popolazione anglofona ormai pronta a trascinare il paese nella totale guerra civile.

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