7 anni dopo la Primavera Tunisina: il commento dell’Ambasciatore Sanguini


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La Tunisia festeggia il settimo anniversario della “rivoluzione” che ha portato alla caduta di Ben Ali sotto il segno di una sequenza di pesanti movimenti di protesta che hanno attraversato l’intero paese. Con il tristo corredo di un morto, centinaia di feriti e saccheggi e distruzioni, soprattutto notturni.

Sequenza preoccupante perchè specchio di un malessere che si è andato manifestando in un costante crescendo, di anno in anno, di mese in mese, dal giorno stesso di quel fatidico 14 gennaio. E che è riesploso adesso, all’inizio del 2018, quando, paradossalmente, ma non tanto, si potevano intravvedere i primi, tenui spiragli di una luce in fondo al tunnel della crisi in cui è sprofondato il paese. Spiragli che secondo il governo di unità nazionale guidato dal giovane Youssef Chahed peraprirsi in maniera significativa necessitavano e necessitano ancora un ultimo grande sforzo/sacrificio, quello rappresentato da un ulteriore giro di vite riformistico; quello disposto, per l’appunto, la manovra di bilancio appena approvata in Parlamento, ma che evidentemente una parte della popolazione non si è mostrata disposta ad accettare.

Da qui le proteste di cui ha impressionato il grado di violenza, frutto di una strumentalizzazione politica tanto evidente quanto esplicitata da diversi esponenti politici attraverso parole d’ordine di inquietante violenza distruttiva in cui la richiesta di dimissioni del governo, di ritiro della manovra finanziaria e di ritorno alle urne apparivano banali segnali di dialettica politica. La sobillazione è stata palese e ha indotto gran parte della stampa, dei rappresentanti dei principali partiti del paese e soprattutto della stessa UGTT, la grande e battagliera Unione generale del lavoro, a prendere nettamente le distanze dagli atti vandalici compiuti all’ombra delle manifestazioni di protesta per la disoccupazione e l’aumento dei prezzi, addebitati a movimenti quali « Fech Nestanew » et « Manich Msameh » , di fatto collaterali al Fronte popolare, accusato di essere il grande “incendiario”, il Nerone del momento.

Ma se vi è stata, l’istigazione anche a delinquere, non può e non deve fare schermo ad una innegabile realtà; e cioè che una parte importante della popolazione tunisina, in primis quella più giovane e quella concentrata all’interno del paese, vive in condizioni di obiettiva sofferenza e proprio non vede ancora gli spiragli cui si riferisce il governo nel chiedere ad essa il sacrificio de “l’ultimo miglio”.

Teniamo presente, del resto, come in tutti questi anni nei quali il mondo plaudiva, giustamente, alla “eccezione” tunisina rispetto al desolante panorama delle altre primavere arabe, questo paese ha dovuto far fronte non solo alle drammatiche conseguenze del post-Ben Ali, cioè di un sistema di potere opaco profondamente radicato in tutti gli ambiti di qualche rilievo sociale, economico, istituzionale, finanziario, etc., etc., ma anche ai morsi della stessa crisi dalla quale l’Europa si sta riprendendo solo da poco tempo; morsi resi più velenosi da un’incrostazione corruttiva di carattere sistemico.

Non solo, in questo difficile contesto, il paese si è dovuto poi confrontare con un altro nefasto nemico, il terrorismo, che ha segato le già indebolite gambe del turismo sulle quali l’economia del paese avrebbe potuto maggiormente sorreggersi, e riprendersi, in tempi ragionevolmente brevi. E ha fatto invece della “sicurezza” una pesante cambiale che non è riuscita ancora a portare all’incasso. Anzi. Col senno di poi, ma mica tanto di poi, si sarebbe potuto offrire a questo piccolo paese un sostegno finanziario e commerciale più robusto? Sì, penso che l’Unione europea avrebbe potuto fare di più e con maggiore tempestività. E avrebbe in ogni caso potuto evitare di porre questo paese nella lista dei “paradisi fiscali” assieme a Panama e agli Emirati arabi.

Lo stesso dicasi per condizioni, davvero dure, poste dal Fondo Monetario Internazionale anche per la terza tranche del prestito concesso nel 2016 per circa un miliardo di dollari. Tutto ciò detto, penso che il governo e le forze politiche che lo sostengono stiano affrontando questo delicato momento con la necessaria fermezza ma anche con la dovuta sensibilità sociale, richiamata come un’istanza ineludibile dalla islamica Ennahda, e non intenda, giustamente, incrinare i fondamentali della manovra di austerità posta in essere in questo delicato momento di inflazione crescente (6,4%) di deficit di bilancio al 6,1% del PIL e di un debito pubblico al 70% e in costanza di una crisi economica ancora acuta. Con una disoccupazione ufficiale al 15%.

Evocare lo spettro di una possibile riedizine del rivolgimento del 2010/2011 mi sembra in ogni caso fuorviante perché se è vero che a parere di molti la rivoluzione di sette anni fa non ha mantenuto le sue promesse non è men vero che il percorso più difficile e rischiso nel superamento del regime di Ben Ali, durato ben 23 anni, è stato compiuto. Ed è confortante sottolineare come in questo percorso la collettività e le imprese italiane si siano dimostrate all’altezza della situazione.

Armando Sanguini 

Armando Sanguini è stato Ambasciatore della Repubblica Italiana:

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Direttore generale relazioni culturali
Direttore generale Africa
Capo missione in Cile Tunisia e Arabia saudita

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