Paolo Borsellino. Venticinque anni dopo…il ricordo di Leonardo Agueci


Il ricordo di Paolo Borsellino, dal Maxiprocesso al periodo marsalese fino alla strage di via D’Amelio. L’impegno antimafia in un’intervista a Leonardo Agueci, già Procuratore Aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Dottore Agueci, quest’anno ricorre il 25esimo anniversario della strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Borsellino e gli agenti della scorta. Che ricordo ha di quel 19 luglio 1992?

Di quel giorno conservo un ricordo tragico. Era domenica e mi trovavo fuori città, sulle Madonie. Mi avvertirono dicendo che era successo qualcosa di terribile. Accesi la tv e appresi di quanto era accaduto in via D’Amelio. Mi catapulto, immediatamente, a Palermo e ricordo che sul luogo della strage c’erano ancora dei rilievi in corso. Quello che colpiva era il panorama attorno. Erano evidenti le tracce di quanto era avvenuto. Ricordo poi che lì vicino abitava una coppia di amici. Li chiamai e la donna mi raccontò di aver assistito alla scena dalla finestra di casa sua. Prima una grande luce e un boato, poi ricordi confusi, visto che lei e la sua piccola erano state scaraventate a terra dall’onda d’urto. Una scena terribile. Sono poi andato in ufficio la stessa sera e lì si respirava un’aria pesante. Noi colleghi eravamo stravolti per quanto era accaduto. Una pagina triste e drammatica della storia della nostra Repubblica.  

Paolo Borsellino, insieme al giudice Falcone, rappresentano i magistrati che hanno inferto un colpo durissimo a Cosa Nostra, i cui imputati sono stati pesantemente condannati con la sentenza del Maxiprocesso, che ha poi retto in Cassazione. Quanto ha pesato tutto questo nella condanna a morte dei due magistrati?

Il risultato del Maxiprocesso ha avuto un peso decisivo nelle stragi e questo è stato ampiamente accertato dai tanti processi che sono stati celebrati. Riina e i corleonesi pensavano che il Maxiprocesso si sarebbe concluso senza gravi danni per loro. Dalla pronuncia definitiva in Cassazione, proprio a quel punto, è partita la vendetta di Cosa Nostra. Prima l’omicidio del democristiano Salvo Lima, poi le stragi di Capaci e via D’Amelio e per ultimo, nel settembre del ’92 l’omicidio di Ignazio Salvo, ritenuto uno dei garanti di Cosa Nostra nella tenuta degli accordi.

Il giudice Borsellino, sul finire degli anni ‘90, accettò il ruolo di Procuratore Capo di Marsala, un ruolo che molti pensano periferico rispetto a Palermo. Perché secondo lei questa scelta?

Beh, aldilà delle motivazioni personali a cui non saprei dare risposta, non credo che Marsala sia una sede periferica nell’attività di contrasto alla mafia. Ricordiamoci che è una zona con una fortissima presenza mafiosa. Nel trapanese, la mafia ha operato con uno dei suoi attualmente più ricercati boss, Matteo Messina Denaro. Nel corso della mia attività, dai tanti processi sul marsalese e sul mazarese, ho capito che in quella zona c’era molto da fare. Penso, dunque, che la scelta del giudice Borsellino non rappresenti un passo indietro nella lotta alla mafia e Paolo lo aveva capito prima di tutti.

Paolo Borsellino sul rapporto tra mafia e politica diceva: politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. Cosa deve fare lo Stato per prevenire questi fenomeni collusivi ? E quali sono i risultati ottenuti dalla magistratura?

La magistratura ha ottenuto importanti risultati. C’è una riflessione di Paolo Borsellino che mi torna spesso in mente e che dice così: la politica non può delegare interamente alla magistratura il compito di ripulirsi. Ed è vero, non tocca alla magistratura rilasciare certificati di sanità sulla trasparenza politica. È la politica che deve trarre proprie autonome valutazioni e censurare determinati comportamenti.

Procuratore, oggi lo Stato è più forte nella lotta alla mafia rispetto al periodo dei giudici Falcone e Borsellino?

Certamente oggi la bilancia pende dal lato dello Stato. Nel periodo delle stragi era dal lato della mafia. In venticinque anni lo Stato è riuscito ad imporsi anche se con contraddizioni e non sempre nel modo auspicato. La mafia, in passato, era riuscita ad imporsi proprio perché lo Stato non si era attrezzato in grado di fronteggiarla adeguatamente. Dopo il 92’, si è riusciti a contenere il fenomeno mafioso e a costringere la criminalità mafiosa a ripiegare sulla sommersione.

Il refrain comune è che oggi la mafia è cambiata. Non spara più come un tempo e si interessa più al business attraverso manovalanza di alto livello come quella dei colletti bianchi e burocrati. Come è cambiata Cosa Nostra nel corso di questi venticinque anni?

Negli anni ’80 a Palermo si contavano centinaia di morti ammazzati ogni anno. Oggi, i numeri sono decisamente più contenuti. In media, adesso ci troviamo di fronte ad un omicidio di mafia all’anno. Queste statistiche devono far pensare. La mafia non uccide più come un tempo perché ha capito che lo Stato reagisce in maniera efficace con pene dure e teme la sua reazione. Un tempo, Cosa Nostra si sentiva così forte da poter effettuare stragi in pieno giorno. Mi viene in mente l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso in via Carini, nel salotto buono della città, alle prime luci della sera. Prima la mafia controllava le istituzioni, specie quelle locali e le attività commerciali ed imprenditoriali. Oggi, nonostante ci siano ancora forme di controllo di questo genere, ci sono forti resistenze grazie all’azione di gruppi della società civile come Libera e Addiopizzo.

La recente sentenza della Cassazione che ha recepito la pronuncia della Cedu sul caso Contrada ha riaperto l’eterno dibattito sul concorso esterno in associazione mafiosa . Quale è la sua opinione in merito? Si colloca sul versante di quei giuristi che hanno sottolineato, negli anni, la necessità di tipizzare questa forma di reato, oppure ritiene che l’impostazione giurisprudenziale data nel corso del tempo possa essere sufficiente?

Sul concorso esterno, la Cassazione nel corso degli anni ha avuto un atteggiamento altalenante e questo non giova alla certezza del diritto. Da un lato, questa incertezza farebbe pensare alla necessità di tipizzare questa figura di reato ma dall’altro creerebbe dei problemi interpretativi in materia di successione delle norme penali. Se guardiamo al contenuto della sentenza Contrada, si rischierebbe di riproporre lo stesso tipo di problema per decine di casi riguardanti le condotte antecedenti. Per questo, ritengo che la tipizzazione non sia la strada da seguire perché inopportuna.

Il nostro è un Istituto di ricerca, composto da giovani e che si rivolge prevalentemente al mondo universitario. Quale è il messaggio che lei vorrebbe lanciare ai giovani in una giornata in cui spesso l’antimafia parolaia e di maniera prende il sopravvento sul vero significato di lotta alla criminalità?

Mi permetta di fare un passo indietro. Subito dopo i fatti del 19 luglio, vi sono state autorevoli persone di legge che misero in discussione il nostro impianto costituzionale. Lo considerarono inadeguato e invocarono persino la sospensione delle garanzie costituzionali. Suggerirono di adottare il codice penale militare. Per fortuna, lo Stato è riuscito ad imporsi applicando i principi costituzionali. Paolo Borsellino, così come Giovanni Falcone, non misero mai in discussione le regole costituzionali. Applicando con rigore i principi della costituzione repubblicana si può vincere qualsiasi fenomeno criminale. È questa la vera ricetta per vincere ogni forma di mafia ed è questo il messaggio che rivolgo ai giovani: la vera forza della lotta alla mafia è quella di riuscire ad imporsi attraverso il rispetto della legge da parte di tutti.  

A cura di Gabriele Messina

Gli Angeli di Borsellino, la scorta.

  • Via d'Amelio
  • Agostino Catalano: Caposcorta, 43 anni.
  • Claudio Traina: 26 anni.
  • Emanuela Loi: 24 anni.
  • Vincenzo Fabio Li Muli: 22 anni.
  • Walter Eddie Cosina: 31 anni.

 

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