Fronteggiare la criminalità: i casi di Italia, USA e UK


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1. Lo Stato e la sua funzione prima. Uno dei compiti dello Stato moderno, nonché, probabilmente, il primo ad esso assegnatogli, è la sicurezza dei cittadini. L’importanza di questa funzione è sottolineata da celebri contrattualisti come Thomas Hobbes e John Locke: entrambi, infatti, rimettono nelle mani dello stato il compito di tutelare la loro vita e, nel caso di Locke, la proprietà privata (cfr. C. Galli, Manuale di storia del pensiero politico, Edizioni Il Mulino, pagg. 196 e 210). Lo Stato, per assolvere a questa fondamentale funzione, si munisce di un esercito (per fronteggiare pericoli esterni) e di un corpo di polizia (per la tutela dell’ordine interno). Nel caso della tutela dell’ordine interno, uno dei problemi da affrontare è quello della criminalità.
2. I casi di Italia, Usa e UK. La vita quotidiana negli ultimi decenni è diventata, nei paesi occidentali, terribilmente angosciata e tormentata per l’affermarsi di nuove esperienze collettive di insicurezza. Ciò ha contribuito a erodere il mito che lo Stato sovrano sia in grado di erogare “legge e ordine”. Lo Stato corre ai ripari: questo senso di insicurezza gli conferisce la legittimità necessaria per usufruire di istanze di controllo coercitivo, che si ritiene siano le più efficaci per ristabilire l’ordine sociale. Vi è, dunque, il ritorno a un pensiero criminologico di stampo conservatore. In particolare, le strategie messe in atto dallo Stato per far fronte alla criminalità si muovono su due direttrici. In primis, si assiste al ritorno di una visione del reo teorizzata dalla Scuola Classica, ignorando tutte le successive teorizzazioni (assistiamo, dunque, a un anacronismo di quasi 300 anni). La Scuola classica (risalente al periodo dei Lumi), alla domanda <<perché certi attori commettono atti devianti o criminali?>>, risponde che l’individuo, privo di qualsiasi condizionamento sociale, è libero di scegliere tra l’osservanza e la trasgressione delle leggi, seguendo i propri interessi. L’individuo è inteso come un attore razionale, capace di compiere analisi costi/benefici e che porta a termine un’azione solo se il beneficio che ne ricava è superiore al costo che egli “paga” per compierla (cfr. D. Scarcelli e D. Guidoni Vidoni, La devianza, Edizioni Carocci editore, pagg. 22-24).

Come può lo Stato affrontare questo tipo di criminale?. La soluzione si trova proprio nel carattere razionale di questo: se egli agisce dopo un’analisi costi/benefici, allora, onde evitare che egli commetta l’atto criminale, serve alterare questo calcolo, alzare i costi. Come? Tramite la pena. Viene, così, concepita una concezione utilitaristica della pena: <<il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile […] Il fine […] non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini, e di rimuovere gli altri dal farne uguali>> (Dei delitti e delle pene, C. Beccaria, cap. XII – Il fine delle pene). L’altra direttrice su cui si muovono le strategie messe in atto dallo Stato sono riscontrabili nella teoria delle attività routinarie di Cohen e Felson. Questa, brevemente, sostiene che qualsiasi crimine di natura predatoria sia frutto della compresenza di tre elementi, quali: 1) l’assenza di un guardiano (formale, come un poliziotto, o informale, come un qualsiasi passante), 2) la presenza di un aggressore motivato e 3) la presenza di un bersaglio appetibile (L. Cohen e M. Felson, Social change and crime rate trends, American sociologica review, 44, 1979, pagg. 588-608). Tutta l’attenzione è quindi posta sulle situazioni concrete in cui si verificano i crimini, con la rinuncia da parte delle agenzia di controllo istituzionali a formulare politiche pubbliche di ampio respiro (come, ad esempio, politiche di welfare).  <<Il prodotto di queste due tendenze è una “criminologia della vita quotidiana” che danno supporto e legittimazione a politiche di controllo e protezione dello spazio fisico e al tempo stesso ne sono legittimate, in quanto criminologie utili e immediatamente fruibili anche semplicemente per contenere comportamenti incivili o fastidiosi […] Difendere gli spazi e difendersi da persone pericolose: si tratta di prospettive che abbandonano ogni pretesa di prendersi in carico soggettività devianti […] e che si limitano a fornire protocolli operativi che trascendono la comprensione di ciò che accade. Sono saperi orientati alla gestione del rischio criminale, alla difesa della comunità e al controllo delle categorie di persone pericolose, e rispondono a logiche “attuariali” (cfr. A. Ceretti e R. Cornelli, Oltre la paura, Feltrinelli, p. 119-120).

2.1 Il caso USA. Negli Stati Uniti, oltre al proliferarsi delle gated communities (comunità residenziali abitate da classi agiate, circondate da muri o filo spinato e con accesso controllato), i governi locali hanno iniziato ad approvare dei provvedimenti, noti come Civility Laws, volti a individuare, sanzionare e reprimere comportamenti ritenuti poco civili (come sedersi, sdraiarsi, bere alcolici in luoghi pubblici, elemosinare). La criminalizzazione di questi comportamenti mira a dislocare le categorie di persone fastidiose in aree meno visibili e periferiche. Questo effetto di dislocamento è, per ovvie ragioni, criminogeno: non risolve il problema, ma rischia di amplificarlo, ma in un’altra parte della città. Recentemente sono, inoltre, apparse nuove ordinanze (Off-Limits Orders, Parks Exclusions Laws, Trespass Laws), che vietano a determinate categorie di individui di accedere a spazi normalmente aperti al pubblico (librerie, parchi, scuole, ospedali…). La scelta degli individui al quale applicare la restrizione è puramente discrezionale e non è possibile appellarsi; pur essendo atti di natura amministrativa, la trasgressione crea illecito penale, in quanto hanno dato vita a nuove figure di reati (cfr. A. Ceretti e R. Cornelli, Oltre la paura, Feltrinelli, p. 122-123).

2.2 Il caso UK. Nel RegnoUnito vi è stata l’adozione di atti legislativi che mirano alla tutela delle comunità a rischio dal contatto con soggetti che praticano “condotte antisociali” (questo è il termine spesso utilizzato  nei dibattiti presso Camera dei Comuni).I l parlamento britannico, trovatosi ad affrontare le pressioni di queste comunità “a rischio”, si è trovato a dover scegliere: incrementare le politiche di welfare o assumere un approccio punitivo? La scelta è ricaduta sulla seconda opportunità (cfr. A. Ceretti e R. Cornelli, Oltre la paura, Feltrinelli, p. 124-126).

2.3 Il caso Italia. Emblematico il decreto Maroni del 2008 (incostituzionale tre anni dopo), che prevede l’attribuzione al sindaco del potere di adottare provvedimenti volti a prevenire o eliminare pericoli che minacciano l’incolumità pubblica. I sindaci sceriffi partoriti da questo decreto legge, hanno adottato ordinanze su svariati oggetti, come: divieto prostituzione, somministrazione sostanze alcoliche, divieto di attività per lavavetri o ambulanti, restrizione vendita di determinati alimenti (kebab), divieto di utilizzo di determinati abiti (burqa), affissione obbligatoria dei crocifissi nelle scuole e così via. Tra il 2008 e il 2009, in 445 comuni, ben 800 ordinanze (la maggior parte nel Nord Italia, con protagonista Milano) (cfr. A. Ceretti e R. Cornelli, Oltre la paura, Feltrinelli, p. 127-130).

3. Come interpretare l’affermarsi di queste tendenze? Per riuscire a comprendere come e perché all’interno di uno Stato si perviene all’adozione di una politica pubblica o all’emanazione di una legge, trovo sia fondamentale adottare una prospettiva politologica.

3.1 breve introduzione alla Scienza Politica. La scienza politica ha radici profonde in un lontano passato. Il suo oggetto di studio non è stato sempre lo stesso: oggi è il Sistema Politico, teorizzato da David Easton. Il Sistema Politico (che non coincide con lo Stato), è un sistema di interazioni attraverso le quali si realizza l’assegnazione autoritativa di valori scarsi in una data società. E’ formato da tre elementi: l’autorità (i detentori del potere politico), il regime (che può essere democratico o meno) e la comunità politica. Da quest’ultima provengono gli inputs, cioè domande e sostegni diretti al sistema politico, che li traduce in outputs. Dunque, i cittadini rivolgono le proprie domande e sostegni alla classe politica che, può produrre, o meno, delle leggi (o simili). Ma, adottando una prospettiva scientifica, cosa è la classe politica? Chi è l’uomo politico? L’uomo politico è un vote-seeker, cioè colui che cerca voti, in quanto questi conferiscono lui il potere (power-seeker) di passare dalla comunità politica (intesa come moltitudine di cittadini elettori o meno) all’autorità, formata dai detentori del suddetto potere. La politique est un domaine de pratique sociale où se jouent des raports de force symboliques pour la conquete et la gestion du pouvoir. Elle, donc, doit etre fondée sur une légitimité acquise et attribuée (P. Charaudeau, Le discours politique, Vuibert, p.60).

3.2 Una chiave di lettura politologica. Alla luce di questa analisi, trovo sia innegabile che una legge o una politica pubblica (output) sia fortemente dipendente da questa particolare caratteristica dell’uomo politico. Secondo Anthony Downs (politologo statunitense), i partiti formulano proposte politiche per vincere le elezioni; non cercano di vincere le elezioni per realizzare proposte politiche. Questa prospettiva ci suggerisce come una legge, alle volte, può essere uno strumento di arricchimento (in termini di voto-potere) per un policy-maker. Poiché si vota, i partiti sono costretti a formulare programmi e a presentarsi come strumenti per la loro attuazione. Grosso modo, si può concludere dicendo che governi e governanti rispondo alle domande degli elettori – se formulate in maniera da minacciare/favorire il loro potere e prestigio – perché sono interessati alla loro rielezione; e che in situazioni di risorse scarse, le risposte verranno date a quelle domande che si impongano vuoi perché formulate da gruppi dotati di potere sui governi  e sui governanti (lobbying), vuoi perché congruenti con il programma politico presentato agli elettori. E’ importante sottolineare che ciò non è sempre così: a volte una politica pubblica viene prodotta per prevenire una situazione di incontrollabili inputs; a volte sono prodotte in ambito istituzionale, seguendo una logica autoreferenziale; infine, c’è da sottolineare che non a tutti gli inputs corrispondo outputs e viceversa (cfr. G. Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Edizioni il Mulino, pagg. 12-16,154-155,238-239).

4. Conclusione. I governi occidentali stanno combattendo la criminalità tornando a una visione di questa (e del reo) obsoleta. Grazie a una chiave di lettura politologica, scorgendo la vera natura del policy-maker quale vote/power-seeker è possibile comprendere “come e perchè” il governo italiano ha prodotto il decreto Maroni del 2008, il cui contenuto non va a comprendere/risolvere alcun tipo di problema; oppure perché nel Regno Unito sia stato prodotto un Act contro gli “anti-social behaviour”; o, ancora, perché in USA, a livello locale è possibile emanare atti che tendono all’esclusione di determinate categorie di individui da certe aree della città. Quella del governo e dell’amministrazione è un mondo dominato dalla contrattazione politica, dove spesso si perviene ad outputs (atti di qualsiasi natura) solo per poterne usufruire in campagna elettorale, per accrescere il proprio prestigio, per arricchimento personale.

Davide Faraone

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