La lunga notte della Corea del Sud


ANADOLU/GETTY IMAGES


 

“Dichiaro la legge marziale per proteggere la libera Repubblica di Corea dalla minaccia delle forze comuniste nordcoreane, per sradicare le spregevoli forze antistatali filo-nordcoreane che stanno saccheggiando la libertà e la felicità del nostro popolo, e per proteggere la libertà costituzionale […]”

Con queste parole nella giornata di ieri Yoon Suk-yeol, Presidente della Corea del Sud, o Repubblica di Corea, ha dichiarato, durante un discorso alla nazione andato in onda in diretta televisiva, la legge marziale d’emergenza. Si tratta di una misura estremamente drastica e antidemocratica, che, in caso di comprovato e grave stato di emergenza, affida pieni poteri all’esecutivo, a discapito della legge e delle garanzie costituzionali, e attribuisce all’esercito pieni poteri di controllo ed azione.

Le dichiarazioni del Presidente Yoon hanno provocato immediate reazioni sia all’interno del paese che a livello globale. Le strade della capitale Seoul si sono riempite di cittadini scesi in piazza per manifestare il proprio dissenso, sia su loro stessa iniziativa che a seguito degli appelli dell’opposizione, e i sindacati hanno dichiarato uno sciopero generale.

Anche i rappresentanti politici del paese si sono immediatamente mossi. I deputati si sono recati presso la sede del Parlamento assediata dall’Esercito, nonostante il divieto imposto dalla legge marziale, ed hanno approvato, con 190 voti su 300, un testo di legge volto ad abolire la legge marziale. Non solo l’opposizione, ma anche il partito di cui il Presidente Yoon fa parte non ha esitato a prendere le distanze dalle sue incaute dichiarazioni, dichiarando l’incostituzionalità della legge marziale. Lo stesso capo del partito presso l’Assemblea nazionale, Choo Kyung-ho, ha preso le distanze dalle decisioni del Presidente, dichiarando ai giornalisti di non essere stato preventivamente informato da Yoon della sua decisione e di aver appreso dell’istituzione della legge marziale tramite i media nazionali.

A seguito delle proteste, delle dichiarazioni dei rappresentanti politici e delle misure messe in atto dal Parlamento, il Presidente Yoon ha revocato, nella serata di ieri, la legge marziale.

Un epilogo felice, almeno in apparenza, consacrato dalle esclamazioni di gioia dei cittadini sudcoreani che ieri sera avevano affollato le piazze di Seoul reclamando la propria libertà ed il rispetto della democrazia, ma che in realtà cela uno scenario politicamente complesso e che, a seguito degli inaspettati risvolti di ieri, ha acceso una forte preoccupazione tanto nei cittadini quanto in chi osserva dall’esterno.

 

Il contesto

Nulla accade del tutto inaspettatamente, specie in politica, contesto in cui ci è dato vedere solo la punta di un iceberg le cui dimensioni reali si dipanano al fondo, in un mare di relazioni ed equilibri precari.

Anche la dichiarazione della legge marziale in Corea del Sud non sfugge a questa regola ed è utile, tanto per capire quanto già accaduto, quanto per provare ad immaginare cosa ancora potrebbe accadere, approfondire il contesto da cui deriva.

Il Presidente Yoon Suk-yeol, afferente al Partito del Potere Popolare, è stato eletto nel 2022, con il margine più ristretto della storia della giovane Repubblica coreana. Solo lo 0.8% infatti gli ha permesso di assumere il ruolo di guida del paese. Non un politico di carriera Yoon Suk-yeol, ma un ex procuratore alla sua prima campagna elettorale, proprio quella per la presidenza, che i più ritengono fosse fondata su un’antitesi con il suo predecessore piuttosto che su reali fondamenti istituzionali strategici. Sin da subito il suo governo si è mostrato intransigente, certamente più di quello progressista del predecessore Moon Jae-in, cui ha opposto una azione politica più conservatrice e tradizionalista. Questa intransigenza non sembra però aver prodotto risultati positivi in termini di supporto popolare, mantenendo un basso indice di gradimento del governo presso i cittadini, che hanno più volte manifestato scontento rispetto ad alcuni temi caldi per il paese.

Neppure d’aiuto sono stati certamente gli equilibri politici del paese: Yoon si è infatti ritrovato a governare con una spada di Damocle sulla testa, quella del risultato delle elezioni legislative di questo 2024, che hanno assegnato al Partito Democratico, ovvero il partito di opposizione, la maggioranza più ampia mai registrata in Parlamento.

Ultimo, ma non per importanza, lo scandalo che ha visto protagonista la moglie, accusata di aver violato la legge anti-corruzione per aver accettato in dono da un personaggio non proprio limpido una borsetta griffata molto costosa, durante un incontro volto a promuovere un progetto di dialogo con il Nord su cui la first lady avrebbe dovuto esprimere un parere.

Yoon si è trovato quindi sempre più alle strette nell’ultimo periodo, dovendo affrontare le conseguenze di un indice di gradimento di poco superiore al 10% alla vigilia di quello che ha a tutti gli effetti rappresentato un tentato colpo di stato.

Questa concatenazione di elementi ed avvenimenti lascerebbe pensare che la dichiarazione della legge marziale sia stato un disperato tentativo di riprendere in mano un potere che stava sempre più inesorabilmente scivolando via tra le mani del governo. Un tentativo non solo disperato ma anche piuttosto goffo, in considerazione del fatto che questa misura estrema non ha trovato nessun tipo di riscontro favorevole né di supporto sia a livello nazionale che internazionale. Yoon è stato infatti pesantemente criticato dalle forze di opposizione, isolato dal suo stesso partito, supportato solo parzialmente dall’esercito (basti pensare che più della metà dei deputati è riuscita ad accedere ad un Parlamento assediato per votare a sfavore della legge marziale) e ha completamente perso la fiducia dei suoi cittadini, decretando di fatto la sua stessa, probabilmente irrimediabile, sconfitta politica.

 

Le reazioni internazionali 

Non sono tardate ad arrivare le prime immediate reazioni internazionali agli avvenienti di ieri, estremamente utili per comprendere gli equilibri tra le potenze mondiali e quanto questo risvolto inaspettato possa influenzarli. Partendo proprio dal nostro paese, il Ministro degli esteri Antonio Tajani ha condiviso le sue preoccupazioni da Bruxelles, dove si trova impegnato nella riunione dei Ministri della Nato: “La Corea del Sud è un Paese nostro alleato – ha dichiarato Tajani – e si muove in una cornice complicata nella regione indopacifica, con una Corea del Nord sempre più aggressiva”, sottolineando di aver prontamente inviato dei messaggi a Pyongyang e scoraggiando qualsiasi forma di azione in un momento così delicato e di estrema incertezza politica.

Anche dal Cremlino, e in particolare dal portavoce di Putin, Dmitry Peskov, arriva un messaggio di forte preoccupazione. “Stiamo osservando da vicino”, ha dichiarato Peskov.

Stessa posizione espressa dal premier giapponese Ishiba, che ha dichiarato che i vertici giapponesi stanno monitorando attentamente anche le condizioni di sicurezza dei propri cittadini residenti in questo momento in Corea del Sud.

Gli Stati Uniti hanno, dal canto loro, ribadito la solidità della loro alleanza con la Corea del Sud. Vedant Patel, vice portavoce del Dipartimento di Stato, ha dichiarato: “La nostra alleanza con la Corea del Sud è di ferro e rimane immutata”, auspicando una veloce e pacifica risoluzione della crisi politica attraversata in questo momento dalla Corea del Sud ed il rispetto da parte del governo della decisione del Parlamento in merito alla revoca della legge marziale. Tramite una dichiarazione del Consiglio per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca è stato altresì precisato che, pur nell’ottica di un sodalizio politico molto forte e riconosciuto, gli Stati Uniti non erano stati in alcun modo messi a conoscenza preventivamente dell’annuncio del Presidente Yoon sulla legge marziale, che ha generato a Washington forti preoccupazioni rispetto agli sviluppi della vicenda.

Anche le Nazioni Unite si sono espresse tramite il portavoce del Segretario Generale Antonio Guterres, Stephane Djuarric, che ha sottolineato la rapida evoluzione dei fatti di ieri sera, auspicando la necessità di un monitoraggio continuo ed attento degli sviluppi.

Sembra insomma che i principali attori mondiali siano tutti allineati su una ferma condanna delle misure adottate dal Presidente Yoon, e che queste ultime abbiano scatenato non poche preoccupazioni rispetto ad una situazione delicata tanto dal punto di vista interno che globale, anche in considerazione del momento estremamente incerto e preoccupante nella definizione degli equilibri tra le potenze e i conflitti in corso.

 

Un doloroso precedente  

Le preoccupazioni si moltiplicano anche in considerazione del difficile passato che la Corea del Sud ha dovuto affrontare per ottenere e coltivare un regime democratico.

Fin dalla divisione, risalente al periodo della guerra fredda, in due zone di influenza (il Nord sotto quella sovietica e il sud sotto quella statunitense), il paese ha dovuto fronteggiare conflitti interni molto dolorosi; non a caso ancora oggi una delle più pericolose conseguenze dell’instabilità del governo della Corea del Sud potrebbe proprio essere rappresentata dall’acuirsi delle tensioni con la Corea del Nord e il suo regime totalitario. Eppure, il conflitto tra Nord e Sud è solo una parte della profonda ferita che i sudcoreani hanno visto riaprirsi la scorsa notte.

A più riprese, infatti, la democrazia è stata messa a rischio da governi totalitari e colpi di stato militari, che sembravano un ricordo ormai superato. L’ultimo colpo di stato risale infatti agli anni 80, quando il governo di Chun Doo Hwan assunse il potere con la forza in un momento estremamente complesso e delicato dal punto di vista politico ed economico. Si trattava del secondo colpo di stato nel giro di un anno, in un momento in cui la popolazione viveva in condizione di grande povertà e disagio sociale. Ormai stremati da un sistema dittatoriale molto stringente e violento, i cittadini riempivano le piazze, chiedendo l’abolizione della legge marziale ed il ripristino dei loro diritti e delle libertà fondamentali. Alle manifestazioni dei cittadini il governo Chun rispose in modo violento, ordinando una crudele repressione denominata Lavish Holiday e Gwangju, la città dove le repressioni furono più violente e sanguinose, viene da quel momento ricordata anche come la “Tienanmen coreana”. Davanti alla Chonnam National University la mattina del 18 maggio 1980 si era radunato un folto corteo di professori e studenti per manifestare contro il Governo, che subito inviò l’esercito reprimendo la manifestazione nel sangue. Da quel giorno per dieci lunghi giorni la città di Gwangju divenne teatro di scontri sempre più violenti tra esercito a manifestanti, tanto che la città venne persino isolata. Al termine di quei terribili dieci giorni i carri armati entrarono in città, soffocando definitivamente le rivolte e ristabilendo l’ordine imposto dal Governo, che non esitò a descrivere al resto del paese e del mondo quella sanguinosa repressione come la risposta necessaria ad una rivolta comunista.

Il governo del presidente Chun rimase in carica per altri otto anni e solo quando, al termine di esso, la Corea del Sud divenne un regime democratico, il paese ebbe occasione di elaborare quegli avvenimenti che cancellarono, secondo le fonti ufficiali, più di duecento vite, o, secondo voci meno ufficiali ma probabilmente più accurate, tra le mille e le duemila. Se oggi i sudcoreani sono disposti a scendere immediatamente in piazza alla prima minaccia antidemocratica è anche per la consapevolezza che quanto successo non dovrà più accadere.

 

L’ascesa della Corea del Sud e della sua cultura nello scenario internazionale

Oggi, peraltro, la posta in gioco è molto alta. Se infatti negli anni Ottanta a muovere i cittadini era in parte anche una forma di disperazione determinata dal loro stile di vita e legata alle difficoltà economiche del paese, oggi il meccanismo è esattamente quello opposto. Dopo anni di grandi sacrifici, infatti, la Corea ha acquisito oggi un suo ruolo cruciale nell’economia globale, grazie anche ad un fenomeno culturale di dimensioni considerevoli. Si tratta del cosiddetto “fenomeno Hallyu”, espressione con la quale si indica, a partire dai primi anni duemila, il boom della cultura di massa coreana. Si trattava inizialmente di un fenomeno legato principalmente ai paesi dell’Asia: nei primi anni 2000, grazie alla circolazione degli sceneggiati coreani nei paesi vicini, questi ultimi hanno iniziato ad apprezzare sempre di più i tratti caratteristici della cultura coreana. Dalla Cina al Giappone, passando per Thailandia e Malesia, l’Hallyu si è diffusa con sempre maggiore intensità, arrivando a toccare l’occidente dapprima solo marginalmente grazie al cinema d’autore. È solo una decina di anni dopo che la korean wave inizierà ad investire con fascino prepotente anche tutto l’occidente, rappresentando ad oggi un vero e proprio fenomeno globale. Si tratta di un fenomeno pop, che investe i campi più svariati: dalla musica k-pop, passando per skin care e cosmesi, ai k-drama (per citare solo gli item più conosciuti e diffusi).

Fascino innato o abilità di esportazione? Entrambi. Bisogna sicuramente considerare e apprezzare la grande abilità con cui le industrie culturali di massa coreane hanno saputo allungare il proprio sguardo stringendo accordi con piattaforme e realtà di distribuzione internazionale, presentando dei prodotti che rappresentano in qualche modo “il sogno coreano”, non solo per chi li ammira dall’esterno, ma anche per i coreani stessi che, dopo il lavoro durissimo di almeno due generazioni, possono oggi permettersi di sognare più in grande e raccogliere i primi importanti frutti di un’attenzione, e del relativo profitto che ne deriva, ardentemente desiderati per anni; dimostrando anche, contrariamente a quanto spesso avviene in altre parti del mondo, che le industrie creative e culturali possono trainare un paese intero verso un successo senza precedenti.

Al fine di tradurre in numeri questo fenomeno, consideriamo i dati diffusi dalla Korean Creative Content Agency, struttura governativa che sostiene le industrie creative nazionali. Dal 2014 al 2018 il valore dell’export dell’industria creativa e culturale coreana è quasi raddoppiato e proprio nel 2018 il paese, a fronte di un’importazione di contenuti e prodotti di intrattenimento per 1,2 miliardi di dollari, ha esportato per un valore di circa 9,6 miliardi di dollari. Una proporzione importante e stupefacente, che indica l’apice raggiunto nella prima decade degli anni 2000.

 

L’alba del giorno dopo

Ad oggi quindi, alla luce di quanto avvenuto tra ieri e le scorse ore, cosa rischia la Corea del Sud?

Ci eravamo lasciati ieri con la revoca della legge marziale da parte del Parlamento, misura che tuttavia non è bastata a porre fine alle proteste dei cittadini, che anche oggi sono scesi numerosi in piazza a reclamare le dimissioni immediate del Presidente Yoon. Questa mattina, inoltre, si sono susseguite le dimissioni di alcuni dei fedelissimi di Yoon, nonché del Ministro della Difesa, che si è assunto la piena responsabilità di quanto accaduto. Dal canto suo chi non sembra voler rassegnare le dimissioni è proprio il Presidente Yoon, nonostante i partiti di opposizione abbiamo presentato richiesta di impeachment nei suoi confronti. La mozione sottolinea che Yoon “ha violato gravemente e ampiamente la Costituzione e la legge”, e che la legge marziale è stata “motivata non da preoccupazioni per la sicurezza nazionale ma dall’intento di eludere le indagini sulle accuse di rilievo penale che coinvolgono il presidente Yoon e la sua famiglia”. Secondo il sistema istituzionale della Corea del Sud occorreranno 72 ore affinchè l’Assemblea Nazionale voti sull’impeachment e, se i due terzi dei parlamentari dovessero votare a favore, il Presidente sarebbe sospeso dall’incarico in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale. Se sei dei nove giudici della Corte Costituzionale dovessero esprimersi a favore dell’impeachment il Presidente verrebbe definitivamente rimosso dal suo incarico. Il tutto entro sei mesi di tempo. Chi governerebbe quindi nell’attesa di esaurimento di questo iter? Sarebbe il Primo Ministro, Han Duk-soo, a svolgere le funzioni del Presidente.

Nel primo pomeriggio è inoltre giunta notizia che Han Dong Hoon, leader conservatore del Partito del Potere Popolare cui appartiene Yoon, avrebbe chiesto ufficialmente al Presidente di lasciare il partito, nonostante l’agenzia Yonhap abbia reso noto che, durante una riunione avvenuta oggi, il partito al Governo avrebbe deciso di opporsi alla mozione di impeachment.

Il tempo ci dirà quali saranno le conseguenze della scorsa lunga notte che ha scosso la Corea del Sud. Quel che è certo è che si tratta di un avvenimento tanto singolare quanto meritevole di attenzioni, sia perché inserito in un contesto di forte instabilità globale, sia perché scuote una potenza emergente la cui influenza culturale ed economica lega il suo destino ai nostri.

Alessia Girgenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *