La gerontocrazia dell’Algeria: Abdelaziz Bouteflika



 

Sono incresciosi gli avvenimenti che si stanno manifestando in Algeria negli ultimi giorni. Eventi legati a violente e massicce manifestazioni basate su una contestazione totale nei confronti della candidatura al quinto mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika. Il focus della protesta portata avanti presenta vari tasselli costitutivi che, per l’appunto, la rendono qualcosa di più complesso, poiché in essa si innesta un malcontento – manifestato in larga scala da giovani studenti che da Parigi ad Algeri scendono nelle piazze – generale nei confronti non soltanto delle condizioni di vita ovviamente peggiorate, ma un malcontento ancora più enfatizzato nei confronti di una classe dirigente e politica che tende ad auto-riciclarsi reiterandosi nell’atto della candidatura, abbattendo ogni speranza di progresso fattuale per la Nazione. Bouteflika ha tenuto il suo ultimo discorso da presidente al popolo 7 anni fa, le sue condizioni di salute sono precarie dal 2013 e – reduce da due ictus – adesso cammina su una sedia a rotelle non potendo neanche avere l’energia necessaria e la lucidità adeguata al mantenimento – strutturale nel suo caso di presidente – per una governance. Il popolo algerino di questo aspetto è consapevole e se la disoccupazione è al 30%, di fronte a un Governo che si ri-promuove senza prendere in esame le necessità dei propri cittadini, l’ondata di malcontento potrebbe portare a compimento la generazione di un’opposizione basata sulle masse armate che riempiono caoticamente le strade e non su politici che si propongono per un disegno superiore che possa portare avanti l’intenzione di uno smantellamento di quella Gerontocrazia che abita lo scenario politico algerino.

La questione in causa che riguarda l’Algeria, come precedentemente accennavamo, risulta particolarmente complessa poiché tra gli algerini vi è una scissione etico-politica soggettiva e localizzata nello spirito di ogni individuo che implicitamente riesce a dare forza all’idea di un Bouteflika riconfermato come presidente. Da un lato vi è il dato empirico che Bouteflika possa rappresentare stabilità, infatti una delle eredità, ancor oggi riscontrabili, della guerra civile che l’Algeria visse negli anni Novanta, risiede proprio nel fatto che l’elezione di Bouteflika rappresentò la fine della cosiddetta “Decade nera” vissuta dalla Nazione. Da un altro lato vi è la necessità assoluta di un totale rinnovamento della classe politica che ha degli obblighi ben precisi nei confronti del cittadino. Poiché un rinnovamento di tale classe, potrebbe rappresentare un cambio di rotta delle politiche economiche e sociali del Paese.
Lo scrittore Kamel Daoud mette in risalto come il 65% della popolazione si fermi ai meno di 30 anni e come la classe politica, fortemente oligarchica, rientri per lo più nella categoria di anzianità. Il Paese dell’Algeria rimane un Paese ricco, ma la sua chiusura nei confronti di un’evoluzione etica e morale risulta come la maggior causale di emigrazione di massa da parte dei cittadini. Questo aspetto è messo  – in medesimo modo – in risalto da Daoud, che spiega effettivamente, nell’intervista fattagli dalla Rai, come nei barconi che migrano verso gli altri Paesi, come l’Italia, vi siano anche individui portati a cercar, fuori dal proprio territorio di appartenenza, un modo per progredire socialmente e ideologicamente. Lo scrittore spiega come siano gli stessi algerini a definire l’Algeria come “la Korea del Nord dell’Africa del Nord”, in cui “non ci si diverte, non ci sono passatempi, non c’è un domani, non c’è accesso alla sfera pubblica”. 
Tutto questo malcontento è generato dalla persistenza di una Gerontocrazia che polverizza le necessità del popolo e che allo stesso tempo fomenta l’intenzione di mantenere monolitici i rapporti internazionali. Tra questi rapporti vi è quello con la Francia in particolare, la quale , pur vedendo che da Marsiglia a Parigi le manifestazioni a sostegno degli algerini in quanto coloro i quali vivono in Francia si aspettano dall’Eliseo un scontro con la candidatura di Bouteflika, si ritrova ad essere ugualmente interessata a mantenere, con il Governo algerino in questione, in realtà un sostegno. Dunque emblematiche diventano parole come quelle di Serge Latouche che afferma, nel suo “Il pianeta dei naufraghi”(1993): <<Il vero volto dell’Occidente umanista, pacifico e rispettoso della vita si rivela nella vita economica, così com’è presentata dagli economisti, dai responsabili e dai mezzi di comunicazione di massa specializzati. Questo gioco dal quale tutti devono uscire vincitori è in realtà una vera e propria guerra.>>
Una guerra, basata su conflitti di interesse, che ucciderà la consistenza della vita dei cittadini, reduci di una reiterazione di un esplicito fallimento politico, poiché la classe politica algerina attuale ha fatto il suo tempo e porterà il popolo a vestire l’amaro abito della subalternità sociale. Un altro aspetto determinante in una situazione magmatica come questa è rappresentata dal fatto che sullo scenario politico algerino all’opposizione non vi sono che svariati partitini che da soli non riescono a mutare il contesto. Bouteflika è richiesto in quella veste, senza che vi sia nessuna forza adeguata a smantellare un disegno tale. La sua figura viene investita dell’esperienza positiva dei suoi 20 anni di presidenza, dunque, in un contesto senza un’opposizione adeguata che proponga una vera e propria alternativa, diventa difficoltoso ribaltare l’ontologia dell’intenzione politica da parte della Governance-Bouteflika, che tra l’altro dispone dell’appoggio dell’esercito. Basterebbe soltanto razionalizzare il fatto che il presidente Bouteflika rappresenti un birillo di un potere recondito. Pensiero, questo, che aleggia nello spirito nazionale, ma che probabilmente non trova modo o meglio ancora, non vuole trovar modo di attecchire.

In una situazione come questa, frammentata tra un potere velato che gestisce le redini del destino di un Paese e un popolo in preda al malcontento generale, se fosse arginato lo spirito di un capitalismo mosso da un imperialismo razionale e diabolico come quello della Francia, che vuole continuare a trarre benefici economici dalla sua ex colonia, probabilmente potrebbe anche cominciare a cambiare qualcosa per la vita dei cittadini algerini. Un parossismo socio-politico che nel contraddittorio si manifesta, poiché da un lato vi è la stessa Francia e l’Europa che temono che il contesto algerino possa sfociare in una nuova Libia per l’Occidente, ma dall’altro si mantengono rapporti economici. Situazioni all’ordine del giorno in un Occidente imperialista e implicitamente – per essenza – colonialista, ma allo stesso tempo insolite nel momento in cui si razionalizzano.

Paradigmatiche restano le parole dello scrittore sopracitato, Kamel Daoud, di fronte al clima in questione:

<<Il muro della paura è stato finalmente infranto e gli algerini non indietreggeranno, neanche davanti alla violenza della repressione>>.

Maurilio Ginex

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