La crisi presidenziale del Venezuela e la sfida globale per il greggio


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Sono trascorsi otto giorni da quando Juan Guaidó, ormai divenuto noto in tutto il mondo come il leader dell’opposizione al legittimo governo Maduro, ha prestato giuramento e si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela con l’intento di “ristabilire i diritti costituzionali” e “donare al popolo venezuelano il futuro che merita”, finendo per alimentare l’escalation della tensione per le strade del paese che ha prodotto una nuova ondata di arresti e repressione da parte delle forze dell’ordine. Gli occhi del mondo in questo momento sono puntati sul martoriato paese sud americano nel cui sottosuolo sono contenuti i più grandi giacimenti petroliferi del pianeta, ma che dal 2003 ha visto progressivamente (e irrimediabilmente) peggiorare la propria condizione economica. E chiaro come il Venezuela stia vivendo la più grave crisi finanziaria della sua storia: il Bolivar, la moneta nazionale, è soggetta ad un’incontrollata inflazione che ha toccato l’800%, reperire beni di prima necessità, dal cibo alle medicine, è pressoché impossibile e, quando accade, i prodotti vengono venduti a 20 – 30 volte il loro effettivo valore. Il welfare nazionale è praticamente collassato e quelli che avevano i mezzi per cercare migliori condizioni all’estero sono già fuggiti. Il passato governo di Hugo Chavez ha una grossa fetta di  “colpa” nell’aver creato le precondizioni della crisi da quando, nel 2013, ha fatto dell’esportazione del greggio l’unica locomotiva economica del paese, non vigilando sulle strutture burocratiche, clientelari e corrotte che negli anni hanno consolidato il loro potere ai danni del welfare nazionale.  Al contrario di Chavez, l’attuale leadership di Maduro non è mai stata in grado di comunicare quali misure economiche il governo intendesse adottare, né tantomeno come attuarle, suscitando una grossa ondata di sfiducia da parte dell’opinione pubblica.

 Dal gennaio 2019 il Venezuela è sprofondato nella più buia crisi politica del suo recente passato, in  seguito alle elezioni presidenziali del 2018, fortemente contestate e considerate irregolari dalle opposizioni e da diversi stati esteri, ( i paesi del G7 le hanno definite “illegittime e poco credibili”)  e dal successivo re-insediamento di Nicolás Maduro che, unito alla crisi economica, ha contribuito a portare il paese sull’orlo della guerra civile permettendo a Guaidò di potersi dichiarare, in modo illegittimo, presidente del Venezuela.

Com’era prevedibile il contrasto Maduro-Guaidò si è ben presto trasformato nell’ennesimo braccio di ferro internazionale:  gli Stati Uniti si sono affrettati a riconoscere il governo di Guaidò come legittimo, invitando gli alleati a fare altrettanto, varando congiuntamente un pacchetto di sanzioni economiche che colpiscono l’esportazione di petrolio venezuelano.  Parallelamente  il parlamento europeo  ha votato a larga maggioranza una risoluzione nella quale lo riconosce Guaidò come legittimo presidente: è  la prima istituzione europea a farlo, il che costituisce un elemento di pressing sui Paesi dell’Unione affinchè seguano l’esempio.

La replica della Federazione russa alle sanzioni americane non si è fatta attendere: il Cremlino ha definito “smisurate ed illegali” le sanzioni e ha accusato gli USA di fomentare un colpo di Stato. La Cina, solitamente molto cauta, si è detta turbata da possibili  “interferenze straniere” che rendono “solo la situazione più complicata”.

Il governo di Washington ha poi deciso di concedere al presidente autoproclamato del Venezuela l’accesso esclusivo ai conti correnti aperti dal governo di Caracas negli Usa. Mike Pompeo, segretario di stato, ha firmato un ordine che permette a Juan Guaidó di ricorrere al denaro presente nei conti bancari venezuelani, dichiarando in una nota che: “Questa certificazione aiuterà il governo legittimo del Venezuela a mettere in sicurezza questi beni e di utilizzarli per il bene del popolo venezuelano”.

Appare chiaro come la portata della crisi Venezuelana ha ormai assunto una dimensione globale perché globali sono gli interessi in gioco: la Russia ha nel Venezuela uno storico alleato che può fornirle l’unico porto sicuro, in tutto il continente,  dove far attraccare le proprie flotte. La Repubblica popolare cinese, nella sua apparentemente inarrestabile ascesa al ruolo di superpotenza, ha estremo bisogno di combustibile fossile  e il greggio del venezuelano potrebbe coprire l’intero fabbisogno del gigante asiatico. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sono intenzionati a scongiurare il potenziale pericolo rappresentato da stabili basi dell’esercito russo in sud America e sperano di cogliere l’opportunità per consolidare la loro posizione egemone nel mercato del petrolio ultimamente minacciata dall’asse Russo-iraniano. 

In tutto ciò l’esercito venezuelano, che potrebbe costituire il proverbiale  ago della bilancia nel contenzioso fra Maduro e Guaidò, non ha mostrato segni di insofferenza verso il governo legittimo rinnovando di recente la propria fedeltà a Maduro sostenendo di voler difendere “il legittimo governo” e di “voler arginare qualsiasi ingerenza estera nella politica del Venezuela”. Per adesso si può solo sperare che tale fedeltà non sia messa a dura prova dalle crescenti pressioni internazionali e dalla crisi economica che sta affamando la popolazione, perché l’alternativa sarebbe la guerra civile il cui caro prezzo, come sempre, verrebbe pagato dall’innocente popolo del Venezuela.

Fabrizio Tralongo

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