Evoluzione del concetto di matrimonio nel diritto islamico: il caso tunisino


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Il matrimonio (nikah) viene considerato nel diritto islamico un contratto ex latere viri, ovvero a favore dell’uomo. Le principali prestazioni che vengono scambiate sono la dote (mahr), pagata dall’uomo, in cambio di prestazioni sessuali da parte della donna. Un terzo soggetto che partecipa alla definizione del contratto è il wali al nikah, ovvero una sorta di tutore matrimoniale: sovente questa carica viene ricoperta dal padre, da un fratello della sposa o dal parente maschio più prossimo, anche se bisogna aggiungere che la presenza di questa ulteriore figura dipende dalla scuola giuridica di riferimento dell’area presa in considerazione.

Un requisito fondamentale per poter procedere al matrimonio è la volontà delle parti, che non deve in alcun modo essere viziata. Ogni vizio della volontà conduce all’annullabilità del contratto, come ad esempio l’errore sulla persona o la violenza. Il consenso delle parti deve avvenire contemporaneamente e tra presenti: sono sempre più rari i casi in cui è accettato il matrimonio inter absentes.
Il vincolo matrimoniale si scioglie naturalmente per cause naturali, come ad esempio la morte di uno dei due coniugi, oppure per cause volontarie. Nel secondo caso, le possibilità di sciogliere il matrimonio si dividono in unilaterali, ovvero a favore dell’uomo, o bilaterali. Nel primo caso esistono vari modi. Il principale è rappresentato dal talaq, ovvero il ripudio semplice, anche se la teoria classica del diritto islamico la considera come una pratica riprovevole. Tale ripudio può essere formulato sia in forma orale che scritta, la cosa importante è che si desuma la volontà del soggetto. Esistono anche altri metodi di scioglimento unilterale come la zihar, ovvero l’uomo sostiene che la moglie gli ricorda una donna proibita con cui non può avere relazioni sessuali, come ad esempio la madre o la sorella. In questo caso, creandosi un finto legame di sangue o di parentela, il matrimonio viene immediatamente sciolto, anche se è possibile bloccare il processo entro tre mesi, periodo in cui la donna deve astenersi da qualunque ulteriore relazione sessuale per evitare il fenomeno della turbatio sanguinis, ovvero generare confusione sulla paternità in caso di scoperta di stato interessante.
Altro metodo è il li’àn, ovvero un giuramento imprecatorio in cui il marito dichiara che la donna è infedele. Questo non solo provoca il ripudio, ma anche il disconoscimento del figlio: in alcune scuole giuridiche, come quella hanafita, questo metodo non è considerato sunni, ovvero facente parte del diritto islamico, ma anzi viene giudicato reato grave.
Passando alle cause bilaterali o volontarie, queste si avvicinano di più alla concezione del divorzio nel mondo occidentale. Il primo modello è il khul, ovvero lo scioglimento del matrimonio avviene dietro pagamento di una somma da parte della donna, la quale compra la sua libertà: solitamente la donna restituisce la dote. Il secondo modello è invece il tamlik. Questa può essere considerata come una vera e propria pratica di divorzio che permette, col consenso di entrambi, di mettere fine al matrimonio, senza dover pagare alcuna somma o assegno di mantenimento.

Dopo aver analizzato come viene concepito il matrimonio nel diritto islamico in generale, è utile puntare i riflettori sulle evoluzioni avvenute in determinati paesi, tra cui spicca sicuramente il caso tunisino. Il codice di statuto personale tunisino è stato adottato nel 1956, dopo l’ottenimento dell’indipendenza dalla Francia l’anno precedente grazie soprattutto all’attività politica di un personaggio in particolare, Habib Bourghiba, considerato il padre della patria e il liberatore della donna tunisina. Quando arrivò al potere, egli decise di seguire le orme di Ataturk in Turchia, in particolare non considerando più la shari’a come fonte di diritto.
Il nuovo codice di famiglia da lui creato è aperto ad una concezione più laica della famiglia e delle relazioni private, in quanto viene previsto che il matrimonio si può concludere solo col consenso delle due parti e alla presenza di tue testimoni. Non esiste più la figura del wali al nikah in quanto la donna viene considerata pari all’uomo. Adesso inoltre viene previsto che la donna, se ne ha la possibilità, deve partecipare alle spese per il mantenimento della famiglia: si tratta di una riforma importantissima in quanto si parifica nella sostanza la posizione della donna rispetto a quella dell’uomo.
Bourghiba ha inoltre eliminato qualsiasi riferimento all’obbedienza da parte della donna per eliminare ogni possibile riferimento alla sura 34 del Corano, in cui c’è scritto che in caso di mancata obbedienza l’uomo deve lasciare la donna sola nel letto e picchiarla se necessario. È stato eliminato anche qualsiasi riferimento al matrimonio poligamico, il quale è diventato un vero e proprio reato penale.
Questo codice è stato riformato più volte nel corso del tempo, ma la base è rimasta sempre la stessa. Il passo finale è stato compiuto dopo la rivoluzione del 2011 e con il varo della nuova Costituzione del 2014, in cui si riconoscono tutti i culti e le fedi religiose. Essa prevede all’articolo 21 che tutti i “cittadini e le cittadine sono eguali in diritti e doveri e sono uguali di fronte alla legge senza discriminazioni. Lo stato garantisce ai cittadini e alle cittadine le libertà e i diritti individuali e collettivi”. Inoltre, all’articolo 46 è previsto che lo Stato interviene per “proteggere i diritti acquisiti della donna e vigila per il loro consolidamento e promozione” e “garantisce l’uguaglianza di chances tra l’uomo e la donna per l’accesso alle differenti cariche lavorative”. Viene infine previsto l’impegno da parte dello Stato di assumere tutte le misure necessarie per eliminare qualsiasi forma di violenza contro le donne.

ENRICO COCINA

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