Il referendum di “Bibi”


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Il 9 aprile 2019 il popolo israeliano è stato richiamato alle urne per il rinnovo della Knesset.

Intervista al Dott. Enrico Campelli, ricercatore presso la facoltà di Scienze politiche alla Sapienza Università di Roma, che illustra la complessità del sistema israeliano, la fragilità e le sfide che il (vecchio) nuovo governo Netanyahu dovrà affrontare, dopo la  vittoria elettorale dal retrogusto referendario.

 


D:Come funziona il sistema elettorale israeliano?

R: “Il sistema israeliano è un unicum al mondo. Esso utilizza un sistema proporzionale puro a circoscrizione unica con la quale si eleggono i 120 parlamentari della Knesset.Nel corso degli anni si è passati da un proporzionale puro senza soglie di sbarramento a una progressiva razionalizzazione di questo sistema, innalzandolo dapprima all’1%, poi al 2% e infine al 3,25%. Questo è stato possibile grazie ad alcuni partiti di destra come Ysrael Beitenu per far fronte alla crescente influenza dei partiti arabi che, grazie proprio alla soglia di sbarramento si sono coalizzati nella cosiddetta Joint List.”

D:La vittoria di Netanyahu da il via al suo quinto mandato, ininterrotto dal 2009. Un fatto nuovo per la politica israeliana. Quali potrebbero essere le conseguenze in seno al sistema politico dello Stato?

R: “Innanzitutto bisogna sottolineare come in realtà queste elezioni siano state più un “referendum” su Netanyahu. Il fatto che lui sia in carica da così tanti anni ha influenzato moltissimo la configurazione politica e sociale israeliana. Pur avendo avuto figure eminentissime come Ben Gurion, Begin, Rabin o Golda Meir, la politica israeliana non è stata mai così tanto personalizzata come con Netanyahu. Tuttavia questo “referendum” stravinto da Netanyahu genererà, sul lungo periodo, elementi di crisi per il Likud, un partito che non sta formando una classe politica o figure di spicco che in un futuro potranno prendere il posto di Netanyahu, qualora ad esempio, venga formalmente incriminato.”

D: Negli ultimi mesi l’amministrazione Netanyahu è stata travolta da numerosi scandali di corruzione. Perché gli israeliani hanno “perdonato” Bibi e a cosa è dovuta questa necessità di avere un uomo forte al comando?

R: “Si, gli israeliani hanno perdonato il comportamento politico di Netanyahu. Infatti parte dell’opinione pubblica ritiene che essi siano tutta una messa in scena del centrosinistra, di stampo socialista e filoarabo, un’altra parte invece, pur rendendosi conto della gravità degli atti da esso commessi, impallidisce rispetto al suo decennale operato politico, dal momento che è riuscito ad accrescere ancora di più la reputazione di Israele a livello internazionale, mentre la Lega Araba e i Palestinesi sono (politicamente parlando) ai minimi storici. Parallelamente Netanyahu è riuscito a spedire sulla luna la prima sonda israeliana nella storia ed è riuscito a rendere l’economia israeliana attiva e funzionante. Il Pil ha una crescita annuale del 3%. Ovviamente non bisogna dimenticare  anche i grandi divari economici e sociali che sono emersi in questi anni, in un Paese che – storicamente – è sempre stato segnato dal forte retaggio socialista. Per cui sì, lo si perdona,ma perché vi è il bisogno di una figura così forte al comando; caratteristica, quest’ultima, che ha sempre segnato la storia di Israele.”

D:L’unica novità di queste elezioni è stata la discesa in campo dell’ex generale Benny Gantz e del nuovo partito di centro sinistra Kahol Lavan. Pur avendo ottenuto lo stesso numero di seggi del Likud, la coalizione di centrosinistra è riuscita a ricoprire solo 55 dei 61 seggi necessari per la maggioranza. Un’occasione mancata per Israele?

R: “Bisogna dire che la grande differenza con gli altri sistemi è che in Israele per arrivare ad ottenere tanti voti non è necessario avere una gavetta politica. Un esempio a riguardo è dato da Gantz, assolutamente scevro di qualunque background politico, ma che è arrivato ad ottenere 35 seggi in quanto figura di spicco dell’apparato militare. Personalmente contesto l’ipotesi che Benny Gantz sarebbe riuscito a creare una solida coalizione. Secondo me non è vero, poichè nell’affibbiargli i 55 seggi, significa – implicitamente – contare anche i seggi dei partiti arabi che in realtà sono liberi da qualunque tipo di coalizione. Se fino alle scorse elezioni vi era la Joint List, ovvero la coalizione dei quattro partiti arabi, in queste ultime elezioni si sono presentati due blocchi separati: uno dall’orientamento più progressista, Hadash-Ta’al, l’altro,Ra’am-Balad, dall’orientamento più conservatore, islamista. I partiti arabi difficilmente sarebbero stati graditi nella coalizione di Gantz, proprio perché Gantz non vuole allearsi agli arabi perché ha cercato di attingere i voti dal bacino di centro. Anche Meretz non credo avrebbe fatto una coalizione con il Kahol Lavan. Secondo me, quello che emerge da queste elezioni è che molti elettori di sinistra e di centrosinistra hanno rinunciato al proprio voto con l’idea di far perdere Netanyahu. Ed è per questo che molti abitanti dei Kibbutzim, per esempio, non hanno votato Meretz, che è sempre stato il loro partito di riferimento, ma hanno optato per Gantz, cosi come gran parte degli elettori del partito laburista Havodahha optato per quest’ultimo. Per cui tutto questo elettorato di centro, centrosinistra e sinistra piena, ha rinunciato al loro voto, puntando per il Kahol Lavan, portandolo a 35 seggi, cosa che però dall’altra parte non hanno fatto gli elettori fedeli al Likud, che invece non sono stati convinti da Gantz. Così chi votava centrodestra è  rimasto ancorato al Likud, chi votava centrosinistra o sinistra è andato con Gantz. Quindi sì, ritengo sia stata un occasione mancata anche se, in questo momento storico, bisogna comprendere come è difficile creare una alleanza con i partiti di sinistra e che sia maggioritaria.”

D: La riconferma di Netanyahu al governo è anche una riconferma al proseguimento di una “vecchia nuova” politica estera iniziata qualche settimana fa con il riconoscimento delle Alture del Golan come territorio israeliano da parte di Stati Uniti e Russia. Quali potrebbero essere i prossimi passi  e cosa potrebbe succedere adesso?

R: “Innanzitutto bisogna vedere se questa legislazione durerà. Non è detto. Io penso che non durerà più di un anno e mezzo. Questo sarà possibile perché, prima o poi, Netanyahu verrà sicuramente incriminato. Ora, nella prima fase di governo, Netanyahu sarà cauto, internazionalmente parlando, proprio perché dovrà fare attenzione alle mosse della Corte Suprema. Nel momento in cui avrà una visione più chiara di quali saranno le sue tempistiche, allora certamente farà qualche mossa coordinata con Trump per quanto riguarda le Alture del Golan, un territorio dove oltretutto non ci sono mai state troppe pretese siriane e de facto annesso ad Israele, anche perché a differenza di Gaza o della West Bank ,non ci sono situazioni incandescenti. Inoltre ha anche una importanza strategica fondamentale. Un secondo punto è rappresentato dal fatto che è una maggioranza di 65 (i seggi minimi per avere la maggioranza all’interno della Knesset sono 61 ndr.), la cui peculiarità è che ogni partner di coalizione ha il potere di farla crollare, anche il più piccolo. Per cui Netanyahu dovrà giostrarsi bene i suoi alleati, i quali propugnano per una totale annessione della West Bank. Dunque, qualche passo in questa direzione, come già annunciato in campagna elettorale, lo farà sicuramente. Infine molto si giocherà anche sulle proiezioni annunciate da Trump durante la campagna di Mid-term, sullo sconvolgimento strategico militare americano nella regione del medio oriente, di cui però al momento, non si vede alcuna traccia.
Staremo a vedere.”

Emanuele Pipitone

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