Nuove evoluzioni per lo scenario BRI: Xi Jinping in visita in Italia mentre la Cina vara la nuova legge sugli investimenti esteri


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La visita del Presidente Xi Jinping in Italia, che lo vedrà concentrato in una due-giorni ricca di incontri e dibattiti da venerdì 22 a sabato 23 marzo, si svolge in un momento in cui l’UE cerca di bilanciare l’influenza di Pechino e il crescente bisogno di investimenti esteri dei suoi Stati membri.

In effetti, in vista dell’EU-China Summit previsto a Bruxelles il prossimo 9 aprile, la leadership cinese ha sottolineato la volontà di incrementare la collaborazione tra Cina, Stati Uniti ed Europa nell’ambito della BRI(Belt and Road Initiative)nel tentativo di arginare le crescenti critiche derivanti dalla valenza strategica del progetto: uno strumento, per molti, che ha il potenziale di accrescere l’influenza cinese nei Paesi ospitanti.

Risale, infatti, allo scorso venerdì 15 marzo un nuovo fondamentale passo compiuto dalla Cina. Con la stragrande maggioranza dei voti a favore espressi durante la seconda sessione del 13° NPC (Congresso Nazionale del Popolo), è stata approvata la legge sugli investimenti stranieri, una normativa fondamentale che secondo le autorità cinesi rafforzerà la trasparenza per quelle aziende che desiderano entrare nel mercato dello stato sovrano più popoloso del mondo, ed allo stesso tempo fornirà una protezione ed un ambiente imprenditoriale migliori per gli investitori esteri. Si prevede che la legge entrerà in vigore il 1 gennaio 2020.

Con disposizioni unificate per l’ingresso, la promozione, la protezione e la gestionedegli investimenti esteri, la nuova legislazione mirerà, infatti, a migliorare la trasparenza delle politiche di investimento estere e a garantire che le imprese ad investimento straniero partecipino al mercato della concorrenza su una comprovata base di parità.

Si possono già prevedere quelle che saranno le conseguenze di questa nuova introduzione normativa: lo Stato gestirà gli investimenti esteri in base al sistema di trattamento nazionale pre-istituzione più una lista negativa, stando a quanto prevede la legge, mentre le imprese a partecipazione straniera godranno ugualmente di politiche di sostegno allo sviluppo delle imprese e saranno in grado di partecipare alla definizione degli standard in condizioni di parità e nel settore degli appalti pubblici attraverso la concorrenza leale.

Lo Stato proteggerà allo stesso modo i diritti di proprietà intellettuale degli investitori nazionali e di quelli stranieri e, di conseguenza, delle imprese a capitale straniero.

“La legge, da una parte, invia il segnale di una maggiore trasparenza, dall’altra richiama all’appello il mercato cinese nei confronti del capitale straniero”, ha affermato Vivian Jiang, vicepresidente di Deloitte China.

Con la nuova legge, la Cina sarà finalmente in grado di proteggere meglio i diritti e gli interessi legittimi degli investitori stranieri e, contestualmente, riuscirà a creare un ambiente di business basato sulla legge che è internazionalizzata e abilitante.

Dopo l’entrata in vigore, la legge unificata sostituirà le tre leggi esistenti sulle joint venture azionarie cinesi-straniere, le società interamente di proprietà straniera, e le joint venture contrattuali estere-cinesi.

La legge sulle joint venture azionarie è entrata in vigore nel 1979, subito dopo che il paese ha iniziato ad attuare la riforma e ad aprirsi alla sua policy. Le ultime due sono state promulgate negli anni ’80. Negli ultimi decenni, hanno fornito garanzie legali efficaci per le imprese straniere, ma non sono più commisurate alle esigenze di riforma e apertura nella nuova era.

Entro la fine del 2018, in Cina sono state create circa 960.000 imprese a capitale straniero, con gli investimenti esteri diretti accumulati che superano i 2.1 trilioni di dollari. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD), gli investimenti diretti esteri in Cina si sono classificati al primo posto tra quelli attuati nei paesi in via di sviluppo per 27 anni consecutivi.

La nuova legge mostra la volontà e la determinazione della Cina nel portare avanti le riforme e aprirsi ad un nuovo contesto storico, ha detto Wang Chen, vicepresidente del Comitato permanente dell’NPC:“È una testimonianza completa della determinazione e della fiducia della Cina nell’aprirsi allo scenario più ampio del mondo esterno e alla promozione degli investimenti stranieri nella nuova era”.

Asserisce in questo modo, invece, Harley Seyedin, presidente della Camera di commercio americana nel Sud della Cina: “Per le aziende straniere in Cina, penso che tutti stiano aspettando che la legge venga approvata, in quanto creerà condizioni di parità”.

Secondo un sondaggio condotto da circa 240 società della Camera, gli intervistati prevedono di aumentare i loro bilanci di reinvestimento dagli utili prodotti in Cina quest’anno per un totale stimato di 19,4 miliardi di dollari, in aumento di quasi il 40% dal 2018.

“La legge darà più fiducia alla popolazione in Cina”, ha dichiarato Adam Dunnett, segretario generale della Camera di commercio dell’UE in Cina.

In questo momento, l’Unione Europea sta però attraversando un momento particolarmente critico per la sua coesione interna, anche a causa delle incognite rappresentate dalle modalità di attuazione della Brexit, al momento ancora ignote. In questo contesto, i Memorandum of Understanding (MoU)già firmati tra la Cina e tredici Paesi membri dell’UE (tra cui Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia; il Lussemburgo è invece in trattativa) e la prospettiva che l’Italia, primo tra gli Stati fondatori dell’UE, adotti questo strumento di collaborazione, è una circostanza che potrebbe alimentare, a breve termine, il rischio di un’ulteriore divisione interna all’Unione. Alla luce del ruolo che l’Italia ricopre all’interno dell’UE, tuttavia, a lungo termine la cooperazione tra Italia e Cinapotrebbe porre Roma nella posizione di agire come canale per l’instaurazione di una relazione europea collettiva e unica con Pechino.

Del resto, le relazioni che l’Italia e la Cina hanno instaurato hanno registrato una tendenza particolarmente positiva negli ultimi cinque anni. I fattori che hanno inciso maggiormente nel garantire il rafforzamento della cooperazione bilaterale, sono stati soprattutto gli incontri tra gli esponenti di governo dei due Paesi, uniti agli incontri informali e alle task forces, ovvero i gruppi di lavoro che ne hanno permesso l’operativizzazione sul campo.

La visita del Presidente Xi Jinping si pone quindi in coda a una serie di incontri bilateraliche hanno contribuito a definire l’attuale frameworkdi cooperazione tra i due Paesi, avviati dal Ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio e dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria che lo scorso autunno si sono recati a Pechino per una visita di stato congiunta, proseguiti con l’incontro dei Premier Li Keqiang e Giuseppe Conte a Bruxelles a margine dell’ Asia-Europe Meeting (ASEM) nell’ottobre 2018. Wang Yi, Ministro degli Esteri cinese, si è infine recato in visita in Italia a fine gennaio 2019 per sovrintendere alla sessione plenaria della nona riunione del Comitato Governativo Italia-Cina, strumento cardine del Partenariato Strategico tra i due Paesi.

La Cina è un partner commerciale fondamentale per l’Italia, sia in termini di esportazioni che di importazioni. Il 3% del totale esportato dall’Italia nel 2018, pari a circa 13,7 miliardi di euro, è infatti destinato al mercato cinese.

Tra il 2000 e il 2018, l’Italia è stata tra i primi Paesi destinatari delle acquisizioni cinesi, insieme a Gran Bretagna e Germania. Mentre in Italia sono stati destinati 15,3 miliardi di euro, in Gran Bretagna e in Germania sono arrivati rispettivamente 22,2 miliardi e 46,9 miliardi. Per la Gran Bretagna, la Cina rappresenta il secondo Paese importatore e la seconda destinazione dell’export, mentre per la Germania la Cina si colloca al primo posto. Brexit ha il potenziale per modificare questo trend a favore dei Paesi dell’UE, alla luce del fatto che la Gran Bretagna non potrà più ricoprire il ruolo di punto di accesso per gli investimenti sui mercati dell’UE.

Con una certa agilità si denota anche come il partenariato strategico tra Italia e Cina non si limita ai settori economico, commerciale e finanziario, ma si estende alle collaborazioni culturali, scientifico-tecnologiche, ambientali e turistiche. Questi settori, capitanati da turismo e istruzione, sono un caposaldo del Piano d’Azione per il rafforzamento della cooperazione economica, commerciale, culturale e scientifico-tecnologica tra Italia e Cina 2017-2020,firmato dal Premier cinese Li Keqiang e dall’allora Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni nel maggio 2015.

Alla luce dei nuovi accorgimenti normativi, però, occorre evidenziare quanto risulta essere particolarmente acceso il dibattito sull’apertura italiana agli investimenti cinesi in settori strategici, in particolare le nuove tecnologie 5G, su cui potrebbe aprirsi una divergenza di visioni e interessi strategici con gli alleati storici, soprattutto gli Stati Uniti. È auspicabile un’attenta valutazione delle conseguenze politiche di taluni progetti, al di là della loro convenienza economica interna. Roma, in definitiva, può alzare la posta in gioco, riservandosi il ruolo di attore attivo e non di mero esecutore della cosiddetta Nuova Via della Seta.

Giulia Guastella

 

Fonti:

People’s Daily Online: http://en.people.cn/n3/2019/0315/c90000-9556523.html

ISPI: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-e-italia-sfide-e-opportunita-di-una-partnership-discussa-22615

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