Brasile alle urne: domina la destra ma si andrà al ballottaggio. Il ritratto di Jair Bolsonaro, il favorito alla presidenza


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Il risultato di queste elezioni in Brasile era già scritto da mesi, ma in pochi avrebbero potuto immaginarne la portata e i numeri conseguiti. Che il candidato della destra estrema, Jair Messiah Bolsonaro, fosse in testa nei sondaggi e che avrebbe ottenuto una grossa percentuale di consenso era stato ampiamente previsto; ciò  che nessuno poteva prevedere  erano i numeri che il candidato della destra avrebbe incassato soltanto al primo turno: il 46% dei voti. Un trampolino di lancio che ha quasi fatto pensare ad una schiacciante vittoria  che lo avrebbe portato direttamente alla presidenza, che per poco non è stata conseguita.  Il sistema elettorale brasiliano prevede il doppio turno: se nessuno dei candidati alla prima tornata ottiene la maggioranza assoluta si deve procedere al ballottaggio.

Queste elezioni hanno anche visto il vero e proprio tracollo del Partito dei Lavoratori che, nonostante vinca la sfida del ballottaggio e resti l’ultima forza politica in grado di arginare lo strapotere di Bolsonaro, vede i suoi consensi in picchiata e fermarsi ad appena il 30%, uno dei risultati peggiori nella storia del movimento operaio. Il fronte dei lavoratori  è stato rappresentato dal nome di Fernando Haddad, subentrato parecchio in ritardo, soltanto a fine agosto, quando la candidatura di Lula (agli arresti domiciliari per scandali legati alla corruzione) era ormai impossibile. 

Bolsonaro, classe 1955, nasce nello stato di San Paolo e la parte più importante della sua formazione si svolge nei ranghi dell’esercito, frequentando la prestigiosa accademia militare “Des Aghulas Negras”, da cui esce laureato nel 1977. Erano gli anni della dittatura militare in Brasile che si protrarranno fino al 1985. 

Nel 1986 fa parlare di sé per la prima volta rilasciando un’intervista in cui esprime nostalgia per la recente dittatura militare e denuncia il nuovo Governo democratico per gli “insensati tagli alla difesa mossi da ragioni esclusivamente politiche”. La definitiva discesa nell’arena politica avviene nel 1991 nel Partito Cristiano-Democratico, formazione politica dalle spiccatissime posizioni conservatrici. Già da subito l’agguerrito Bolsonaro riesce a  catturare l’attenzione dei media  su di sé attraverso proposte e frasi ai limiti del tollerabile: auspica  la reintroduzione della pena di morte abolita nel 1988, invoca una politica law and order contro il crimine endemico in Brasile, fino a suggerimenti choc come quello del 2008 per la risoluzione del problema della povertà attraverso la sterilizzazione degli indigenti. 

Considerato nulla più di un personaggio folkloristico da gran parte dell’opinione pubblica, nel 2014 viene eletto al parlamento diventando il deputato più votato di Rio de Janeiro con quasi mezzo milione di preferenze. Nel giugno 2018 annuncia la sua volontà di concorrere alla presidenza con un’agenda politica di matrice neoliberista: tagli alla spesa pubblica, sicurezza, minore pressione fiscale.  Il suo spiccato conservatorismo, le posizioni liberiste e le frasi sprezzanti nei confronti di donne (ha chiesto per loro uno stipendio più basso)  e diritti delle minoranze ( ha dichiarato “preferisco un figlio morto che gay”)  gli hanno fatto guadagnare l’appoggio dell’elettorato evangelico e pentecostale in grado di spostare un gran numero di voti nello scenario brasiliano. 

Con un pool di esperti di comunicazione sui social, Bolsonaro ha compreso da subito l’estremo valore elettorale dei messaggi veicolati attraverso Facebook e YouTube, arrivando ad accumulare quasi 8,5 milioni di sostenitori. Non è un caso, infatti, che la maggior parte dei suoi elettori provenga dal sud del paese, dove l’accesso ad internet risulta più diffuso.

Viene chiamato da molti “il Donald Trump di San Paolo” e le analogie tra i due politici, in effetti, sono parecchie.

 Lo stesso Bolsonaro in un’intervista ha dichiarato di ispirarsi alle politiche del Tycoon riconoscendogli di stare facendo “un eccellente lavoro governativo, riducendo le tasse, perché non si può continuare con questa socialdemocrazia”. Il candidato brasiliano ha anche ridotto al minimo le apparizioni televisive e le interviste perché, proprio come Trump, sostiene che i media lo danneggino:  “Trump ha sofferto molto a causa delle ‘fake news’ ed è quello di cui da anni io sono vittima in Brasile”. La sua politica in materia di armi, poi, è molto simile a ciò che auspica il presidente USA , ovvero libero e facile accesso al fine di ” difendersi da possibili attacchi di delinquenti” . Infine, scimmiottando il celebre slogan con cui Trump ha vinto la corsa alle elezioni, ha dichiarato: “Come Trump aspira a una America grande,  io voglio un Brasile grande”.

Non mancano nemmeno i parallelismi in materia di sicurezza con la politica italiana. Ripercorrendo un mantra molto caro al Ministro dell’interno , Matteo Salvini, Bolsonaro ha espresso la volontà di perseguire una politica di “mano dura” nei confronti del crimine: “se un poliziotto uccide 20 delinquenti non lo metto sotto inchiesta, gli do una medaglia”, ha dichiarato mentre sosteneva di voler abolire  le inchieste che limitano la polizia nell’esercizio delle proprie funzioni. 

Adesso bisogna attendere il ballottaggio del  28 Ottobre con i due maggiori partiti che si scontreranno per la presidenza del Brasile. Bolsonaro, forte del suo 46%, è chiaramente il favorito e a questo punto al Partito dei Lavoratori non resta che aprirsi alle alleanze, ma anche questo potrebbe non bastare. 

Fabrizio Tralongo

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