Il Washington Post e l’uragano che travolge Donald Trump


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U.S. President Donald Trump

Un uragano si sta abbattendo in questi giorni sulla Casa Bianca e sull’establishment del presidente Trump, con forti sferzate di scandali sulla sicurezza nazionale, rapporti ambigui con potenze straniere, dimissioni (forzate) del direttore dell’FBI e banali gaffes in materia di segreti di stato, la bufera sta assumendo sempre più i caratteri di una tempesta perfetta che adesso rischia di travolgere lo stesso Trump ponendogli d’innanzi il peggiore scenario che un presidente statunitense possa trovarsi ad affrontare: l’Impeachment.

Tutto inizia il 20 Marzo quando il direttore dell’FBI, ascoltato dalla commissione Intelligence della camera, comunica che il Bureau sta indagando su possibili interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 e su qualsiasi ingerenza nella campagna elettorale di Donald Trump. Nel mirino di quest’inchiesta ci sono quattro nomi fra i fedelissimi del presidente: Jeff Sessions ministro della giustizia, Michael Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale (costretto poi alle dimissioni per i rapporti ambigui intrattenuti con Mosca), il presidente della campagna elettorale del Tycoon, Paul Manafort e Carter Page, consigliere per la politica estera.

Il 10 Maggio salta la testa del direttore dell’FBI, James Comey, che Trump definisce “incapace di lavorare bene” ma che decide di dare il colpo di coda alla Casa Bianca rivelando al Washington Post un memorandum in cui lo stesso presidente chiedeva caldamente all’FBI di desistere con le indagini su Flynn e in generale sul cosiddetto Russiagate.

Pochi giorni dopo è di nuovo il Post a far trapelare la notizia più succulenta per chi attendeva un grosso scivolone da parte di Trump: durante un incontro nello studio ovale con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislak, Trump avrebbe rivelato informazioni di intelligence classificate col massimo livello di riservatezza avvisando Mosca che gli USA erano stati allertati da un non meglio definito alleato (in senguito si scoprirà trattarsi di Israele) circa la possibilità che lo Stato Islamico stia pianificando attentati miniaturizzando esplosivi in grado si essere inseriti all’interno di un computer portatile da imbarcare facilmente a bordo di aerei civili.

E’ importante notare come la versione del Washington Post sia largamente condivisa da altri giornali e che la Casa Bianca, pur affrettandosi a smentire il tutto, indirettamente, sia finita per confermarlo attraverso le parole dello stesso Trump che ha ammesso di aver condiviso coi partner russi informazioni sul terrorismo internazionale senza smentire che si trattasse di materiale classificato.

Non è chiaro se il gesto di Trump sia stato mosso dalla genuina voglia di collaborare coi russi o se, in uno scatto goliardico, abbia voluto intimidire l’ambasciatore e il ministro degli esteri russi non immaginando le implicazioni che una rivelazione di tale portata avrebbero potuto scatenare nel breve e nel lungo termine.

E’ lecito supporre (ma del tutto da dimostrare) che Trump abbia contratto un debito col Cremlino e che tale debito possa essere onorato con la condivisione di informazioni sensibili, oppure che il presidente abbia voluto tendere una mano ai russi per ottenere qualcosa in cambio ( ma tale decisione andrebbe comunque concordata coi paesi alleati e con le agenzie di intelligence, non attuata di propria iniziativa). Sta di fatto che Trump, la sera successiva all’incontro, ha tentato di mettere a tacere le critiche dell’opinione pubblica affermando il diritto presidenziale a declassificare materiale top secret e rivendicando l’assoluta libertà nel poter condividere qualsiasi informazione coi partner stranieri affermando di “aver condiviso con la Russia, come mio diritto, informazioni sul terrorismo e l’aviazione civile. Per ragioni umanitarie e perché voglio che la Russia faccia di più contro l’ISIS e il terrorismo”.

Trump si è mosso quindi nell’assoluta legalità ma probabilmente venendo meno al contratto di tutela degli interessi e della sicurezza del popolo americano, come sottolineato dal sito web di notizie sulla sicurezza nazionale Lawfare: “ Il presidente Trump ha giurato «solennemente di adempiere con fedeltà all’ufficio di presidente degli Stati Uniti» e di «preservare, proteggere e difendere la Costituzione al meglio delle mie capacità». È molto difficile sostenere che regalare informazioni altamente riservate a una potenza straniera rivale sia adempiere con fedeltà all’ufficio di presidente degli Stati Uniti. Violare il giuramento non richiede commettere reati.

 

Se il presidente decidesse di scrivere i codici nucleari su un post-it, appiccicarlo alla scrivania, fotografarlo e pubblicare la foto su Twitter, non avrebbe commesso nessun reato: come non ha fatto nessun reato in questo caso. Il presidente ha il potere costituzionale di decidere che l’arsenale nucleare americano debba essere tutelato attraverso post-it messi in bella vista e twittati; ha anche il potere di rendere pubblici i codici nucleari, se vuole. Eppure tutti capiremmo che un simile grado di negligenza sarebbe una rozza violazione del suo giuramento”. […] “Per tre volte il Congresso ha accusato un presidente di aver violato il suo giuramento, tutte e tre le volte che ha messo un presidente sotto impeachment: Andrew Johnson, Richard Nixon e Bill Clinton”.

Di certo lo stesso incontro si è svolto con dinamiche anomale, partendo dalla scelta dello studio ovale che risulta singolare dato che solitamente riservato all’accoglienza di presidenti stranieri e non di ambasciatori e ministri degli esteri,passando poi per la divulgazione di materiale riservato, ciò che più ha messo in allarme le principali agenzie di sicurezza statunitensi non è stato tanto il contenuto delle dichiarazioni, quanto più l’aver rivelato ai russi la fonte e il modo con cui tali informazioni siano state veicolate (dettagli che il Washington Post sostiene di avere e di non aver pubblicato dietro espressa richiesta della Casa Bianca per evitare un ingigantirsi della faccenda).

Rivelare l’alleato che condivide le informazioni e il modo in cui tali informazioni vengono condivise significa mettere a rischio l’intera rete spionistica statunitense, cosa che un non addetto ai lavori come Trump, ingenuamente non ha tenuto in considerazione, vuol dire mettere a repentaglio le fonti e i metodi con cui le informazioni vengono raccolte, significa dare una battuta d’arresto alla lotta al terrorismo inducendo i paesi alleati ad essere più restii nella condivisione delle informazioni (visto l’utilizzo improprio che se ne è fatto), significa mettere a repentaglio (o aver condannato a morte) gli agenti sotto copertura nelle fila dello Stato Islamico e in ultima istanza significa per Trump aver perso la fiducia delle agenzie di intelligence statunitensi minando la propria efficacia di esercitare i propri poteri da presidente.

Nelle ultime ore anche il Cremlino ha rilasciato delle dichiarazioni pubbliche, negando a gran voce la condivisione di alcuna informazione classificata e dichiarandosi disposto a condividere, dietro il benestare del governo di Washington, le registrazioni dell’incontro incriminato. Lo spettro dell’Impeachment adesso aleggia su Trump che probabilmente dovrà difendersi dalle accuse di intralcio alla giustizia che quasi certamente gli verranno mosse da parte del Congresso o del Senato.

L’impeachment potrebbe poi portare il presidente alla rimozione dall’incarico o all’interdizione dai pubblici uffici. Nel ‘900 furono due i presidenti messi sotto accusa: Richard Nixon, nel ’72, per il Watergate, che si dimise prima che le accuse venissero formalizzate e Bill Clinton, nel ’99, che dovette rispondere circa i suoi rapporti con Monica Lewinsky.

Fabrizio Tralongo

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