Summit di Malta: un’altra occasione mancata per l’Europa?


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Una città blindata, transenne e polizia ad ogni angolo, il volto soddisfatto del premier Joseph Muscat e le parole al veleno contro il neo presidente americano Donald Trump. Pochi fotogrammi che riassumono una giornata intensa di avvenimenti per Valletta, quella del summit informale sull’immigrazione. L’incontro, forse, più importante di tutto il semestre di presidenza del Consiglio europeo per Malta.

Cinquemila i migranti morti nel Mediterraneo, solo nel 2016, nel tentativo di raggiungere l’Europa. Da un lato i ventotto capi di Stato e di Governo, Theresa May compresa, a sciogliere i nodi dell’ingarbugliata matassa del fenomeno migratorio, dall’altro le contestazioni a viso aperto di sedici ONG che con una dichiarazione congiunta richiamano al principio di non refoulement, lettera morta di una stagionata Convenzione di Ginevra.

«Mettere da parte questo principio significa emettere una sentenza di morte per tutte quelle persone che continuano a scappare nel tentativo di mettersi in salvo – dicono le sedici ONG». A fare da eco, le perplessità di Oxfam, Amnesty e Medici senza Frontiere che parlano di una gestione migratoria “inumana”.

Sul tavolo dei leaders europei, due temi: la dimensione esterna della migrazione, per l’appunto, con un focus sulla rotta del Mediterraneo centrale e la Libia e il futuro dell’Europa post Brexit.”Europe stands united today”, queste le parole del presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker prima della lunga mattinata dedicata all’immigrazione. Eppure, fino ad oggi, più che una linea unica europea, in materia di immigrazione, a prevalere sono stati i particolarismi e le esigenze dei singoli stati membri.

“Accogliamo con favore e sosteniamo gli sforzi della presidenza maltese volti a portare avanti tutti gli elementi della politica migratoria globale dell’UE. Ribadiamo la nostra determinazione ad agire nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e dei valori europei e congiuntamente con l’UNHCR e l’OIM”. Si apre così la dichiarazione congiunta stilata dai leaders europei al termine del summit dedicato appunto all’immigrazione. Un controllo efficace della frontiera esterna per arginare flussi illegali verso l’UE. È questo dunque l’impegno assunto a Valletta.

Nel 2016 gli arrivi sono scesi a un terzo rispetto ai livelli del 2015 e sulla rotta del Mediterraneo orientale, nell’ultimo quadrimestre del 2016, nonostante il persistere delle pressioni, gli arrivi sono diminuiti del 98% rispetto all’anno precedente. Il punto dolente resta però la rotta del Mediterraneo centrale. Nel 2016 sono stati più di 181 000 gli arrivi, mentre il numero di persone morte o disperse in mare ha raggiunto un nuovo record ogni anno a partire dal 2013.

L’obiettivo è dunque quello di ridurre in maniera significativa i flussi migratori lungo questa rotta e smantellare il modus operandi dei trafficanti, rimanendo sempre vigili sulla rotta del Mediterraneo orientale. Ma come sarà possibile tutto questo? Intensificando l’attività di collaborazione con la Libia, principale paese di partenza e con i paesi vicini in Africa settentrionale e subsahariana. Insomma, il documento parla chiaro: gli sforzi tesi a stabilizzare la Libia sono ora più importanti che mai e l’UE farà tutto il possibile per fare in modo che le autorità libiche possano acquisire il controllo delle frontiere terrestri e marittime e contrastare le attività di transito e di traffico.


Sea Migrant Routes Map


Un moderno refoulement che passa da accordi e dichiarazioni d’intenti? Forse. O forse la verità è che il summit di Malta porterà alla ricerca di nuove rotte alternative per i migranti. L’UE e gli Stati membri, dal canto loro, intensificheranno la cooperazione con le comunità regionali e locali libiche dando priorità alla formazione e all’equipaggiamento delle guardia costiera nazionale libica e delle altre agenzie pertinenti, alle attività di rimpatrio volontario assistito, al rafforzamento della capacità di gestione delle frontiere e alla prevenzione delle partenze.

A formare la Guardia costiera libica, oltre alle forze dell’Operazione Sophia e alla nuova Frontex, ci sarà la fallimentare Seahorse Mediterraneo Network, un progetto nato nel 2006 quando ad essere battuta era la rotta dell’Africa Occidentale, poi replicato nel 2013 nel Mediterraneo senza mai ingranare del tutto.

La dichiarazione congiunta dei leaders europei arriva all’indomani del memorandum di intesa firmato dalle autorità italiane e dal presidente del Consiglio di presidenza al-Serraj, che ha incassato le congratulazioni da parte dei presidenti del Consiglio e della Commisione Ue. Il piano prevede un potenziamento, tramite finanziamento e addestramento, dei controlli della guardia costiera libica sulle partenze e un più efficace monitoraggio delle organizzazioni degli scafisti.

Ma chi garantisce che  gli accordi con Al Serraj tengano? La Libia, del resto, è ancora nel caos e la domanda da porsi è che fine faranno i migranti una volta bloccata la rotta mediterranea? Il rischio è che il summit di Valletta possa rivelarsi un’ulteriore occasione mancata.

Gabriele Messina
Presidente Istituto Mediterraneo di Studi Internazionali e researcher presso University of Malta.

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