Trump e il mondo arabo-islamico. Quale politica estera?


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E’ possibile una riflessione sulla politica estera americana con riguardo al mondo arabo e all’islam all’indomani dell’elezione di Trump alla presidenza degli States?

Ci provo.

Il 6 marzo del 2009 Barak Obama al Cairo volle parlare ai musulmani nel mondo, scegliendo l’Istituzione più celebre in ambito musulmano sunnita, che è al-Azhar, moschea università, sede degli imam più importanti dell’Egitto e del Dar al-iftà, ossia il luogo dove il muftì emana i responsi giuridici (fatawà) su determinate questioni di ordine sociale, culturale e politico. La fatwà (sing. di fatawà) ha valore di giurisprudenza per tutti i musulmani dentro e fuori l’Egitto. In quell’occasione il capo della Casa Bianca fece un forte discorso sul rapporto tra Occidente e Islam, che fu assai apprezzato. Disse tra l’altro:  “More recently, tension has been fed by colonialism that denied rights and opportunities to many Muslims, and a Cold War in which Muslim-majority countries were too often treated as proxies without regard to their own aspirations”. Pochi anni dopo, a partire dal 2011, l’anno delle cosiddette rivoluzioni arabe, la politica americana sotto la presidenza Obama, tra il 2009 e il 2013 era segretario di Stato Hillary Clinton, nei riguardi del Mondo arabo e islamico ha prodotto caos, pieno sostegno agli “ikhwan muslimina” (la Fratellanza musulmana in Egitto, in Tunisia e Libia), e ad altri movimenti islamici “radicali” e/o takfiriyya in Siria, Iraq, in Marocco ed Algeria. In Siria e in Iraq gli Stati Uniti hanno, come è ormai abbastanza noto, contribuito al successo di da’esh/isil e di altri gruppi del terrorismo jihadista, come jabhat al-nusra in Siria, prolungando guerre e sofferenze, che sarebbe stato possibile chiudere già da qualche tempo. Ma il fine dell’amministrazione americana fin dagli inil-pragmatico-obama-vuole-un-egitto-stabile_h_partbizi del 2011 è quello di eliminare il presidente Bashar al-Asad, distruggere lo Stato siriano, dividere in cantoni questo paese arabo, costi quel che costi, anche lo scontro diretto con la Russia di Putin e l’Iran. Ciò in alleanza con Israele, i governi arabi del Golfo, in particolare Qatar e Arabia saudiana, e Turchia fino a qualche mese fa.

Il risultato di quel discorso di Obama al Cairo, al di là delle vere intenzioni del capo della Casa Bianca, è ciò che ho appena ricordato, ossia il suo contrario.

Si comprende quindi la soddisfazione degli Arabi, dal Vicino Oriente al Maghreb, per la sconfitta di Hillary Clinton, a cui viene data la diretta responsabilità del disastro in Libia e in Siria negli anni del suo segretariato di Stato. La soddisfazione è espressa per la sconfitta della Clinton, e indirettamente di Obama, e non per la vittoria di Trump. Gli Arabi hanno imparato dalla loro storia recente, soprattutto a partire dal 1956, anno della guerra contro Nasser, che gli Stati Uniti non sono una associazione di beneficenza, e sanno che Trump, come Obama, deve rispondere ad un apparato finanziario-militare forte e a lobbies economico-politiche che hanno un peso inaccettabile per una vera democrazia.

E’ un’impresa d’altra parte immaginare quale potrà essere la politica estera dell’amministrazione Trump riguardo al mondo arabo e islamico. Giornali e tv del Mondo arabo mettono in evidenza in questi giorni pochi dati che considerano certi. In primo luogo, la sconfitta della Clinton sarebbe un colpo per l’universo jihadista e takfiri attivo nei paesi arabi, dall’Iraq alla Libia, passando per la Siria. In Libia numerosi opinionisti aggiungono che l’era dell’islam cosiddetto politico, su cui tanto hanno puntato Obama e la Clinton in questi ultimi 5 anni, si è chiusa con la vittoria di Trump, anche se si scrive che sarebbe stato il nuovo presidente eletto a dire: “l’appropriazione del 50% del petrolio libico da parte americana è il prezzo naturale che la Libia paga alla liberazione dal colonnello Gheddafi”.

La portavoce ufficiale del Governo di Damasco, Buthayna al-Sha’ban, molto più prudentemente, ha ribadito ieri (giornale siriano al-Watan, indipendente vicino all’opposizione patriottica) che la Siria ufficiale, come ha fatto durante la campagna elettorale americana, non prenderà partito a favore del neo-eletto presidente, riconoscendo però che la maggioranza dei siriani parteggiava per Trump. Ha aggiunto che il Governo di Damasco attenderà atti concreti dalla nuova amministrazione americana in merito: al cambiamento della scelta recente degli americani di sostenere le milizie curde nella battaglia per Raqqa, sede di da’esh in territorio siriano; ad un chiaro proposito di distinguere tra opposizione moderata e gruppi del terrorismo jihadista, cosa che sarebbe decisivo per la battaglia di Aleppo; ad un coerente seguito alle affermazioni di Trump fatte durante la campagna elettorale nei riguardi del presidente Bashar al-Asad, considerato da Trump uomo politico di cui bisogna tener conto per la soluzione della crisi siriana; alla ripresa dei colloqui, patrocinati da Russi e Americani, a Ginevra tra tutte le parti siriane ad esclusione dei gruppi del terrorismo jihadista.

Certo Trump si troverà a dovere sciogliere delicati fili di una matassa che Obama e la Clinton hanno ingarbugliato sempre di più negli ultimi tempi, fino a giungere a sostenere nel 2015 il fronte di guerra contro lo Yemen, aperto dall’Arabia saudiana. Sarebbe il vero terremoto che il giornale della sinistra libanese al-Safir auspicava il 9 di novembre scorso. Riuscirà Trump a estrarre dalla matassa qualcosa di positivo?  E’ difficile ipotizzare tempi, forme e modi di una tale operazione, che si prospetta una vero lavoro d’arte politica. Trump non ha nascosto il fastidio nei riguardi dell’islam “polita5bfb0b97a6f8c4b8660ccd5cb0b5b9fa117c8a7ico” e dei paesi che lo sostengono, quali l’Arabia saudiana. In questo caso l’accusa di razzismo è fuori luogo: i musulmani che vivono e lavorano tranquilli in America, non credo che abbiano da temere. Ma saprà Trump tenere a bada le società che producono e vendono armi all’Arabia saudiana e agli altri paesi arabi del Golfo, commercio diventato floridissimo negli ultimi cinque anni, soprattutto dopo l’inizio dell’aggressione allo Yemen?

Certo la reazione della monarchia saudi-wahhabita al risultato elettorale non è stata entusiasta. Riyad aveva pagato abbondantemente la campagna elettorale della signora Clinton. Ma il re Salman sa anche che l’amicizia tra americani e saudiani è solida, anche se non a tutti i costi (i rapporti con l’Iran, la nuova vera potenza regionale, saranno sotto tale aspetto decisivi), in termini finanziari, militari e sicurezza regionale, e che Trump ha interessi personali da salvaguardare in Arabia saudiana. Altro problema, e non di poco conto, sarà la posizione di Trump nei riguardi della questione palestinese. Essa questione è stata e continuerà ad essere per i capi della Casa Bianca la questione delle questioni, a causa dell’appoggio incondizionato allo Stato di Israele. Certe critiche alla politica aggressiva ed annessionista israeliana non sono mancate nel passato, ma la sicurezza, o ciò che tale viene considerato, è la linea rossa attorno a cui ruota la politica medio-orientale americana. Si aggiunga a ciò la relazione di amicizia personale tra Trump e Benjamin Netanyahu, cosa che fa pensare in questi giorni ai governanti israeliani che l’era dello Stato palestinese indipendente nella Palestina occupata nel 1967, è ormai idea da cestinare.

Per concludere il vero banco di prova del cambiamento nella politica estera verso il Mondo arabo e islamico, se ci sarà e probabilmente qualcosa in questo senso si muoverà,  sarà costituito 1) dalla posizione che assumerà Trump di fronte
alla crisi siriana ed alla soluzione politica, l’unica strada percorribile per il bene del popolo siriano, ed anche per il ristabilimento di migliori relazioni con la Russia di Putin e con i governanti di Tehran; 2) dall’approccio più pragmatico verso la questione palestinese, sulla qual cosa nutro seri dubbi. Infine sarebbe interessante se il neo -eletto presidente americano cogliesse l’occasione di guardare al Libano, che ha eletto una settimana fa il suo nuovo presidente nella persona del generale Michel ‘Awn, come ad una opportunità. L’elezione del cristiano maronita ‘Awn non è stata accolta
con simpatia dall’amministrazione Obama: ‘Awn è visto dagli americani, sbagliando ancora una volta, come una “marionetta” in mano agli Hizb Allah libanesi e al presidente siriano Bashar al-Asad.

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Michel ‘Awn

Michel ‘Awn ha invece una forte personalità politica, la sua elezione a presidente, dopo circa due anni di vuoto istituzionale, rappresenta la forte volontà di stabilità in Libano e nella regione, sicurezza e cambiamento, nonché un segnale importante alle comunità cristiane del Libano, della Siria e dell’Iraq affinchè non abbandonino le terre  che fin dall’antichità sono anche le loro e dove hanno convissuto, dopo il VII secolo, assieme alla maggioranza musulmana. Il Libano continua a rappresentare il microcosmo del più vasto Mondo arabo, quella parte variegata e composita che si oppone ai movimenti takfiriyya.

E’ difficile dire se riuscirà Trump a intendere la lezione, dopo anni di errori e di orrori prodotti nel Mondo arabo e islamico dalle amministrazioni americane succedutesi in questo ultimo ventennio. L’Iraq ne è una tragica testimonianza. Si può solo dire, come direbbe un arabo, “inshallah khayr” (se Dio vuole, andrà bene).

Antonino Pellitteri

prof. di Storia dei Paesi Arabi e Islamistica

Università degli Studi di Palermo

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