C’eravamo tanto odiati… la visita di Obama a Cuba


LA PAROLA ALL’ESPERTO

La rubrica mensile di IMESI che riporta la voce degli esperti sulle maggiori tematiche di politica internazionale

C’eravamo tanto odiati… la visita di Obama a Cuba

 a cura di Rosario Fiore Cultore di diritto pubblico comparato Unipa e 

Segretario generale I.Me.Si


Molti hanno definito, con enfasi e retorica, la recentissima visita del Presidente statunitense Barak Obama a Cuba “storica”; ciò è vero, solo nella misura in cui l’ultimo Presidente Usa a mettere piede in suolo cubano fu il repubblicano Calvin Coolidge, accolto nel febbraio 1928 dall’omologo Gerardo Machado per partecipare alla sesta conferenza panamericana tenutasi all’Avana. Non voglio ripercorrere le fin troppo note tappe della contrapposizione tra il regime filosovietico di Fidel Castro e gli Stati Uniti, il cui acme, come noto, venne raggiunto nel 1962 con la famosa “crisi dei missili di Cuba” e la cui soluzione, evitando al mondo una guerra nucleare, passò attraverso un memorabile intervento di Papa Giovanni XXIII, che il 25 Ottobre dello stesso anno, con un appello rivolto al Presidente americano Kennedy ed a quello sovietico Chruscev per mezzo della Radio Vaticana così si espresse: “ Alla Chiesa sta a cuore più d’ogni altra cosa la pace e la fraternità tra gli uomini; ed essa opera senza stancarsi mai, a consolidare questi beni. A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere. Oggi noi rinnoviamo questo appello accorato e supplichiamo i Capi di Stato di non restare insensibili a questo grido dell’umanità. Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace: così eviteranno al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere le spaventevoli conseguenze. Continuino a trattare. Sì, questa disposizione leale e aperta ha grande valore di testimonianza per la coscienza di ciascuno e in faccia alla storia. Promuovere, favorire, accettare trattative, ad ogni livello e in ogni tempo, è norma di saggezza e prudenza, che attira le benedizioni del Cielo e della terra”.

Cosa c’è di storico nella visita di Obama a Cuba? A parte la retorica, ben poco. Oggi il mondo è cambiato; la guerra fredda è finita da un bel po’; l’Unione Sovietica non esiste più e la sua erede, la Russia, non è quella potenza, economica e militare, rappresentata dal blocco sovietico. Oggi Cuba non rappresenta una minaccia per gli USA: l’Avana non può contare più sugli aiuti sovietici e il nuovo faro del comunismo mondiale è rappresentato dalla Cina, la cui potenza economica è tale da costringere gli USA ad un doppiopesismo: criticare le violazioni cubane sui diritti umani e tacere spudoratamente su quelle cinesi.
L’economia cinese si sta aprendo sempre più verso modelli tipicamente capitalistici ed occidentali: le privatizzazioni, sempre più consistenti di ampi settori dell’industria pubblica – fenomeno noto come socialismo di mercato – hanno determinato una forte espansione e crescita dell’economia cinese soprattutto nelle esportazioni estere e nel controllo di ampie fette di mercato internazionale. La differenza, tuttavia, è che la Cina è una superpotenza, mentre Cuba è una piccolo isola, poco distante geograficamente dagli USA, in cui le privatizzazioni, seppur ancora assai timide, tuttavia potranno avere come possibile risultato una sempre più apertura del Paese verso il modello politico e di libertà rappresentato dagli Stati Uniti. Si tratta di un processo lungo, ancora alla fase iniziale, ma il cui esito non può che essere quello poc’anzi delineato: una americanizzazione, in termini politici, di Cuba.
La visita di Obama, pertanto, ha poco di storico – certamente meno storica del concerto dei Rolling Stones – e serve esclusivamente a ricordare negli annali una presidenza che, celebrata fin dalla nascita come rivoluzionaria per il fatto di avere portato il primo uomo di colore afroamericano alla Casa Bianca, tuttavia non si è assolutamente distinta rispetto alle precedenti amministrazioni.

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